Donna e famiglia | Editoriale

Stalking conseguenze psicologiche

17 luglio 2018


Stalking conseguenze psicologiche

> Donna e famiglia Pubblicato il 17 luglio 2018



Le vittime di stalking quasi sempre subiscono importanti conseguenze psicologiche a causa delle condotte persecutorie: vediamo quali sono e quali approcci terapeutici adottare.

La recente introduzione del reato di stalking, se ha certo aumentato la soglia di vigilanza nei confronti di un fenomeno a lungo tempo trascurato dall’opinione pubblica, non ha certo comportato una significativa riduzione del numero dei casi, complici anche la vaga formulazione delle norme e la difficoltà a provare in giudizio le condotte persecutorie che integrano la fattispecie penale.
C’è, tuttavia, un dato significativo e che ha ricevuto un certo margine di visibilità: si tratta del profilo delle conseguenze psicologiche patite dalle vittime di stalking, di cui negli ultimi anni ha cominciato a parlarsi con maggiore chiarezza, al punto che sono sorte moltissime associazioni e profili professionali specializzati per consigliare approcci terapeutici opportuni e per alleviare i sintomi più gravi.
Ma quali sono le conseguenze psicologiche dello stalking? E, prima ancora, quando si può parlare di stalking? Per rispondere a queste domande è opportuno analizzare, in primo luogo, la fattispecie considerata dalla legge come reato, per poi coglierne gli aspetti sociali e psichici dal lato della persona offesa; infine, vedremo quali sono le tecniche di supporto psicologico che hanno dimostrato maggiore efficacia per le vittime di stalking.

Cos’è lo stalking?

Con questa espressione di origine anglosassone si intendono le condotte, solitamente tenute da un uomo ai danni di una donna, in forza delle quali un soggetto pone in essere una serie di atti volti ad intimidire, minacciare o perseguitare un’altra persona: non a caso, la fattispecie del codice penale incrimina gli “atti persecutori“, definiti appunto “stalking” nel gergo comune.

L’introduzione del reato di stalking nel nostro codice penale [1] si è resa necessaria a causa della crescente preoccupazione sociale per questo fenomeno: con una cronaca nazionale costantemente occupata da pagine relative agli abusi subiti dalle donne, il legislatore ha sentito il bisogno di codificare, e quindi colpire, anche i comportamenti persecutori tenuti nei confronti della vittima che non comportassero violenza fisica o danni più gravi alla persona. In questo modo si è tentato di anticipare la soglia della tutela, in un’ottica squisitamente preventiva, così da evitare che l’ossessione di un soggetto per la propria vittima possa sfociare in condotte lesive ben più offensive.

La ratio della norma è anche quella di coprire, sotto le istanze del dibattito giurisprudenziale e sociale, con una regolamentazione ad hoc, anche le fattispecie non sussumibili all’interno di altre ipotesi di reato: in questo modo si ampliano le tutele nei confronti delle vittime delle condotte violente, colmando l’imbarazzante vuoto legislativo esistente.
Questo è evidente se si analizza, dal punto di vista normativo, la fattispecie di stalking così come introdotta dal legislatore nel 2009: infatti, il reato in questione è inserito nel titolo relativo ai “Delitti contro la libertà morale della persona”.

Venendo ai tratti caratteristici della fattispecie, occorre osservare, in primo luogo, che integrano il delitto di atti persecutori non tutte le condotte poste in essere contro la volontà altrui, ma unicamente quelle, di varia natura, reiterate nel tempo, insistenti, e purché volte ad ingenerare ansia e paura nei confronti della vittima. In altri termini, non ogni attività ai danni, ad esempio, di un ex partner o di un ex coniuge, determina stalking: è necessario che queste condotte siano tali da causare una condizione di estremo disagio nella vittima, idoneo ad alterare il normale svolgimento della sua vita [2].

La legge non descrive analiticamente in cosa possano consistere queste condotte. I comportamenti rilevanti per la fattispecie, purché, come detto, idonei a provocare nella vittima uno stato di turbamento perdurante, possono andare dal pedinamento all’appostamento sul luogo di lavoro, oppure nei pressi dell’abitazione o nei luoghi abitualmente frequentati, ma viene considerato stalking anche l’invio continuo di messaggi via cellulare, internet e social, così come le continue telefonate (anche mute) ai danni della vittima. A rilevare, quindi, non è la quantità o la tipologia di condotte, quanto il fatto che esse abbiano un fine ed un effetto persecutori: ciò spiega perché il bene giuridico tutelato dalla norma è quello della libertà morale della vittima, cioè la sua integrità psichica, la sua capacità di autodeterminazione, tutti ambiti potenzialmente lesi, come approfondiremo di qui a breve, da chi pone in essere condotte di stalking [3].

