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Fotografare e pedinare un vigile è legale?

17 Luglio 2018
Fotografare e pedinare un vigile è legale?

Si può spiare un poliziotto o un altro pubblico ufficiale per denunciare gli abusi?

Non riesci mai a trovare un posto per l’auto sotto casa tua e ciò per colpa delle numerose macchine parcheggiate in seconda fila o in modo non corretto. Sulle strisce blu, dove tu hai il pass rilasciato dal Comune, ci sono auto che vengono lasciate per molte ore dai proprietari senza pagare il ticket e senza che nessun poliziotto le multi. Hai fatto presente la questione più volte ai vigili che si aggirano nelle vicinanze, ma non sei mai riuscito a risolvere il problema. E questo perché, proprio nelle vicinanze, c’è un bar dove i dipendenti del Comune sono soliti incontrarsi per chiacchierare. Tra questi vi sono anche numerosi ausiliari del traffico e gli addetti della municipale. Così decidi un giorno di procurarti le prove di ciò e denunciare i fannulloni. Prendi in mano una macchina fotografica con lo zoom e inizi i pedinamenti. Uno di loro se ne accorge e ti minaccia: «Se non la smetti ti denuncio. Sono un pubblico ufficiale e tu non mi puoi spiare». A tuo avviso, invece, il fatto che si tratti di un poliziotto non toglie che sia uguale a te. Per cui insisti nel fare ciò che stavi facendo. Chi dei due ha ragione? Fotografare e pedinare un vigile è legale? Si può spiare un pubblico dipendente di nascosto, anche se questi è un pubblico ufficiale, magari per dimostrare che questi sta rubando lo stipendio all’amministrazione? La risposta è stata data dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

Si può pedinare o fotografare qualcuno di nascosto?

Fotografare di nascosto una persona è legale, sempre che ciò non avvenga nei luoghi di sua privata dimora, nelle relative pertinenze (ad esempio il garage o il giardino). Non è neanche possibile travalicare i cancelli dell’abitazione o posizionarsi su un albero per spiare ciò che fa la “vittima”. L’occhio della telecamera può spingersi solo dove l’occhio umano può arrivare, senza aggirare gli ostacoli che sono messi a tutela della riservatezza.

Allo stesso modo è anche legale pedinare una persona.

Entrambe queste attività, tuttavia, non possono mai spingersi oltre i confini della “molestia”: non devono cioè consistere in comportamenti talmente ossessivi da mettere in allarme la persona oggetto delle attenzioni. Diversamente scatta il reato di molestia. Affinché però possa esserci una responsabilità penale è necessario che vi sia una condotta reiterata ed assillante, tale da costituire un oggettivo disturbo alle persone. Se l’uomo segue continuamente la propria “vittima” e, facendosi scoprire, la mette in allarme, dovrà immediatamente smettere le proprie condotte altrimenti potrà essere querelato. Si tratta infatti di un comportamento oggettivamente idoneo a molestare e a disturbare il soggetto passivo, «interferendo nella sua vita ed alterando le normali condizioni di tranquillità».

Paradossalmente ci troviamo davanti a un comportamento che diventa reato solo se scoperto perché, diversamente, non sussistendo la consapevolezza, non può esistere neanche la molestia.

Si può fotografare o pedinare un vigile urbano?

Le cose non cambiano con i vigili urbani. Tuttavia la Cassazione ha mostrato maggiore tolleranza quando l’intento del detective è quello di procurarsi le prove di un illecito del pubblico ufficiale. Se manca infatti l’intento di «interferire nell’altrui sfera di libertà», ma unico scopo è quello di «portare a conoscenza delle competenti autorità l’agire illecito del pubblico ufficiale» – come ad esempio «l’utilizzare l’auto di servizio per fini personali», «l’agire con parzialità nel contravvenzionare solo alcuni veicoli», il sostare sempre al bar con gli amici senza fare il proprio dovere – allora siamo dinanzi a un comportamento che non può considerarsi illegale. E questo perché il reato di molestia è caratterizzato non solo dall’intento di persecuzione ma anche dalla finalità che è quella di una condotta determinata da «petulanza o di altro biasimevole motivo». Cosa che non sussiste quando si intende denunciare un abuso di un pubblico ufficiale fannullone.


note

[1] Cass. sent. n. 32251/18 del 13.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 16 febbraio – 13 luglio 2018, n. 32251

Presidente Tardio– Relatore Magi

In fatto e in diritto

1. Con sentenza emessa in data 18 novembre 2013 il Tribunale di Vasto mandava assolto Pr. Ro. dalle contestazioni relative ai reati di molestie e calunnia per insussistenza del fatto, ai sensi dell’art. 530 co. 2 c.p.p..

1.1 Pr. Ro. era stato tratto a giudizio, in relazione al reato di cui all’art. 660 c.p., poiché, secondo l’accusa, in luogo pubblico, per biasimevole motivo, seguiva continuamente Na. Ga. durante lo svolgimento del servizio di agente di Polizia Municipale, scattandole fotografie, nonché riferendo frequentemente al comandante di lei il luogo dove egli aveva visto la Na. svolgere la propria attività, al fine di sindacare se la stessa osservasse gli ordini di servizio.

