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La rateizzazione dei debiti fiscali interrompe la prescrizione?

17 Luglio 2018
La rateizzazione dei debiti fiscali interrompe la prescrizione?

Cartelle di pagamento di Agenzia Entrate Riscossione: quando è possibile presentare opposizione per intervenuta prescrizione nonostante la richiesta di dilazione di pagamento.

Hai deciso di presentare un’istanza di rateazione per alcune cartelle di pagamento che ti sono state notificate negli ultimi anni. Hai scaricato il modulo dal sito internet di Agenzia Entrate Riscossione e l’hai poi presentato allo sportello per assicurarti, in quella stessa sede, che la richiesta fosse accolta. Lì ti è stato detto che ti sarà data risposta tramite lettera, con la quale ti saranno spediti anche i bollettini per il pagamento con il numero delle rate ammesse. Sai bene che, per debiti inferiori a 60mila euro, le dilazioni a 72 rate sono ammesse in automatico, senza valutazioni o documentazioni da produrre che attestino lo stato di difficoltà economica. Tuttavia, dopo qualche giorno, ti accorgi che alcune cartelle esattoriali erano prescritte e non dovute. Così ti chiedi se sia ancora possibile fare ricorso nonostante la domanda di dilazione. In altri termini il tuo problema è sapere se la rateizzazione dei debiti fiscali interrompe la prescrizione o meno. Sul punto si è espressa la Cassazione diverse volte, da ultimo con una sentenza del giugno 2018 [1] la quale però, poiché mal interpretata da alcuni commentatori, ha creato incertezze e fraintendimenti. Sicché qualcuno ha pensato che la Suprema Corte avesse rivisto il proprio tradizionale orientamento e avesse inteso sposare un’interpretazione opposta. La realtà è diversa e la spiegheremo qui di seguito.

In particolare, nel presente articolo diremo se, una volta presentata la richiesta di rateizzazione delle cartelle esattoriali, ci si può ugualmente opporre ad esse, presentando ricorso, quando alcune risultino in realtà già prescritte (e di tanto non ci si era accorti in precedenza) e se può essere fatta ugualmente valere la prescrizione intervenuta in un momento successivo al deposito della domanda di rateizzazione.

Cerchiamo di essere più chiari, perché forse le parole utilizzate sino ad ora possono essere sembrate troppo tecniche e contorte. Procediamo allora con ordine e vediamo se la rateizzazione dei debiti fiscali interrompe la prescrizione.

Cos’è la prescrizione?

Sicuramente avrai già sentito parlare di prescrizione; nel dubbio, rinfreschiamoci la memoria. Gran parte dei diritti hanno una data di scadenza: se cioè non vengono esercitati entro un certo lasso di tempo, “decadono” e non possono più essere rivendicati. Succede anche per il diritto di credito: se il creditore non chiede il pagamento o non agisce contro il debitore per diversi anni non può più chiedere i soldi che gli sono dovuti. Il termine di prescrizione varia a seconda della natura del credito: si va dai 10 anni per i crediti derivanti da contratti ai 5 per quelli derivanti da un danneggiamento.

In materia di imposte, la prescrizione è schematicamente la seguente:

  • 10 anni per Irpef, Iva, Irap, bollo, registro, canone Rai e tutte le altre imposte erariali;
  • 5 anni per Imu, Tari, Tasi e tutte le imposte locali;
  • 5 anni per contravvenzioni e sanzioni amministrative;
  • 5 anni per contributi previdenziali Inps e assistenziali Inail;
  • 3 anni per bollo auto.

Cos’è il riconoscimento del debito?

In generale, quando il debitore ammette un proprio debito non può più far valere la prescrizione, non può cioè esimersi dal pagare. L’ammissione di debito può evincersi non solo da una dichiarazione espressa («Il sottoscritto, debitore nei confronti di Tizio della somma di euro…. si impegna a versarla entro il….), ma anche tacita. È un’ammissione di debito tacita, ad esempio, la richiesta di una moratoria («Egr. sig. …. in relazione all’importo di euro… che le devo, Le chiedo di attendere entro il …. data in cui eseguirò il pagamento dovuto») o di una dilazione di pagamento («Spett.le società …. in relazione all’importo di euro …. che Vi devo, sono a chiedere di poter pagare in cinque rate mensili dell’importo di euro…. ciascuna»).

