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Conto cointestato: somme prelevate quando la coppia è in crisi

19 Luglio 2018
Conto cointestato: somme prelevate quando la coppia è in crisi

Come si dividono i soldi sul conto corrente personale o cointestato nel caso in cui marito e moglie decidano di separarsi.

Tu e tua moglie vi state per separare. Avete un conto corrente cointestato su cui, di tanto in tanto, versi una parte dei redditi che percepisci con il tuo lavoro. Lo scopo è quello di gestire congiuntamente i risparmi da destinare alle esigenze della famiglia. Così, visto che siete in comunione legale dei beni, avete pensato bene di intestare il conto a entrambi, in modo che ciascuno dei due sia autorizzato a effettuare prelievi allo sportello o al bancomat. Pochi giorni prima dell’udienza per la separazione però, temendo che il giudice divida tra voi due il conto corrente cointestato, fai un prelievo sostanzioso e versi il denaro sul tuo conto corrente personale. Senonché lei se ne accorge e,  per ottenere la restituzione della sua parte di soldi, deposita in tribunale l’estratto conto che dimostra la movimentazione da te eseguita. La sua pretesa è che tu ripristini la provvista (versando di nuovo la somma prelevata); in alternativa chiede di ottenere la metà dei soldi che hai preso per te, secondo le regole proprie della comunione. Come deciderà il giudice? In caso di conto cointestato, qual è la sorte delle somme prelevate quando la coppia è in crisi? Sul punto è intervenuta una recente ordinanza della Cassazione [1] che ha spiegato come dividere i risparmi depositati in banca quando marito e moglie decidono di separarsi. Vediamo dunque quali sono le regole per questa ipotesi tutt’altro che rara.

Quando la coppia in regime di comunione si separa, i conti correnti devono essere divisi a meno che non siano stati costituiti con soldi ottenuti da eredità, donazioni o da risarcimento del danno. Quindi il conto su cui viene accreditato lo stipendio, anche se intestato a uno solo dei coniugi, va diviso. Tanto più ciò vale per i conti cointestati.

Invece nel caso di coppia in regime di separazione dei beni i conti correnti non vanno divisi a meno che non siano stati cointestati. In tal caso bisognerà procedere alla spartizione al 50%, a meno che uno dei due coniugi riesca a dimostrare che il denaro in banca è il frutto unicamente del proprio lavoro e che l’intestazione è fittizia, realizzata solo al fine di garantire all’altro una disponibilità economica per il ménage familiare.

Forse siamo stati un po’ frettolosi nella spiegazione. Cerchiamo allora di ripetere questi concetti con maggiore chiarezza e precisione in modo da comprendere bene la sorte delle somme prelevate dal conto cointestato quando la coppia è in crisi.

Coppie in comunione dei beni: che fine fanno i soldi sul conto corrente?

Tornando all’ipotesi della coppia in regime di comunione dei beni, il denaro sul conto corrente, anche quello intestato solo al marito o solo alla moglie, fa parte di quella che viene tecnicamente detta “comunione de residuo” tra i coniugi, ossia di quei beni che, pur restando di proprietà individuale quando la coppia è ancora unita, vanno invece divisi quando interviene la separazione.

Ad esempio, Mario e Renata sono sposati in regime di comunione. Mario ha un conto corrente a sé intestato su cui gli viene accreditato lo stipendio. Finché i due restano insieme, Mario resta l’unico proprietario del conto ed è libero di farne ciò che vuole, di spendere i soldi come meglio crede (fermo restando l’obbligo di contribuire alle esigenze familiari) ed eventualmente anche di estinguerlo. Renata non potrà contestargli nulla. Se però i due decidessero di separarsi, Renata avrebbe diritto alla metà del conto corrente di proprietà di Mario.

Lo stesso vale per il conto intestato a Renata e, ovviamente, per i conti cointestati a entrambi i coniugi.

Quindi, in vista dell’imminente causa di separazione, il marito non può pretendere di prelevare una somma dal conto senza poi doverla restituire alla moglie perché, così facendo, violerebbe la regola della comunione de residuo. Renata potrà a propria difesa chiedere:

  • che la provvista sul conto venga ripristinata con il versamento dell’importo sottratto da Mario illecitamente qualche giorno prima della separazione;
  • oppure che le sia versata una somma pari al 50% di quella prelevata senza consenso.