In riferimento al reato di cui all’art. 368 c.p. , secondo la contestazione, Pr. con una pluralità di denunce dirette al Comando Stazione Carabinieri di Casalbordino, al Prefetto e alla Procura della Repubblica, incolpava la Na. di utilizzare l’auto di servizio per fini personali, di agire con parzialità nel contravvenzionare soltanto alcuni veicoli, lasciando altri (in violazione delle norme del codice della strada) privi di sanzione in quanto appartenenti a soggetti dalla stessa conosciuti di omettere il rispetto delle norme quale proprietaria del cantiere edile allestito in via (omissis…).

1.2 II Tribunale ha assolto l’imputato affermando che non era stata dimostrata una condotta molesta ai fini di cui all’art.660 cod.pen., atteso che come dichiarato dai testi, soltanto in alcune occasioni il Pr. ha seguito l’auto di servizio dei vigili sulla quale talvolta viaggiava anche la Na.; per il reato di cui all’art. 368 c.p., inoltre, l’imputato aveva ritenuto che le condotte poste in essere dalla Na. e denunciate all’autorità configurassero delle ipotesi di reato in quanto lo stesso, nello sporgere i tre esposti, ha denunciato comportamenti della parte offesa che egli riteneva essere illeciti, avendo visto la Na. utilizzare l’auto di servizio durante le ore di lavoro per fini che l’imputato ha creduto fossero esclusivamente personali; appare inoltre provato che – sulla base di fotografie scattate dal figlio – l’imputato denunciò la mancanza, nel cantiere dei lavori edili che la parte offesa stava facendo eseguire, di dispositivi di sicurezza nelle impalcature e l’omesso posizionamento del cartello.

Viene evidenziato, in sostanza, che in talune occasioni le denunzie del Pr. contenevano elementi di verità ed aderenza ai fatti e ciò determinava carenza di elemento psicologico in riferimento ad entrambe le ipotesi di reato.

2. In esito alla sentenza di primo grado la parte civile proponeva appello chiedendo, ritenuta la responsabilità civile del prevenuto per i fatti ascritti, la condanna del medesimo al risarcimento dei danni patiti oltre alla rifusione delle spese processuali.

2.1 La parte civile, a sostegno delle proprie richieste, sosteneva che per il reato di cui all’art. 660 c.p. i testi sentiti ai sensi dell’art. 507 c.p.p., colleghi della Na., avevano riferito che il Pr. seguiva giornalmente la stessa, anche quando questa non era in servizio, scattandole ripetutamente fotografie. Veniva altresì impugnata la decisione assolutoria anche in riferimento al reato di calunnia.

2.1 La Corte di Appello di L’Aquila, con sentenza del 28 gennaio 2016, riteneva di accogliere solo in parte l’appello, relativamente alla condotta rubricata come molestie.

A parere della Corte di merito le emergenze processuali sono più che sufficienti per poter escludere la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato di calunnia in capo al Pr.. Il giudice di secondo grado, sul punto, confermava la prima decisione.

2.2 Per quanto riguarda il reato di cui all’art. 660 c.p. la Corte d’Appello osserva che dal compendio probatorio in atti è emersa la sussistenza di una condotta posta in essere dal Pr., in maniera reiterata ed assillante, tale da integrare il reato di molestia o disturbo alle persone. I testi sentiti avevano infatti concordemente dichiarato che il soggetto in esame seguiva continuamente la Na. durante il servizio, sia nel momento di timbratura del cartellino della stessa, sia durante lo svolgimento del servizio lavorativo, per arrivare persino a pedinarla scattandole continuamente fotografie. Date queste premesse la Corte sostiene si tratti di un comportamento oggettivamente idoneo a molestare e a disturbare la parte offesa, interferendo nella sua vita ed alterando le normali condizioni di tranquillità alle quali la medesima aveva diritto nello svolgimento della propria attività lavorativa. La Corte d’Appello riformava quindi, sia pure in parte, la sentenza di primo grado, dichiarando l’imputato responsabile ai soli fini civilistici del fatto-reato de quo, di cui ricorrono tutti gli elementi.

Per l’effetto condannava il prevenuto al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, liquidato in Euro 5.000,00, comprensivi di interessi e rivalutazione, condannandolo inoltre alla rifusione della metà delle spese legali sostenute dalla parte civile nei due gradi di giudizio.

3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione – a mezzo del difensore – Pr. Ro., articolando distinti motivi.

3.1 Con il primo motivo si deduce la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in riferimento all’avvenuto apprezzamento delle dichiarazioni testimoniali rese da Bu. Mi. e Be. Be., contrastanti con altri dati istruttori.

