Diritto e Fisco | Editoriale

Legittima difesa: come comportarsi

8 Marzo 2019


Legittima difesa: come comportarsi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 Marzo 2019



Non è legittima difesa per chi accetta una sfida o reagisce a una situazione di pericolo volontariamente determinata o alla cui determinazione egli stesso abbia concorso nonostante possa allontanarsi dal luogo senza pregiudizio e senza disonore.

Quando si parla di legittima difesa è facile cadere in tentazione. Con essa infatti si tende spesso a giustificare una reazione sproporzionata, dettata solo dall’ira e dalla vendetta, non invece dalla necessità così come dovrebbe essere. Eppure scopo della legittima difesa è tutelare quelle situazioni di pericolo urgente – quelle a cui non si può fare rimedio in altro modo – ove è necessario proteggere se stessi o un proprio caro. Tuttavia, in presenza di un’aggressione è facile perdere la misura e il senso delle cose, così come è facile sopravvalutare – per prudenza – le possibili azioni dell’avversario. Sbagliare nella reazione e oltrepassare i limiti della legittima difesa potrebbe quantomeno portare a un’incriminazione per “eccesso colposo”. Ecco perché è necessario sapere, in caso di legittima difesa, come comportarsi. E un utile vademecum è stato fornito di recente dalla Cassazione [1].

La Corte ha ricordato quali sono i limiti e i confini di tale “causa di giustificazione”, spiegando ancora una volta, a chi della legittima difesa vuol fare un’arma e non uno strumento di protezione, fin dove la reazione può essere considerata una protezione e non una violenza gratuita.

In verità, a stabilire come comportarsi in caso di legittima difesa è lo stesso Codice penale che, con un’unica norma [2], ha sintetizzato in modo magistrale quali sono le possibili scelte che ha la vittima di un reato. Questa disposizione dice che non è punibile chi ha commesso un illecito penale per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui dal pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. Regole speciali sono poi dettate per le aggressioni all’interno del domicilio, dove la situazione di pericolo, in presenza di determinati requisiti, si presume e non chiede prove (leggi sul punto Come cambia la legittima difesa). Nella legittima difesa domiciliare è sempre esclusa la colpa di chi spara se l’errore, in situazioni di pericolo per la vita e la libertà personale o sessuale, è conseguenza di un grave turbamento psichico causato dall’aggressore.

Ma procediamo con ordine e vediamo, concretamente, alla luce della nuova sentenza della Suprema Corte, in caso di legittima difesa, come comportarsi.

Condizioni della legittima difesa

Perché vi possa essere legittima difesa sono necessari una serie di presupposti:

  • la necessità di salvaguardare un diritto proprio o altrui;
  • la lesione a un diritto;
  • il pericolo attuale;
  • l’offesa ingiusta;
  • la non volontarietà del pericolo;
  • la proporzione tra offesa e difesa.

Tratteremo tutti questi requisiti, seppur in forma sintetica, qui di seguito. Tuttavia per maggiori approfondimenti leggi Quando è legittima difesa.

La necessità

Chi viene aggredito può reagire ed esercitare la legittima difesa solo se posto con le spalle al muro, se cioè non ha altra possibilità di salvare sé stesso o un proprio caro dall’aggressione. L’alternativa deve essere: o reagire o subire. Quindi è esclusa la legittima difesa se la vittima ha tutto il tempo di chiamare la polizia o di nascondersi. In altre parole, la reazione deve essere, nella circostanza, l’unica difesa possibile, perché non sostituibile con altra meno dannosa per l’aggressore, ugualmente idonea a tutelare la vittima. Non dimentichiamo infatti che la legittima difesa è una forma residuale di autotutela lasciata dall’ordinamento al singolo cittadino tutte le volte in cui non è possibile far intervenire chi è legittimato ad utilizzare la forza, cioè lo Stato.