Va rilevato, per concludere sull’esame del reato di stalking, che questa fattispecie deve essere coniugata anche ad altri reati che tutelano le vittime di violenza: non a caso, infatti, la fattispecie di stalking è sussidiaria, nel senso che viene in considerazione solo quando il fatto non costituisce un delitto più grave. Allo stesso tempo, in considerazione del fatto che la maggior parte degli episodi di stalking avviene ai danni di persone con cui il reo ha o aveva un rapporto sentimentale, il recente decreto sul “femminicidio[4] ha introdotto delle aggravanti per la pena quando il fatto è commesso dal coniuge o persona legata da relazione affettiva con la persona offesa, oppure ai danni di minori, donne in stato di gravidanza o persone disabili. Infine, integra una fattispecie di omicidio aggravato, idoneo a determinare la condanna all’ergastolo, quello provocato dallo stalker nei confronti della medesima persona perseguitata [5].

Cosa implica lo stalking per le vittime?

L’analisi della fattispecie di stalking così come delineata dalla legge è fondamentale per comprendere quali sono le conseguenze psicologiche di questo delitto. Si è detto, infatti, che per integrare il reato di atti persecutori è necessario che vengano in essere condotte reiterate nel tempo, idonee a rappresentare casi di minaccia, molestia e offesa. Ma ciò non basta: infatti, vista la natura del bene giuridico protetto dalla norma che incrimina lo stalking (la libertà morale della vittima), è necessario che si producano determinate conseguenze ai danni della persona offesa.

In altre parole, non basta che le condotte siano astrattamente persecutorie, ma anche che siano in questo modo vissute dalla vittima, direttamente o tramite un familiare o congiunto coinvolto nel caso di specie. Queste conseguenze sono esattamente individuate dalla legge in tre ipotesi, indipendenti l’una dall’altra:
– quando la condotta dello stalker ingenera un perdurante e grave stato di ansia o di paura;
– quando, in alternativa, insorge un timore fondato per la propria incolumità o per quella di un familiare o altra persona cui la vittima sia legata dal punto di vista affettivo;
– quando, a causa delle condotte persecutorie, la vittima sia costretta a modificare le proprie abitudini di vita.

L’apprezzamento di queste conseguenze di ordine psicologico avviene, normalmente, durante il processo ai danni dello stalker: in quel momento dovrà essere dimostrato, attraverso apposite consulenze psicologiche e cliniche, oltre che alla testimonianza di terzi, che le condotte persecutorie siano state idonee a provocare un disturbo effettivo nella tranquillità di vita della vittima o che, viceversa, possa ritenersi legittimo il timore di avere a subire delle conseguenze più gravi da parte del persecutore. Si tratta, a ben vedere, di una dimostrazione non sempre agevole: infatti, molto spesso questo tipo di conclusioni vengono confutate con perizie contrarie, idonee a dimostrare o che non sussistono prove dello stato d’ansia o che quest’ultimo non ha raggiunto soglie di apprezzabilità tali da integrare la fattispecie di stalking.

E’ questo il motivo per cui diventa fondamentale conoscere nel dettaglio le possibili conseguenze psicologiche dello stalking: infatti, grazie all’analisi terapeutica e al prezioso ausilio degli esperti è possibile riuscire a dimostrare in giudizio che almeno una delle tre ipotesi richieste dalla legge si sia verificata. Uscendo dal campo propriamente legale, invece, cogliere tutti i possibili disagi che derivano dallo stalking è il primo passo da intraprendere quando si avviano le apposite terapie cliniche, capaci di poter alleviare la situazione di stress emotivo conseguente alle condotte persecutorie e di far tornare la propria vita alla normalità.

Stalking: le conseguenze psicologiche

Vista la capacità delle condotte persecutorie alla base dello stalking di alterare significativamente il benessere psicologico delle vittime, è evidente che le conseguenze psicologiche del delitto possano essere molto diverse: molto dipende dal grado di intensità e gravità degli atti persecutori adoperati. Altro elemento che può incidere pesantemente sulla intensità dei disagi emotivi patiti dalle vittime è quello legato alla persona del persecutore, dal momento che il tipo di rapporto tra quest’ultimo e la vittima è in grado di incidere sul maggiore o minore grado di malessere subito: non a caso, lo stalking prodotto da un ex partner (compagno, marito, fidanzato, e così via) è normalmente molto più sconvolgente per la vittima di quello subito da parte di un mero conoscente o addirittura di uno sconosciuto, vista la presenza di un legame intimo e affettivo condiviso in passato o tuttora in essere.

Innanzitutto, subire uno stalking è fonte di un elevato livello di stress: la continuità e frequenza degli atti persecutori genera uno stato di ansia e paure costante, capace di determinare una condizione di ipervigilanza, a sua volta responsabile di crolli di autostima, perdita di fiducia nelle relazioni e compromissione della vita sociale dell’individuo. Il sentimento più attestato nelle vittime di stalking è quello di abbandono, oppure la sensazione di non riuscire più a controllare adeguatamente la propria vita. D’altra parte, questa conseguenza scatena delle reazioni difensive da parte della persona offesa, che possono anche peggiorare il quadro psicologico complessivo: non è infrequente, infatti, che la vittima di stalking si adatti, letteralmente, alla condizione di continua minaccia, andando a ridurre, anche inconsciamente, tutte le possibili occasioni di vulnerabilità.

