Diritto e Fisco | Editoriale

Pass invalidi fotocopiato sul cruscotto: si può?

17 Luglio 2018
Pass invalidi fotocopiato sul cruscotto: si può?

Contrassegno invalidi: si può fotocopiare ed esporre in un’auto diversa da quella del soggetto invalido?

Tua madre è titolare di un pass invalidi che utilizza sulla propria auto per via di un handicap che ha ormai da diversi anni. Quando sei tu ad accompagnarla per le sue esigenze quotidiane, sposti il contrassegno dalla sua alla tua macchina. In questo modo puoi entrare nelle zone a traffico limitato e usufruire del parcheggio gratuito destinato ai disabili. Senonché, per evitare di dover ogni volta prelevare il pass e ricordarti poi di rimetterlo a posto, hai pensato bene di farne una fotocopia e di tenerla nella tua auto in modo da utilizzarla all’occorrenza. Cosa succederebbe se un giorno un vigile dovesse accorgersi della falsificazione? Ti potrebbe multare per sosta sulle strisce gialle o addirittura potrebbe denunciarti per falso? A stabilire se si può usare il pass invalidi sul cruscotto è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte ha preso atto di un contrasto giurisprudenziale che si registra da anni su questo punto: si oscilla tra posizioni più rigorose, secondo cui falsificare il contrassegno per i disabili è reato, a posizioni più tenui secondo cui tale condotta integra un semplice illecito amministrativo. Vediamo meglio quali sono le tesi a confronto.

Fotocopia pass invalidi: quando scatta una semplice “multa” per violazione del codice della strada

Secondo alcune sentenze [2], esporre il contrassegno invalidi in fotocopia non può essere reato di falso. E questo perché oggetto del «falso» non è tanto la realizzazione della copia del documento ma la clonazione dell’attestazione di conformità apposta dal pubblico ufficiale. In altre parole, la semplice fotocopia del contrassegno rilasciato ai disabili non costituirebbe reato di falso se la scannerizzazione si limita solo all’elemento grafico e testuale, ma non alle firme rilasciate dal sindaco o dai funzionari del Comune. Leggi a riguardo Pass disabili in fotocopia a colori: che rischio?

Secondo questa linea di pensiero, la contraffazione non costituisce neanche il reato di truffa ai danni del Comune (la tesi era stata avanzata per via del fatto che il responsabile eviterebbe di pagare le soste sulle strisce blu, sottraendo risorse all’ente locale). Dunque, chi fotocopia il pass invalidi commette solo un illecito amministrativo passibile di una banale “multa” per violazione del codice della strada [3]: multa che va da 84 a 335 euro. Inoltre, chiunque usa dei parcheggi invalidi [4] pur avendone diritto, ma non osservando le condizioni ed i limiti indicati nell’autorizzazione è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 41 a 168 euro.

Fotocopia pass invalidi: quando scatta il penale

La seconda tesi, invece, è più rigorosa e ritiene che la falsificazione del pass invalidi, tramite la fotocopia a colori, costituisce reato di falso materiale commesso da privato in autorizzazioni amministrative. Tuttavia, perché scatti il penale è necessario che la clonazione del documento sia fatta talmente bene da far cadere in errore una persona mediamente accorta. Al contrario, se si tratta di un “falso grossolano”, quello cioè “palese”, non si può più parlare di reato in quanto manca la capacità della condotta di ledere l’interesse tutelato dalla norma.

Leggi anche Come ottenere il contrassegno per disabili

Per la Cassazione la fotocopia è un falso

La sentenza della Cassazione qui in commento aderisce al secondo orientamento. Scatta quindi il reato di falso per la fotocopia del pass invalidi. Non importa che il colpevole sia titolare dell’originale del contrassegno. E non importa neanche se il vigile, nella propria deposizione in causa, dichiari che la falsificazione commessa dall’automobilista era “palese”. Non si tratta infatti di una ammissione della grossolanità del falso visto che la parola riferita dall’agente di polizia giudiziaria deve essere collocata nello specifico contesto concreto dove gli agenti svolgono anche accertamenti via radio per verificare l’autenticità o meno del permesso, circostanza che dimostra l’apparenza dello stesso come originale.

In sintesi, secondo la sentenza della Cassazione, in caso di riproduzione fotostatica dell’originale di un permesso di parcheggio riservato ad invalidi, attribuito ad altri, ed esposizione di tale copia sul proprio veicolo si configura il reato di falso materiale commesso dal privato in autorizzazioni amministrative laddove tale documento abbia l’apparenza dell’originale e come tale venga utilizzato, non presentandosi quale mera riproduzione grossolana.


note

[1] Cass. sent. n. 32366/18 del 13.07.2018.

[2] Cass. sent. n. 11492/17 del 9.03.2017.

[3] Art. 188 co. 4 cod. str.

[4] Art. 188 co. 5 cod. str.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 29 marzo – 13 luglio 2018, n. 32366

Presidente Vessichelli – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Milano ha confermato la condanna di N.L. per aver formato, o concorso a formare, una falsa copia del contrassegno relativo alla concessione di parcheggio per invalidi, rilasciato alla madre B.D.G.V., esponendola sul cruscotto della propria autovettura.

2. Avverso la sentenza ricorre l’imputato, per il tramite del difensore, articolando due motivi.

2.1 Con il primo deduce vizio di motivazione per travisamento della prova.

Assume il ricorrente che i giudici di merito, nell’affrontare la problematica del falso grossolano, avrebbero omesso di valutare in modo adeguato le dichiarazioni del testimone di polizia giudiziaria che, sentito in dibattimento, ha riferito che il permesso era “palesemente” contraffatto.

