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Tacco rotto per strada: spetta il risarcimento?

18 Luglio 2018
Tacco rotto per strada: spetta il risarcimento?

Risarcimento del danno patrimoniale e morale per i piccoli incidenti: fino a dove la pubblica amministrazione è responsabile?

Ti sembrerà assurdo quel che ti chiedo: faresti mai una causa per un tacco rotto per strada? Sicuramente il costo del processo supera almeno dieci volte quello di una comune scarpa da passeggio. Se si escludono le scarpette di cristallo di Cenerentola, per ragionare in termini di convenienza dovremmo pensare al tacco della scarpa di una sposa che sta correndo sull’altare e che inciampa in una mattonella mal riposta. Al di là del costo in sé della calzatura, che giustifica il risarcimento del danno patrimoniale, per quanto attiene invece al danno morale, quello cioè per la sofferenza subita, viene assai difficile pensare a un forte patema d’animo per essere sembrata più bassa del proprio sposo (seppur nel giorno più importante della vita). Così la Cassazione ha detto che il tacco rotto non si risarcisce. A quel punto viene da chiedersi: e se invece cado e mi faccio male? Non è cosa scontata. Tanto è vero che a pronunciarsi su questa interessante – e purtroppo comune – vicenda è stato il tribunale di Venezia [1]. La sentenza spiega se, in caso di tacco rotto per strada, spetta il risarcimento. Cerchiamo di fare il punto della situazione ripartendo da capo.

Risarcimento del danno: quali regole?

Quando c’è un danno, vengono in rilievo due tipi di risarcimento (che possono sommarsi):

  • il danno patrimoniale, quello cioè derivante dalla perdita economica subita (il non aver lavorato per alcuni giorni e aver perso guadagni; l’aver sostenuto spese mediche e di riabilitazione, ecc.);
  • il danno non patrimoniale, quello cioè che dipende da lesioni di sfere più interiori e non quantificabili immediatamente: ad esempio la sofferenza fisica, quella psicologica, il patema interiore della vittima, una invalidità per un mese, un anno o l’intera vita, la perdita della vista o dell’udito, il lutto per la scomparsa di un caro, ecc. Comunemente quando si parla di danno non patrimoniale ci si riferisce al danno morale anche se la categoria è molto più ampia.

Chi chiede il risarcimento deve dimostrare di aver subito una di queste due voci di danno o entrambe. Il danno non si può presumere. Né si può avere un processo civile per un illecito che non ha procurato alcun danno (ad esempio: se il rumore dell’appartamento vicino arriva sino al nostro quando però noi siamo in vacanza e non siamo stati molestati, non possiamo agire); altrettanto non si può agire quando il danno non è dimostrato.

Il danno deve essere attuale e non futuro: non si può agire per un danno che verosimilmente si verificherà negli anni successivi visto che non c’è certezza.

Il danno, infine, non deve essere irrisorio. Non si può chiedere il risarcimento per un chiodo sottratto. Ciò vale sia per il danno patrimoniale che per il danno morale.

In particolare, per il danno morale il limite è molto più esteso. Le Sezioni Unite della Cassazione, infatti, nel 2008 [2], con le famose sentenze gemelle “San Martino”, hanno detto che spetta il danno morale solo quando il comportamento illecito è costituito da un reato o ha violato un interesse protetto dalla Costituzione (ad esempio il diritto alla riservatezza, all’integrità fisica, al domicilio, alla reputazione, ecc.). I semplici fastidi della vita non possono essere risarciti, quei disguidi della quotidianità che, anche se comportano un pregiudizio, questo non può dirsi “serio”. Il caso è quello del parrucchiere che sbaglia taglio o di chi rompe il tacco della scarpa in una asperità della strada non segnalata dal Comune.

Tacco rotto: mi rimborsano la scarpa?

Da quanto abbiamo detto, il tacco della scarpa può essere oggetto di risarcimento del solo danno patrimoniale (il valore della scarpa al momento in cui si è rotta) laddove comunque non si tratti di un calzare di poche decine di euro (20 o 30 euro). Invece, il danno non patrimoniale non potrà trovare accoglimento in nessun tribunale. E questo perché si tratta di un “inconveniente” comune, che può capitare a tutti, che non deriva né da un reato, né costituisce la lesione di un diritto costituzionale.

Chiaramente fare una causa per 80 o 100 euro oppure – nel caso di scarpe particolarmente pregiate – 200 euro non ha alcun senso poiché i costi superano i benefici. Tanto più se, insieme al danno patrimoniale non si può aggiungere anche quello morale.

Tacco rotto: se cado e mi faccio male?

Diverso è il discorso per chi cade e si fa male a seguito della rottura del tacco della scarpa che s’incastra nel bordo del tombino o che finisce in una piccola buca non segnalata. Difatti, da un lato il danno patrimoniale consterà anche delle spese mediche per la guarigione e la fisioterapia, oltre ovviamente al mancato guadagno per il fermo a letto. Dall’altro lato il danno non patrimoniale si arricchisce della componente della sofferenza fisica per la caduta e l’invalidità (anche solo di qualche giorno) riportata a seguito dell’infortunio.

Ma qui è necessaria una precisazione. Il risarcimento spetta solo se l’infortunio è stato accidentale, ossia non determinato da incuria e distrazione del pedone. Se la buca era grande e facilmente visibile è impossibile dire che il danneggiato fosse attento alle condizioni della strada. Ciò esclude ogni diritto a ottenere l’indennizzo dalla pubblica amministrazione. Diversamente il Comune paga per tutte le insidie e i trabocchetti non avvisatrici neanche con la media diligenza, il che succede quando il tratto di strada non è illuminato e la buca non risulta facilmente avvistabile.

In capo all’amministrazione si configura la responsabilità da custodia. Quando il pedone cade sulla strada demaniale la responsabilità del Comune ha natura “oggettiva”: all’infortunato basta dimostrare il fatto storico (la caduta), il danno e il nesso causale ossia il fatto che la caduta è dipesa solo e unicamente dalla cattiva manutenzione e non da altre ragioni; mentre è l’amministrazione a dover fornire la prova che il sinistro era evitabile e prevedibile. E se la strada incriminata rientra nel centro abitato non c’è dubbio che l’ente possa svolgervi un controllo costante per la presenza di opere di urbanizzazione e servizi pubblici posti in modo diretto o indiretto sotto la vigilanza dell’amministrazione.


note

[1] Cass. S.U. sent. nn. 26972 e n. 26976/2008.

[1] Trib. Venezia, sent. n. 1273/18.


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