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I figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori?

16 Luglio 2018
I figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori?

L’obbligo di assistenza e di provvedere a una badante grava in parti uguali. Al contributo economico si può sopperire con quello fisico.

I genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli fino a quando questi non raggiungono l’indipendenza economica. Si può dire che esista un parallelo obbligo, da parte dei figli nei confronti del padre e della madre quando questi, ormai divenuti anziani e malati, sono incapaci di provvedere a se stessi? E che succede quando, oltre ai problemi di salute, si aggiungono anche quelli di una pensione insufficiente a tirare fino a fine mese? La questione economica può diventare un grosso peso per la vecchiaia e l’assistenza sociale e sanitaria prevista dallo Stato non è sempre in grado di fornire valide soluzioni alla terza età. Ecco perché ci si chiede spesso se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori.

La questione è spesso fonte di conflitti tra fratelli: c’è chi è più premuroso e apprensivo, e non passa giorno che non telefoni al padre o alla madre per verificarne le necessità e lo stato di salute, e chi invece è più “latitante”. C’è chi sopperisce alla propria assenza tramite un contributo economico o pagando la badante e chi, invece, non avendo possibilità economiche, provvede con il proprio lavoro, cucinando, facendo la spesa, adempiendo ai doveri che di norma spettano tra conviventi.

Al di là di quelli che sono però i sentimenti personali e la morale individuale delle persone, che non possono certo essere imposti davanti a un giudice, è giusto verificare cosa prevede in proposito la legge. Ad esempio, si può pretendere un rimborso per una spesa che – se anche necessaria – è stata sostenuta volontariamente per il bene degli anziani?

In questo articolo cercheremo di capire se i figli hanno l’obbligo di mantenere i genitori e in che termini questo obbligo si atteggia: in altre parole fino a dove possono spingersi le pretese del padre e della madre o la richiesta di rimborso di un fratello.

Figli minorenni: obblighi di assistenza verso i genitori

I figli minorenni non hanno alcun obbligo nei confronti dei genitori: né di assistenza, né di contribuzione economica. Dall’altro lato però i genitori hanno l’usufrutto legale sui beni a questi ultimi intestati. Significa che se un bambino riceve una casa da un parente, il padre e la madre possono viverci all’interno oppure possono affittarlo destinando i frutti al bene della famiglia. Si tratta quindi di un potere di gestione del patrimonio che non può in ogni caso andare a danno degli interessi del figlio. Difatti il codice civile [1] stabilisce che i frutti percepiti sono destinati al mantenimento della famiglia e all’istruzione ed educazione dei figli.

L’usufrutto – che scatta in automatico, senza bisogno di alcun atto pubblico – dura fino alla maggiore età del figlio. Al compimento dei suoi 18 anni, l’usufrutto cessa.

Figli maggiorenni conviventi: obblighi di assistenza verso i genitori

In ragione dei doveri morali e di solidarietà che spettano tra persone che condividono lo stesso tetto, il codice civile [2] ha stabilito che il figlio ancora convivente coi genitori deve rispettarli e contribuire – in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito – al mantenimento della famiglia finché convive con essa. Quest’obbligo cessa nel momento in cui il figlio va a vivere da solo. La violazione di tale norma non è collegata ad alcuna sanzione.

Figli maggiorenni non conviventi: obbligo di assistenza verso i genitori 

Come i genitori, nei confronti dei figli, hanno l’obbligo – anche quando cessa il mantenimento – di versare gli alimenti qualora questi siano in condizioni di salute tale da non poter più lavorare e permettersi il minimo per la sopravvivenza, altrettanto spetta ai figli. È quello che il codice civile chiama «obbligo degli alimenti». Ne abbiamo parlato in Come chiedere gli alimenti.

Gli alimenti, a dispetto del nome, non corrispondono nelle vettovaglie necessarie all’alimentazione quotidiana, ma nel denaro necessario a garantire la sopravvivenza. Si tratta di un contributo economico necessario per la vita di chi lo richiede, rapportato alla sua posizione sociale e alle possibilità economiche di chi è tenuto a versarlo. Si differenzia quindi dal «mantenimento» (ad esempio quello che versa l’ex coniuge dopo la separazione) che mira a soddisfare tutte le esigenze di vita del mantenuto, anche quelle non strettamente necessarie alla sopravvivenza. Dunque, gli alimenti sono una somma nettamente inferiore al mantenimento.

I figli sono tenuti al mantenimento dei genitori solo quando le condizioni di salute ed economiche di questi ne mettano a serio repentaglio la vita.  Al di là di ciò, nulla devono e chi va oltre e spende di più per il padre e per la madre rispetto quanto previsto dalla legge non può poi chiedere, ai fratelli, la restituzione delle maggiori somme. Un figlio non può pretendere dagli altri fratelli il rimborso di spese sostenute per la cura e assistenza di un anziano genitore se queste travalicano «lo stretto indispensabile». Le sole spese che vanno divise tra i fratelli sono, come detto, quelle per procurargli gli «alimenti».

L’obbligo dei figli di versare gli alimenti al genitore scatta solo se quest’ultimo è vedovo/a o se il coniuge non è in grado di garantire la sua sopravvivenza. Se, ad esempio, la madre è in condizioni di salute precarie e non guadagna, ma il padre ha un reddito sufficiente ed è solo per sua incuria ed egoismo che la moglie si trova in queste condizioni, i figli non hanno alcun obbligo verso la madre; la donna potrà quindi agire nei confronti del marito per chiedergli di prendersi cura di lei. Se uno dei figli corre in soccorso della mamma non potrà chiedere il rimborso delle spese al fratello. L’esistenza dunque di un coniuge in grado di prendersi cura dell’indigente elimina l’obbligo dei figli.

Se il genitore è solo o se anche il suo coniuge è nelle medesime condizioni, i figli hanno l’obbligo di versare gli alimenti ai genitori (e non “di mantenerli”). La divisione delle spese si fa in ragione delle rispettive capacità economiche e non per quote uguali. Chi, ad esempio, ha sostenuto una spesa per il padre non può chiedere il 50% al fratello se quest’ultimo guadagna molto di meno, ma una somma inferiore.

L’obbligo di assistenza verso i genitori si sostanzia solo in un contributo economico. Se il figlio non si prende cura moralmente del genitore non ha responsabilità civilistiche; può tutt’al più rispondere del reato di abbandono di persona incapace, ma entro limiti molto stretti (vi deve essere infatti una situazione di affidamento e l’abbandono deve aver determinato un rischio serio e urgente per la vita dell’incapace). Questo significa che il figlio che si limita a pagare la badante alla madre ha adempiuto ai suoi obblighi senza che il fratello possa rivendicare da lui altro solo perché è fisicamente più presente o si fa sentire più spesso.

Al contrario, poiché l’obbligo di versare gli alimenti va ripartito secondo le possibilità economiche dei figli, colui che non ha soldi a sufficienza per aiutare i genitori, ma ha tempo libero – si pensi al disoccupato – potrà sopperire alla sua incapacità con una cura materiale, ad esempio cucinando, facendo la spesa o prestando assistenza personale al genitore.



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