Il ricorrente si duole del fatto che, acriticamente e senza adeguata motivazione, la Corte di Appello ha ritenuto credibili le dichiarazioni rese in merito alle molestie dai colleghi della parte civile, Bu. e Be..

Queste ultime, però, non erano state ritenute credibili dal Tribunale di Vasto, tant’è che il giudizio di non colpevolezza del Pr., in merito alla calunnia, si basa sulle deposizioni di Ul. Ca. e Della Pe. Ro., unitamente agli altri testi della difesa. Secondo la difesa, quindi, era giuridicamente doveroso per il giudice di secondo grado, spiegare nella parte motiva del provvedimento, le ragioni per le quali la responsabilità del Pr., per il reato di molestia, si fonda sulle dichiarazioni dei vigili di Casalbordino, colleghi della Na., in special modo Bu. e Be., mentre le stesse dichiarazioni non sono state ritenute credibili per integrare il delitto di calunnia, atteso il palese contrasto con le deposizioni dei testi della difesa.

3.2 Col secondo motivo si deduce vizio di motivazione in riferimento a quanto previsto dall’art. 533 cod.proc.pen..

Non vi sarebbero, nella decisione impugnata, argomentazioni sufficienti a ribaltare l’esito assolutorio di primo grado, con violazione della regola di giudizio di cui all’art.533 co.2 cod.proc.pen..

3.3 Con il terzo motivo di ricorso la difesa deduce inosservanza ed erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 660 cod.pen..

Si lamenta il fatto che, considerando che ai fini di configurare il reato di cui all’art. 660 c.p. la molestia o il disturbo devono essere arrecati per petulanza o altro biasimevole motivo, la condotta del soggetto attivo in questione non possa integrare tale reato. La difesa sostiene quindi che l’elemento soggettivo sia mancante nel caso di specie, in quanto nel comportamento dello stesso non vi è traccia della consapevolezza e della volontà verso il fine specifico di interferire opportunatamente nell’altrui sfera di libertà, in quanto unico intento del soggetto era portare a conoscenza delle competenti autorità l’agire illecito del pubblico ufficiale.

4. Il ricorso è fondato, per le ragioni che seguono.

4.1 Va premesso che il giudice di primo grado ha affermato in motivazione che alcune delle accuse mosse da Pr. Ro. nei confronti della Na. avevano un fondamento di verità, indicando taluni episodi specifici .

Da ciò è derivata l’assoluzione dal reato di calunnia, aspetto che risulta essere – al di là dei profili in fatto relativi alla condotta materiale – rilevante anche in riferimento all’ipotesi di reato di cui aH’art.660 cod.pen..

Ciò perchè la fattispecie di cui all’art. 660 cod.pen. richiede a fini di punibilità la verifica della ricorrenza di elementi caratterizzanti la illiceità della condotta – la petulanza o altro biasimevole motivo – che ricadono inevitabilmente nella connotazione dell’elemento psicologico tanto da imporre l’apprezzamento del dolo (tra le altre, Sez. I n. 25033 del 8.5.2012) , consistente nella volontà di interferire in modo inopportuno – per ragioni che vanno apprezzate e qualificate attraverso un giudizio di valore – nell’altrui sfera di libertà.

4.2 La Corte di Appello, a fronte di tali argomentazioni espresse in primo grado, si limita a compiere una rivalutazione della condotta materiale – in riferimento alla assiduità della presenza, in un determinato periodo, dell’imputato nei luoghi pubblici ove la Na. svolgeva il servizio – ma non affronta minimamente il tema dell’elemento psicologico e della caraterrizazione finalistica della condotta in termini di ‘petulanza o altro biasimievole motivo’, realizzando – pertanto – un evidente vizio argomentativo e di interpretazione della previsione incriminatrice.

Va qui ribadito, peraltro, non soltanto che in caso di riforma di una prima decisione assolutoria occorre – in ogni caso – realizzare una motivazione ‘rafforzata’ (v. Sez. VI n. 1514 del 19.12.2012, rv 253940, ove si è affermato che è illegittima la sentenza d’appello che in riforma di quella assolutoria affermi la responsabilità dell’imputato, sia pure ai soli fini civili, sulla base di una alternativa e non maggiormente persuasiva interpretazione del medesimo compendio probatorio utilizzato nel primo grado di giudizio), ma anche che la trattazione e la decisione della particolare impugnazione de qua richiede la valutazione, sia pure a soli fini risarcitori, della sussistenza del reato in tutti i suoi elementi costitutivi (di recente v. Sez. V n. 54300 del 14.9.2017, rv 272082). Nel caso in esame non vi è alcun impiego di quella «forza persuasiva superiore» che legittima il ribaltamento della prima decisione e che è richiesta anche in caso di impugnazione proposta ai soli fini civili.

Va pertanto disposto l’annullamento della decisione impugnata, con rinvio per nuovo giudizio al giudice competente per valore in grado di appello (ai sensi dell’art. 622 cod.proc.pen.).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al giudice civile competente per valore in grado di appello.


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