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Editoriali Gli Usa e le armi: i “perché” storici. Gun bless America

Editoriali Pubblicato il 17 gennaio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 17 gennaio 2013

L’ennesima strage di innocenti riapre la questione sulla facilità con cui, negli Stati Uniti, si acquistano armi. Sebbene possa sembrare ovvio che più armi circolano e più numerosi sono gli omicidi, proprio lo scorso 21 dicembre, Wayne Lapierre, vicepresidente di una delle più potenti case produttrici di Armi (Nra, National Rifle Association), ha dichiarato che “il bando delle armi nelle scuole rende gli alunni più vulnerabili” e che, pertanto, ogni eccezione al porto d’armi deve essere abbattuta!

In Italia, un omicidio crea un eco mediatico particolarmente forte che provoca, giustamente, paura. Ci sentiamo indifesi, in pericolo, e spesso la prima reazione è quella di volersi armare per difendersi: una filosofia che, però, oltre Oceano non ha reso i cittadini più sicuri, ma ha solo creato più vittime e fatto arricchire le lobby delle armi.

È da più di un secolo che in USA si cerca di legittimare una società “far west”, dove il cittadino che si difende imbracciando un fucile diventa eroe; dove la detenzione delle armi viene giustificata dal diritto alla difesa sancito dal Secondo Emendamento (costituzione che risale – è bene sottolinearlo – al 1791). Tale norma recita: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto”.

Inizialmente, lo spirito del Secondo Emendamento era quello di garantire alle milizie cittadine il diritto a possedere armi per difendersi dall’oppressione dell’impero britannico e spagnolo. Tanto è vero che, agli inizi dell’800, diversi Stati americani approvarono una legge che vietava ai cittadini di portare armi nascoste: un fatto del genere – secondo l’originaria concezione dei legislatori – non poteva che avere, come unico scopo, quello di uccidere.

È stato il liberismo del ventesimo secolo a stravolgere lo spirito iniziale. Dopo l’uccisione di Kennedy, dall’inizio degli anni ’70 in poi, l’Nra ha iniziato a reinterpretare il Secondo Emendamento. La società produttrice di armi, con una efficace attività lobbystica, ha fatto intendere che il diritto a portare armi sarebbe da riferirsi all’individuo singolo e non solo alla collettività dei cittadini in milizie di difesa.

Negli ultimi quarant’anni, le lobby delle armi hanno spinto su questa idea, sfruttando la loro influenza politica e mediatica. Dal 1980, ben 44 Stati hanno approvato una legge che permette ai cittadini di portare armi nascoste ed altri cinque l’avevano già da prima: il tutto contro lo spirito iniziale del Secondo Emendamento.

Chi nasce e vive negli Stati Uniti viene indottrinato a dovere sull’utilità delle armi, sul fatto che non solo è un diritto, ma anche un dovere: perché ci si deve trovare pronti ad affrontare il pazzo di turno.

Chi nasce in America non percepisce il problema; la gente è abituata dalla nascita a vedere gente armata e ad assistere a episodi di violenza. Gli omicidi sono la normalità e spesso occupano le pagine dei soli quotidiani locali. I media parlano solo delle stragi di un certo livello; ma i singoli delitti dimenticati sono tantissimi.

Per rendersene conto, basta confrontare qualche numero. L’Italia è un Paese di circa 60 milioni di abitanti e ogni anno, secondo l’Istat, le vittime per armi da fuoco sono circa 300, comprese quelle per mano della criminalità organizzata. Si potrebbe quasi dire che ogni giorno c’è una persona che viene uccisa.

Gli Stati Uniti hanno invece una popolazione di circa 300 milioni di abitanti, cinque volte l’Italia. Eppure le vittime non sono cinque volte superiori, ma molte di più. Nel 2009, i morti per arma da fuoco negli USA sono stati più di 30.000: 100 volte di più di quelli in Italia. Il motivo è sempre quello: che ci sono troppe armi in giro. E, ciononostante, l’opinione comune continua a reputare gli USA un Paese più sicuro, più civile.

Come se dietro tutto ciò ci fosse un unico grande regista, la cultura e l’informazione americana vengono pilotate per far credere alle persone che armarsi sia giusto. I film hollywoodiani sono pieni di eroi che uccidono il cattivo, giustizieri che si sostituiscono alla Legge.

E quando avviene una strage, i sostenitori delle armi danno la colpa alle vittime stesse, perché –sostengono – esse si sarebbero salvate se solo fossero state armate e capaci di difendersi. Come a dire che, per evitare il fumo passivo, è necessario che i non fumatori diventino anch’essi fumatori. Come a dire che le scuole dovrebbero prevedere corsi di autodifesa e i professori, invece degli aggiornamento, dovrebbero essere addestramenti con qualche Rambo di turno.

Negli USA ci siano 270 milioni di armi da fuoco in circolazione, un po’ come dire che il 90% della popolazione è armato. Ma la cosa ancora più paradossale è che tra le armi di difesa ci sono anche fucili, mitragliatori e bombe a mano. A chi fa comodo una società del genere?

Oggi, dopo l’ennesima strage di Newtown, dove a perdere la vita sono stati 20 bambini, l’America si interroga su quale sia la strada giusta da intraprendere per evitare il ripetersi di simili episodi. Barack Obama ha incaricato il vicepresidente Joe Biden di studiare una riforma drastica, che non si limiti a mettere al bando le armi da guerra, ma che riveda in modo radicale anche i requisiti con cui si possa richiedere anche una semplice pistola.

Sarà il solito appello senza risposta o finalmente l’America saprà mettere da parte interessi terzi im favore di una società più sicura? Certo è che la strage di Newtown non è stata la prima e molto probabilmente non sarà l’ultima, così come non lo sono state quella del 1999 alla Columbine High School, quella del luglio 2012 in un cinema di Aurora e tutte le altre.


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