Sotto il medesimo motivo, il ricorrente deduce poi la questione della configurabilità o meno del reato di cui agli artt. 477 e 482 cod. pen. nel caso in cui il falso consista nella copia fotostatica di un documento vero.

2.2 Con il secondo motivo denuncia violazione di legge, lamentando l’insussistenza dell’elemento soggettivo del reato, che non potrebbe ritenersi implicito nella materialità del fatto.

3. Il ricorrente ha depositato una memoria con la quale sostiene che non ricorrerebbero cause di inammissibilità del ricorso e che, nel caso di mancato accoglimento, dovrebbe essere dichiarata l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.

1. Il primo motivo è manifestamente infondato.

1.1 Occorre anzitutto sciogliere il quesito giuridico concerne la configurabilità o meno del reato di falso nel caso in esame.

La soluzione si rinviene negli arresti, ormai consolidati, della giurisprudenza di legittimità, secondo cui: “Integra il reato di falsità materiale commessa dal privato in autorizzazioni amministrative (artt. 477 e 482 cod. pen.) la riproduzione fotostatica dell’originale di un “permesso di parcheggio riservato ad invalidi” attribuito ad altri e l’esposizione di tale falso permesso sul proprio veicolo, allorché il relativo documento abbia l’apparenza e sia utilizzato come originale, non presentandosi come mera riproduzione fotostatica” (da ultimo Sez. 5, n. 8900 del 19/01/2016, Paolini, Rv. 267711).

La sentenza impugnata dedica ampio spazio all’esame dei caratteri del permesso e, dopo aver dato atto della visione diretta del corpo del reato da parte del giudice, conclude che il contrassegno aveva l’apparenza ed era stato utilizzato come originale, rimarcando che l’imputato aveva esposto sul cruscotto della propria vettura non una copia fotostatica, in bianco e nero, e neppure una fotocopia a colori, ma una riproduzione plastificata e a colori del pass autentico rilasciato alla signora B.d.G., tanto che “la qualità decettiva è ictu oculi verificabile” (pagina 2 in fondo, sentenza impugnata).

1.2 È del pari manifestamente infondata la censura sul travisamento della prova circa i presupposti di un falso grossolano, che avrebbe dovuto condurre all’esclusione della punibilità per inidoneità dell’azione ai sensi dell’art. 49 cod. pen..

Secondo il ricorrente non sarebbero state valorizzate le dichiarazioni del testimone di polizia giudiziaria che, sentito in dibattimento, ha parlato di una contraffazione rilevata “palesemente”.

In realtà la Corte di appello non trascura affatto la deposizione del predetto testimone, anzi se ne occupa in maniera espressa per chiarire che, a fronte dell’avverbio “palesemente”, il reale portato probatorio di quella testimonianza deve trarsi dalle dichiarazioni lette nel loro complesso comprensive di quella parte relativa agli accertamenti svolti via radio per verificare la falsità o meno del permesso, a riprova che la falsificazione dell’atto non appariva, poi, in maniera tanto evidente (pagina 3 della motivazione).

In tale situazione, il ricorrente non può dolersi di alcun vizio di travisamento della prova dichiarativa che, per essere deducibile in sede di legittimità, deve avere un oggetto definito e non opinabile, tale da evidenziare la palese e non controvertibile difformità tra il senso intrinseco della singola dichiarazione assunta e quello che il giudice ne abbia inopinatamente tratto ed è pertanto da escludere che, come nella specie, integri il suddetto vizio un presunto errore nella valutazione del significato probatorio della dichiarazione medesima (Sez. 5, n. 9338 del 12/12/2012, dep. 2013, Maggio, Rv. 255087).

2. Il secondo motivo è inammissibile.

La questione era stata devoluta al giudice di appello in termini diversi, richiamando, in maniera inconferente, una decisione della Corte di legittimità sul tema della configurabilità del dolo nell’ipotesi di riproduzione in bianco e nero di un permesso invalidi.

Il che è, già di per sé, causa di inammissibilità.

In ogni caso la doglianza è generica.

Se è vero che il dolo non è in re ipsa, è del pari indubitabile che sono le modalità del fatto e le circostanze dell’azione a rivelare la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.

Nella specie è lampante la coscienza e volontà dell’immutatio veri in capo a un soggetto che forma o concorre a formare un falso permesso per invalidi, mediante creazione di un duplicato a colori, plastificato, che tenga luogo dell’originale e che espone sul cruscotto della vettura.

3. Dalla inammissibilità del ricorso discende la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma, che si stima equa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.


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2 Commenti

  1. E’ lecita la sosta di auto che trasporti persona invalida, munita dell’apposito contrassegno, in zona a pagamento senza corresponsione del relativo ticket, quando nel parcheggio manchino spazi riservati gratuitamente ai disabili o gli stessi siano occupati o, infine, quando nelle vicinanze non vi sia posto per la sosta.

  2. L’utilizzo abusivo del permesso invalidi trova la sua sanzione nella contravvenzione amministrativa, ma non ha alcuna rilevanza penale. Il contrassegno, infatti, indica semplicemente che il veicolo è al servizio di una persona invalida per cui la semplice apposizione del relativo permesso sull’autovettura è inidonea a configurare il reato di sostituzione di persona, ma integra esclusivamente una contravvenzione amministrativa (art. 188 C.d.S.). Né, peraltro, è addebitabile il reato di truffa, atteso che nella specie manca, come requisito implicito di tale reato, l’atto di disposizione patrimoniale che costituisce l’elemento intermedio derivante dall’errore e che è causa dell’ingiusto profitto con altrui danno.

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