Se l’ex marito si apposta davanti all’ingresso dell’ufficio, si arriva ad abbandonare il posto di lavoro; se uno sconosciuto importuna una persona in un luogo di ritrovo abitualmente frequentato, si smette di recarvisi. Nei casi più gravi si riscontra una pesante riduzione della vita sociale, con conseguente crollo del benessere psicofisico; in ultima analisi, le vittime di stalking sono costrette a cambiare abitazione, oppure a modificare radicalmente le proprie abitudini quotidiane.

Un altro degli aspetti che accompagna solitamente le condotte persecutorie è il coinvolgimento di altre persone: familiari, amici, conoscenti, nuovi partner e così via vengono a loro volta sottoposti ad un clima di tensione che, se da un lato induce il timore per l’incolumità delle persone care, dall’altro contribuisce ad aumentare il senso di colpa della vittima, che si attribuisce la responsabilità di quanto sta accadendo.

Con questo quadro, le conseguenze psicologiche dello stalking più frequenti comprendono la sindrome post-traumatica da stress, l’ansia, difficoltà a dormire, riduzione dei rapporti sociali, ipervigilanza e depressione [6].

L’approccio terapeutico per le vittime di stalking

La gravità e multiformità dei sintomi connessi alle conseguenze psicologiche dello stalking ha da tempo condotto la comunità scientifica a introdurre degli standard terapeutici volti a fornire sostegno alle vittime, in modo da garantire dei margini di miglioramento e di supporto rispetto alla grave condizione di alterazione psicofisica subita.

La fase terapeutica comporta l’avvio di un percorso psicologico, teso ad analizzare nel complesso la condizione di minaccia e di persecuzione subite, ma soprattutto ad attuare le più utili strategie per fronteggiarle: in questo modo, si invogliano le vittime a cercare aiuto, anche rivolgendosi alle forze dell’ordine, attuando una sorta di riscatto rispetto alla sensazione di impotenza vissuta. Questo aspetto non riguarda unicamente l’analisi psicologica individuale, ma può comportare anche l’inserimento all’interno di una rete sociale, come un’associazione o una comunità di vittime di stalking, in grado di aumentare il senso di protezione della vittima e ridurre la condizione di ipervigilanza e abbandono in cui versa.

Esistono anche delle strategie pratiche anti-molestia, che vanno dall’analisi sulle possibili reazioni dello stalker all’adozione di comportamenti in grado di rendere più semplice la gestione della propria vita: oltre al sostegno sociale e legale, infatti, si invogliano le vittime ad interrompere i contatti con lo stalker, a traslocare o cambiare lavoro o, addirittura, a prendere lezioni di auto-difesa, in modo da ristabilire la fiducia personale e ridurre il senso di impotenza.

note

[1] Il reato di “stalking” è stato introdotto dalla Legge n. 11 del 2009.

[2] Cfr. art. 612-bis c.p., nella parte in cui richiede, dal punto di vista della condotta materiale, un comportamento tale da minacciare o molestare e provocare così uno stato di ansia e paura, o ancora il timore per la propria incolumità o quella di un familiare o congiunto, o, infine, da alterare le proprie abitudini di vita.

[3] Ciò è evidente dall’analisi della fattispecie dal punto di vista oggettivo, laddove emerge la necessità che la condotta rilevante si traduca nel recare minaccia o molestia. Ciò che differenzia lo stalking dalla fattispecie generale di minaccia è la quantificazione dell’intimidazione: nella minaccia basta un semplice episodio, mentre l’art. 612-bis c.p. richiede delle condotte reiterate, tali da tradursi in una persecuzione ai danni della vittima. Ciò spiega, d’altra parte, perché il reato possa essere punito esclusivamente a titolo di dolo: ci deve essere, cioè, volontarietà da parte del carnefice di voler realizzare una condotta intimidatoria, a prescindere dalle finalità ulteriori perseguite.

[4] Cfr. D.L. 93/2013, convertito nella Legge 119/2013.

[5] Art. 576, n.5-1, c.p.

[6] Molti studi hanno dimostrato che le vittime di stalking riportano gravi ripercussioni psicologiche, lavorative e relazionali. Ad esempio, una ricerca di Pathè e Mullen del 1997 ha evidenziato che nel 94% dei casi si riferiscono modifiche allo stile di vita quotidiano, mentre supera il 70% del campione quello che riferisce di aver subito una pesante diminuzione delle attività sociali. Allo stesso modo, sono elevati i disturbi cronici del sonno, i disturbi alimentari, l’incremento nell’uso di alcool e sigarette. Secondo quanto confermato da uno studio Olandese (Kamphuis e altri, 2001-2003), si tratta dei classici disturbi che si riscontrano nelle vittime di traumi come disastri aerei, rapine, incidenti automobilistici e altri casi di disturbo post traumatico da stress.

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