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Licenziare il coniuge: rischi

18 Luglio 2018
Licenziare il coniuge: rischi

Se la moglie licenzia il marito o viceversa prima della separazione si rischia di tirarsi la zappa sui piedi per quanto riguarda l’assegno di mantenimento.  

Sto per raccontarti una storia divertente (forse non lo è stato per i diretti interessati) che potrà farti riflettere su quali sono i rischi nel licenziare il coniuge. Il caso è stato deciso da una recente sentenza della Cassazione [1] ma è paradigmatico di come potrebbero andare le cose in una normale coppia che intende divorziare se, oltre al normale affetto, si è aggiunto nel tempo anche un rapporto di lavoro. Come noto, infatti, l’aspetto su cui si incentra la battaglia legale tra gli ex coniugi è il mantenimento e, di conseguenza, l’addebito (chi viene ritenuto responsabile della rottura del matrimonio non ha diritto all’assegno mensile). Inutile dilungarci: passiamo direttamente ai fatti e vediamo, appunto, quali sono i rischi nel licenziare il marito o la moglie in vista della separazione.

Antonio e Maria sono sposati da diversi anni. Lei ha un’azienda e decide di assumere il marito come incaricato alle vendite. Si potrebbe anche immaginare che l’azienda sia gestita e presieduta di fatto dal marito che l’ha intestata alla moglie solo per questioni di carattere patrimoniale, ma anche in tale ipotesi il risultato non cambierebbe. Senonché Antonio e Maria iniziano a litigare e, così, decidono di separarsi. Lei, per prima cosa, licenzia l’uomo. Conoscendone tutti i segreti non le è difficile trovare una scusa valida e inoppugnabile. A quel punto il marito resta senza lavoro. Ci si aspetterebbe che impugni il licenziamento, per ingiustificato motivo, così facendo affondare l’azienda e magari chiedendone il fallimento (quale migliore vendetta nei confronti di colei che non ama più). Ma la vendetta va servita su un piatto freddo. Così, al decorso dei 60 giorni, lui decide di non contestare la scelta del datore di lavoro e di prendersi la disoccupazione. Nel frattempo, però, inizia la causa di separazione. Ed è proprio lì che la moglie scopre quali sono i rischi nel licenziare il coniuge. Difatti il marito, ormai rimasto senza stipendio, è tra i due il più povero, condizione questa che gli dà diritto a chiedere l’assegno di mantenimento. E il giudice glielo avrebbe di certo concesso se non avesse rilevato, nel caso di specie, che l’ex marito era ancora “giovane e forte” per lavorare. Al di là di questa circostanza, che costituisce ancora l’eccezione, la sentenza ci fa riflettere per il fatto che, a volte, non conviene lasciare sul lastrico il coniuge perché questa è la condizione tipica per chiedere il mantenimento a meno che l’altro coniuge – quello appunto più povero – abbia causato, con il proprio comportamento colpevole, la fine del matrimonio. Ad esempio, se Maria avesse lasciato Antonio per averlo scoperto con un’amante, il marito, seppur licenziato, non avrebbe mai avuto diritto all’assegno di mantenimento.

Per ottenere l’assegno di mantenimento – raccomanda la Corte – bisogna inoltre dimostrare il proprio stato di disoccupazione involontaria e il peggioramento del tenore di vita a seguito della separazione; inoltre non bisogna avere attitudini e capacità lavorative che presumibilmente consentono di ricollocarsi nel mercato del lavoro.

Ricordiamoci sempre che, alla luce delle nuove indicazioni in materia di divorzio fornite qualche giorno fa dalle Sezioni Unite [2], il coniuge che sia ancora in possesso di “capacità professionali che gli consentono di ricollocarsi nel mondo del lavoro” non ha diritto all’assegno di mantenimento. Ma con un’attenuante: quand’anche l’età e le capacità (fisiche e formative) dell’ex coniuge gli consentono di reimpiegarsi, va sempre tenuto conto del contributo fornito negli anni al patrimonio della famiglia. Il riferimento tacito è alle casalinghe che hanno rinunciato alla carriera per badare alla casa e ai figli. Di fronte a una donna che ha investito molto del suo tempo nella famiglia, è giusto riconoscerle un mantenimento. Diverso è per l’uomo che, spesso e volentieri, non sta più tempo a casa della donna e il suo contributo alla famiglia sposa il verbo riflessivo: la sua stessa carriera.

In sintesi, il diritto all’assegno divorzile verrà d’ora innanzi escluso in tutti quei casi in cui, pur sussistendo astrattamente una (rilevante) sproporzione tra le posizioni economico-patrimoniali delle parti, l’ex coniuge richiedente abbia i mezzi per condurre una vita autonoma e non abbia contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio familiare o dell’altro coniuge, poiché in tal caso la disparità non dipende dalle scelte di vita fatte dai coniugi durante il matrimonio.


note

[1] Cass. ord. n. 18894/18 del 17.07.2018.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/18 dell’11.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 giugno – 17 luglio 2018, n. 18894

Presidente Di Virgilio – Relatore Lamorgese

Fatti di causa

La Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 18 gennaio 2017, ha rigettato il gravame di Va. Dr. avverso l’impugnata sentenza che aveva rigettato la sua domanda di condanna del coniuge separato Ma. Sa. al pagamento di un assegno per il proprio mantenimento. La Corte ha ritenuto che il Dr. non aveva dimostrato il proprio staio di disoccupazione involontaria ed il peggioramento del proprio tenore di vita a seguito della separazione; che, al contrario, il suo tenore di vita contrastava con le difficoltà economiche allegale; che egli aveva attitudini e capacità lavorative che presumibilmente gli consentivano di ricollocarsi nel mercato del lavoro, a seguito del licenziamento da parte della società amministrata dalla moglie nella quale prima lavorava, anche tenuto conto delle rilevanti somme (Euro 500000) da lui percepite successivamente alla separazione, in relazione al pregresso lavoro e alla vendita di un immobile cointestato con la moglie.

Avverso questa sentenza il Dr. ha proposto ricorso per cassazione, cui si è opposta la Sa. con controricorso.

Ragioni della decisione

Il ricorrente ha denunciato motivazione mancante, o insufficiente

per non avere valutato il suo stato di disoccupazione dal marzo 2010, per avere illogicamente affermato che egli aveva attitudine e capacità lavorativa, per avere dato rilievo a fatti estranei al contenzioso (come il percepimento del prezzo di una vendila immobiliare e della buona uscita dalla società della moglie) e per avere erroneamente ritenuto non provato il tenore di vita dei coniugi, mentre era documentalmente provato lo squilibrio economico tra le parti.

Il ricorso è inammissibile, risolvendosi, da un lato, nella critica dell’accertamento del fatto compiuto dal giudice di merito che è insindacabile in sede di legittimità in presenza di motivazione idonea a rivelare la ratio decidenti e, dall’altro, nella critica della sufficienza del ragionamento logico posto dal medesimo giudice a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile, a norma del novellato art. 360 n. 5 c.p.c. (Cass., sez. un., n. 8053 e 8054 del 2014).

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile; condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 2.800,00, di cui Euro 100,00 per esborsi.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.


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