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Stalking di un collega sul lavoro: cosa fare

11 agosto 2018


Stalking di un collega sul lavoro: cosa fare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 agosto 2018



Un mio collega di lavoro si rivolge a me spesso insultandomi con grosse parolacce e per due volte ha anche tentato di mettermi le mani al collo. Tutto questo avendo l’accortezza di non farlo mai davanti ad altre persone. Le stesse cose sono successe anche ad altri due miei colleghi ai quali ha anche minacciato di fare violenza tramite un suo amico albanese. Questi sono vari episodi successi in giorni diversi. Cosa posso fare?

Le condotte subite dai colleghi di lavoro del lettore sono passibili sia di denuncia penale, che di procedimento risarcitorio civile.

Dal punto di vista penale, queste condotte – se idonee a cagionare un perdurante e grave stato di ansia nel lettore, o la paura di un fondato timore per l’incolumità propria, tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita – integrano il reato di stalking lavorativo: “gli atti persecutori si inquadrano in un ambito in cui o non vi sono affatto legami di tipo domestico (ad esempio maturano in un contesto lavorativo o di semplice conoscenza) o riguardano soggetti già legati in precedenza da una semplice relazione sentimentale” (Ufficio Indagini preliminari Termini Imerese, 24/10/2011).

Inoltre, l’aver subito l’intimidazione riferita all’albanese ha integrato l’ulteriore reato di minaccia che, comunque, sarebbe assorbito dallo stalking, in quanto reato più grave.

Il fatto che non ci sono testimoni oculari non è da ostacolo alla presentazione di una querela, poiché le parole del lettore e quelle che riferirà al Giudice – in qualità di persona offesa – possono essere sufficienti per far ottenere una condanna nei confronti del collega.

Dal punto di vista civile, invece, il lettore potrà citare in giudizio il collega per ottenere il risarcimento dei danni morali patiti dai continui insulti che configurano una condotta ingiuriosa, oggi depenalizzata, ma sempre tutelabile in sede civile.

Inoltre, quelle condotte hanno pure configurato l’istituto del mobbing orizzontale che si caratterizza per i continui atti persecutori subiti non dal datore di lavoro, bensì da un’altra figura equivalente al lettore, quale – nel caso – il suo collega.

Sul punto, la Cassazione ha avuto modo di pronunciarsi riconoscendo una corresponsabilità sia del soggetto agente (il Collega) che del datore di lavoro il quale “è responsabile non solo ove direttamente rechi danno alla personalità del lavoratore, ma altresì nel caso in cui non si attivi per la cessazione dei comportamenti scorretti posti in essere dai colleghi di lavoro del dipendente” (Cassazione civile, sez. lav., 29/08/2007, n. 18262).

Tuttavia, per far sorgere questa responsabilità anche in capo al datore di lavoro, occorrerà informare questi dei fatti al fine permettere l’intervento disciplinare nei confronti del collega vessante e, in caso di omesso intervento, di far sorgere la responsabilità anche in capo ad egli.

Infatti, in tema di mobbing orizzontale, il datore di lavoro risponde dei danni subiti dal dipendente, vessato dai colleghi, se non ha vigilato e non ha fatto nulla per far cessare i soprusi (Cassazione civile, sez. lav., 20/07/2007, n. 16148).

Tanto premesso, quello che si consiglia di fare al lettore è:

– in sede penale, presentare una querela alla Procura della Repubblica per far attivare il procedimento penale a carico del suo collega,

– in sede civile, attendere gli sviluppi del primo procedimento, poiché la sentenza di condanna gli servirebbe per evitare di provare i fatti in sede civile,

– in sede lavorativa, denunciare i fatti al suo datore di lavoro al fine di far cessare quelle condotte o, in mancanza, di poter denunciare anche il datore, per l’eventuale negligenza nell’intervento.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla

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