Coppie in comunione dei beni: che fine fanno i soldi sul conto corrente?

Nel caso di coppie in separazione dei beni, non si pongono particolari problemi: i conti restano di proprietà del relativo intestatario. Se si tratta di conti cointestati, questi vanno divisi in parti uguali.

Questa regola tuttavia trova un’eccezione nel caso in cui uno dei due coniugi riesca a dimostrare che il conto corrente è composto unicamente da proventi personali (ad esempio attività imprenditoriale o stipendi di lavoro dipendente) e cointestati alla moglie non per scopo di donazione ma solo al fine di garantirle un budget da destinare alla famiglia. In tal caso, fornendo una dimostrazione del genere, si ha diritto all’interezza del conto corrente e non solo alla metà. Ma è necessario dare una prova certa della provenienza del denaro (ad esempio la tracciabilità degli accrediti da parte del datore di lavoro).


note

[1] Cass. ord. n. 18869/18 del 17.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 12 – 17 luglio 2018, n. 18869

Presidente Genovese – Relatore Bisogni

Fatto e diritto

Rilevato che:

1. il tribunale di benevento, con sentenza n. 620/2015, in accoglimento della domanda proposta da b.r. , nei confronti di s.s. , ha disposto lo scioglimento della comunione legale fra i coniugi mediante versamento in favore della sig.ra b. della somma di euro 81.669,80, pari al 50% della somma prelevata dal sig. s. dal conto corrente cointestato con la b. e versata su un conto corrente intestato in via esclusiva al s. il 18 giugno 2004 e cioè sei giorni prima della omologazione della separazione del 22 giugno 2004. il tribunale ha ritenuto infondata la difesa del convenuto il quale ha dedotto che la somma in questione corrispondeva allo stipendio percepito dal suo datore di lavoro e alle entrate derivanti dalla sua attività amatoriale di musicista ed era stata destinata al soddisfacimento di esigenze della propria famiglia.

2. la corte di appello di napoli, con sentenza n. 106/2017, ha respinto l’appello di s.s. rilevando che non è stata offerta la prova della provenienza della somma oggetto del giudizio dai proventi dell’attività professionale e amatoriale del s. , che i titoli depositati sul conto corrente erano anch’essi cointestati ai coniugi s. -b. , che non vi era alcuna prova che le somme prelevate fossero state impiegate per il soddisfacimento di esigenze familiari e anzi dalla deposizione del figlio s.f. risultava il contrario.

3. ricorre per cassazione s.s. che deduce: a) violazione e falsa applicazione degli artt. 117 c.c. lett. b) e c) e dell’art. 178 c.c., in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c.; b) violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c.., in relazione all’art. 360 nn. 3 e 5 c.p.c. omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

4. si difende con controricorso b.r. .

Ritenuto che:

5. Il ricorso è inammissibile. La ragione sottostante alla decisione della Corte di appello è consistita nel ritenere fondato il diritto della B. sia sotto il profilo della appartenenza della somma a un conto cointestato, e quindi sulla base della disciplina della comunione ordinaria, che sotto il profilo della appartenenza della somma alla comunione de residuo fra i coniugi. Sotto entrambi i profili la Corte di appello ha rilevato che, ai fini della esclusione del diritto della B. , gravava sull’odierno ricorrente l’onere di provare la provenienza delle somme prelevate dalla sua attività professionale e amatoriale e la avvenuta destinazione delle stesse ad esigenze familiari. Nessuna di queste circostanze è stata provata dal S. secondo la Corte di appello che ha pertanto ritenuto le somme comuni ab origine e comunque soggette al regime della comunione de residuo.

6. Il ricorrente non censura, se non genericamente, la motivazione della Corte di appello per ciò che concerne la applicazione delle norme in materia di comunione e di comunione legale fra i coniugi. Non specifica inoltre quali sono fatti i decisivi che la Corte di appello non avrebbe valutato.

7. Va pertanto dichiarata la inammissibilità del ricorso con condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile (rigetta) il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi Euro 4.10.00 di cui 100 per spese, oltre spese forfettarie e accessori di legge. Dispone omettersi nella pubblicazione della presente sentenza l’indicazione dei nominativi e dei dati identificativi delle parti.

Ai sensi dell’art. 13 c.1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, ex art. 13 comma 1 bis.


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