Diritto e Fisco | Editoriale

Come impugnare un licenziamento illegittimo

20 Luglio 2018 | Autore:
Come impugnare un licenziamento illegittimo

Licenziamento: sessanta giorni per impugnarlo con raccomandata o pec e centottanta giorni per fare ricorso al Giudice del lavoro

Il datore di lavoro ti ha detto di non presentarti più in azienda perché non ha più bisogno di te, oppure ha sanzionato un tuo comportamento con il licenziamento: se hai ricevuto una lettera di licenziamento che contiene motivazioni che ritieni false o che comunque non ti convincono hai la possibilità di reagire. L’azienda può licenziare i propri dipendentisolo nei casi espressamente previsti dalla legge di giustificato motivo oggettivo (dunque per ragioni economiche o organizzative), oppure per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa (in ragione di un comportamento del lavoratore talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro). Non sempre però esiste effettivamente una situazione di crisi aziendale, oppure il lavoratore si è comportato in modo così grave da meritare di essere licenziato, ma semplicemente l’azienda vuole liberarsi di un dipendente “scomodo”. In tutti i casi, quindi, in cui ritieni che il tuo licenziamento non sia legittimo, puoi difenderti contestando la comunicazione ricevuta dall’azienda, o l’invito del datore a non presentati più al lavoro, dapprima in via bonaria inviandogli una lettera, poi ricorrendo al giudice. La contestazione del licenziamento si chiama, tecnicamente, “impugnazione” e, per legge, deve avvenire con modalità e tempi ben precisi. In questa breve guida vedremo dunque come impugnare un licenziamento illegittimo: quali passaggi seguire, a chi rivolgersi ed entro quali termini ci si deve muovere per non perdere definitivamente la possibilità di contestare la decisione aziendale.

Licenziamento: motivi e modalità di comunicazione

Il licenziamento può essere intimato, come detto, solo nei casi espressamente previsti dalla legge di giustificato motivo oggettivo (dunque per ragioni economiche-aziendali) o giustificato motivo soggettivo o per giusta causa (ossia per motivi disciplinari).

Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo è determinato da:

  • ragioni economiche, produttive ed organizzative aziendali, ad esempio, da una situazione di crisi aziendale, dalla soppressione del posto di lavoro del dipendente, dalla necessità di riorganizzare l’assetto dell’impresa e dall’impossibili;
  • impossibilità di ricollocare il lavoratore all’interno dell’azienda con mansioni equivalenti o anche inferiori a quelle fino a quel momento svolte.

Il licenziamento per giustificato motivo soggettivo e per giusta causa si verificano invece quando il lavoratore commette fatti o mancanze contrarie ai propri doveri.

Il primo si verifica in caso di mancanze di modesta gravità, il secondo quando la condotta del lavoratore è talmente grave da non consentire la prosecuzione nemmeno temporanea del rapporto di lavoro.

Si parla in entrambi i casi di licenziamento disciplinare, perché il licenziamento rappresenta la sanzione che l’azienda applica al dipendente dopo avergli contestato un comportamento contrario ai propri doveri e non aver ritenuto accoglibili le sue giustificazioni. Dunque, questo tipo di licenziamento deve necessariamente essere preceduto dall’esperimento di un procedimento disciplinare nei confronti del dipendente e deve rappresentare una sanzione proporzionata alla gravità del fatto addebitatogli.

Che avvenga per ragioni economiche o disciplinari, il licenziamento deve essere comunicato in forma scritta, con lettera consegnata a mani, o con raccomandata a.r. e deve indicare specificamente i motivi economici o disciplinari che lo giustificano: se intimato a voce, infatti, il licenziamento è inefficace (è come se non fosse mai stato intimato) e se privo di motivazione è illegittimo.

L’impugnazione stragiudiziale

Ricevuta la comunicazione del licenziamento, se ritieni che esso sia illegittimo, è innanzitutto necessario contestarlo con una impugnazione stragiudiziale.

In pratica, personalmente o con l’assistenza di un Sindacato o di un avvocato, dovrai inviare una raccomandata a.r. o una pec all’azienda, evidenziando che il licenziamento che ti è stato intimato è nullo, illegittimo e in ogni caso assunto in grave violazione di legge. È inoltre molto importante precisare, nella lettera di impugnazione, che ti rendi disponibile a rientrare al lavoro ed a riprendere lo svolgimento dell’attività lavorativa.

L’impugnazione stragiudiziale deve essere fatta entro 60 giorni dalla comunicazione del licenziamento (anche se questa è avvenuta oralmente), altrimenti non sarà più possibile contestarlo in alcun modo, anche se palesemente illegittimo.