Questa regola però non vale quando in gioco ci sono delle tasse. Difatti, secondo la Cassazione [2], la richiesta di rateizzazione (o, più correttamente, “rateazione”) non è ammissione di debito, non è cioè «acquiescenza». Il che significa che, anche dopo aver presentato l’istanza all’ufficio di Agenzia Entrate Riscossione, il contribuente può ugualmente fare ricorso e impugnare le cartelle esattoriali. E le può impugnare per qualsiasi ragione, anche per prescrizione.

Così, tanto per esemplificare, se il contribuente prima presenta una domanda di rateazione e dopo si accorge che alcune delle cartelle rateizzate erano prescritte, può ugualmente far ricorso al tribunale per farsele annullare e così ridurre la rateazione alle residue cartelle che invece sono dovute.

La ragione di tale orientamento è abbastanza comprensibile: bisogna dare al contribuente la possibilità di chiedere subito la rateazione per evitare problemi peggiori come, ad esempio, il pignoramento, il fermo amministrativo e l’ipoteca.

Secondo la Cassazione, «costituisce principio generale del diritto tributario che non si possa attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito od implicito, fatto dal contribuente d’essere tenuto al pagamento di un tributo, […] l’effetto di precludere ogni contestazione». Questo significa che anche dopo aver presentato l’istanza di rateazione, il contribuente può presentare impugnazione per far valere magari il difetto di notifica delle cartelle o la prescrizione.

Se la prescrizione si compie dopo l’istanza di rateizzazione

Quello che però la giurisprudenza non ha ancora chiarito è che succede se la prescrizione, non ancora compiuta al momento della presentazione dell’istanza di dilazione, si compie in un momento successivo, ossia a rateazione in corso. Il fatto di interrompere il pignoramento e pagare a rate potrebbe essere dal contribuente utilizzato proprio come espediente per prendere tempo e consentire che, per alcune cartelle, si verifichi nel frattempo la prescrizione. Facciamo un esempio: immaginiamo che Mario chieda una rateazione a 72 rate, ossia cinque anni, e che, decorsi i primi tre, si accorga che, nel frattempo, alcune delle cartelle che stava rateizzando si sono prescritte. Può far valere la prescrizione? A nostro avviso no, poiché così ragionando la dilazione agevolerebbe la possibilità di intenti fraudolenti per chi sta aspettando che si compia la prescrizione e, nel frattempo, non vuole subire azioni esecutive. Non dimentichiamo peraltro che il debitore decade dalla rateizzazione se non versa ben cinque rate, anche non consecutive, del piano di pagamento. Il che significa che il contribuente ha cinque mesi in più per attendere la prescrizione delle cartelle.

Quando la rateizzazione interrompe la prescrizione

Abbiamo detto che una recente sentenza della Cassazione ha creato un certo equivoco tra i commentatori i quali, non interpretando correttamente la fattispecie concreta decisa dai giudici, hanno titolato: “debiti fiscali: la domanda di rateizzazione interrompe la prescrizione”. In realtà non c’è stato alcun cambiamento di interpretazione. Di tanto abbiamo già parlato più diffusamente in Chiedere la dilazione di una cartella: quali conseguenze? In pratica, quel che ha detto la Corte è che, quando il contribuente presenta una domanda di rateazione di cartelle che non ha mai ricevuto e di cui ha preso conoscenza con l’estratto di ruolo, non può impugnare tale difetto di notifica se, nel frattempo, ha chiesto la rateazione del debito. Quindi, quando il sig. Mario si presenta all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate Riscossione e chiede l’estratto di ruolo e da lì si accorge che ci sono delle cartelle che non ha mai ricevuto, ha due scelte alternative tra loro e non cumulabili:

  • o impugna le cartelle per omessa notifica entro 60 giorni dalla consegna dell’estratto di ruolo;
  • oppure chiede la rateizzazione.

Mario non può invece chiedere la rateizzazione del debito e, in un successivo momento, presentare opposizione.


note

[1] Cass. ord. n. 16098 del 18.06.2018.

[2] Cass. ord. n. 7820/2017 e n. 334/17.


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