L’azienda non è tenuta a rispondere alla tua lettera di impugnazione, ma questa è necessaria come primo passo per potere, in un secondo momento, agire iniziando una causa davanti al Giudice del lavoro.

Il ricorso al Giudice del lavoro

Se l’impugnazione stragiudiziale non sortisce effetti, perché l’azienda non risponde, oppure perché la risposta dell’azienda ribadisce la legittimità del suo operato, è possibile iniziare una causa nei confronti del datore, davanti al Tribunale.

In ogni Tribunale è infatti presente una Sezione lavoro, composta da Giudici che si occupano esclusivamente di cause di lavoro e previdenza: questo perché il processo del lavoro segue un rito speciale, più veloce e snello rispetto a quello previsto per le altre cause civili.

Inoltre, a differenza delle altre cause civili, le cause di lavoro sono esenti dal pagamento di marche da bollo e diritti. L’unica tassa da pagare per iniziare una causa di lavoro è il contributo unificato, una speciale marca da bollo di importo che varia in base al valore della causa e che, in ogni caso, non è dovuta se il reddito del tuo nucleo famigliare complessivamente considerato è inferiore a circa 34.400 euro.

L’impugnazione giudiziale (ossia davanti al Giudice) del licenziamento si propone con ricorso da depositare entro 180 giorni dalla spedizione della lettera di contestazione stragiudiziale.

Alla prima udienza il giudice tenta una conciliazione tra le parti, provando in pratica a vedere se lavoratore e datore riescono a trovare un accordo tra loro. In mancanza di accordo, il Giudice fissa l’udienza destinata a sentire i testimoni, dunque una ulteriore udienza di discussione della causa, quindi pronuncia la sua sentenza.

Anche per l’impugnazione giudiziale del licenziamento è previsto un termine ben preciso, passato il quale si perde per sempre il diritto di reagire nei confronti dell’azienda: questo termine è di 180 giorni dalla data di impugnazione stragiudiziale del licenziamento.

Il tentativo di conciliazione dinanzi all’Ispettorato territoriale del lavoro

Fatta l’impugnazione stragiudiziale è possibile cercare di trovare un accordo con il datore, che eviti di andare davanti al Giudice proponendo all’azienda di tentare la conciliazione della vertenza davanti all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

In questi casi, su richiesta del solo lavoratore, della sola azienda, oppure su richiesta congiunta di entrambi indirizzata all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL), è possibile chiedere che venga fissato un incontro tra le parti al fine di trovare una soluzione bonaria della vicenda.

Si tratta di un procedimento gratuito e molto veloce che si svolge davanti ad una commissione composta da un rappresentante dei lavoratori, un rappresentante dei datori di lavoro e un presidente.

All’incontro puoi farti assistere da un rappresentante sindacale di fiducia o da un avvocato.

Se si trova un accordo, viene redatto un verbale che, se non rispettato, ha la stessa efficacia di una sentenza.

La richiesta di tentativo di conciliazione può essere utilizzata anche per “guadagnare tempo”, se sta per scadere il termine di 180 giorni entro cui impugnare il licenziamento davanti al Giudice: questo perché la richiesta di tentativo di conciliazione indirizzata alla ITL sospende il termine di 180 giorni per tutta la durata del tentativo di conciliazione stesso e per i 60 giorni successivi alla sua conclusione (in caso non si trovi un accordo).

Un caso particolare: l’impugnazione del recesso dal contratto a termine

Il contratto a termine, proprio perché ha una durata limitata nel tempo, può essere sciolto da una delle parti prima della scadenza del termine solo in presenza di una giusta causa.

Dunque, se il datore ti licenzia senza che ci sia un effettivo motivo disciplinare prima della scadenza del termine, puoi impugnare il licenziamento in quanto illegittimo e pretendere il pagamento delle retribuzioni che ti sarebbero spettate dal giorno del licenziamento alla al giorno in cui il contratto – secondo gli accordi presi con il datore – sarebbe dovuto terminare.

Anche in questo caso puoi allora impugnare il licenziamento sia in via stragiudiziale, che davanti al giudice, iniziando una causa.

I termini per l’impugnazione sono però in parte diversi rispetto a quelli visti in tema di licenziamento da contratto a tempo indeterminato.

L’impugnazione stragiudiziale deve essere fatta sempre entro 60 giorni dalla comunicazione del licenziamento, mentre il ricorso al Tribunale deve essere depositato entro 270 giorni dalla data di impugnazione stragiudiziale.



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3 Commenti

  1. Come si configura la risoluzione di un rapporto di lavoro libero professionale senza alcuna motivazione da parte dell ‘azienda? Si può impugnare?

  2. posso impugnare il licenziamento x giustificato motivo soggettivo sono stato licenziato il giugno 2019

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