La lesione a un diritto

Perché si possa agire in legittima difesa è necessario che vi sia una condotta illecita dell’aggressore che lede un diritto proprio o altrui. Non si può parlare di legittima difesa nel caso, ad esempio, del poliziotto che tenta di trascinare fuori da un alloggio l’abusivo il quale, infatti, non ha alcun diritto sull’immobile non suo. Il diritto da difendere non deve necessariamente essere la propria incolumità fisica o la vita, ben potendo anche essere il patrimonio (ad esempio il portafogli o una cassaforte). Ciò che però si richiede è che la difesa sia proporzionata all’offesa (di tanto parleremo più avanti): il che vuol dire che non si può dare una coltellata a chi tenta di scippare una borsa.

Il pericolo attuale

Non si può agire in legittima difesa se l’aggressore è ancora lontano. Non esiste la legittima difesa in via preventiva. La situazione di pericolo deve essere attuale e incombente. Non è neanche possibile parlare di legittima difesa quando il pericolo è ormai lontano; pertanto non si può sparare al ladro che ormai è scappato con la refurtiva.

L’offesa ingiusta

Si può esercitare la legittima difesa solo se l’offesa che si sta ricevendo è ingiusta. Può sembrare l’ennesima ripetizione ma non lo è. Non si può, ad esempio, invocare la legittima difesa se una persona, a cui è stata sottratta la bicicletta, tenta di riprendersela con “le maniere forti”.

La non volontarietà del pericolo

Il pericolo non deve essere stato determinato dalla stessa vittima che intende reagire. Ad esempio, non è legittima difesa se ci si difende dall’aggressione di una persona che è stata provocata dalla stessa vittima. Così come nella rissa non si può invocare la legittima difesa.

La proporzione tra offesa e difesa

La difesa è legittima solo se, oltre a tutti i requisiti appena elencati, è proporzionata all’offesa. In pratica bisogna mettere sulla bilancia i due diritti lesi: quello della vittima e quello dell’aggressore che, a sua volta, è vittima della legittima difesa e valutare se i due hanno la stessa importanza. Non si può ledere un diritto dell’aggressore più importante di quello da quest’ultimo leso. Ad esempio non si può uccidere una persona solo perché questa ha tirato un pugno in faccia a un’altra (da un lato c’è il diritto alla vita, che sicuramente è il più importante di tutti, e dall’altro quello all’incolumità fisica). Così come non si può ferire con un colpo di pistola un ladro non armato (da un lato c’è il diritto all’incolumità fisica e dall’altro il semplice diritto sul proprio patrimonio).

A seguito della riforma del 2006 prima e del 2019 poi, nei casi di violazione di domicilio, la proporzionalità tra difesa e offesa sussiste sempre, purché vi sia pericolo per la propria incolumità o per i propri beni (ma, in quest’ultimo caso, deve contestualmente sussistere il pericolo per la propria o altrui incolumità, ovvero il pericolo per i propri beni, quando non vi è desistenza da parte del malintenzionato e vi è pericolo di aggressione).

In poche parole, dopo le modifiche del 2019 la difesa domiciliare gode di un regime privilegiato, poiché il giudice non dovrà verificare la proporzionalità tra la difesa e l’offesa: la proporzionalità sussiste per legge, purché ricorrano tutti gli altri elementi della legittima difesa.

Niente legittima difesa se l’agente percepisce il pericolo per sé ma sceglie di affrontare la vittima

La differenza tra provocazione e legittima difesa

Una cosa è la provocazione, un’altra la legittima difesa. Chi reagisce a un torto subito ed eccede nella reazione può chiedere un’attenuante sulla pena per essere stato provocato ma non certo può parlare di legittima difesa, per cui sarà ugualmente punito. È questo l’utile chiarimento fornito dalla Cassazione l’altro giorno [1].

Per avere l’attenuante della provocazione è necessario:

  • lo stato d’ira (costituito da un’alterazione emotiva che può anche protrarsi nel tempo e non essere in rapporto di immediatezza con il fatto ingiusto altrui);
  • il fatto ingiusto altrui (che deve essere connotato dal carattere dell’ingiustizia obiettiva, intesa come effettiva contrarietà a regole giuridiche, morali e sociali, reputate tali nell’ambito di una determinata collettività in un dato momento storico e non con riferimento alle convinzioni dell’imputato e alla sua sensibilità personale);
  • il rapporto di causalità psicologica tra l’offesa e la reazione.

Come abbiamo visto, i presupposti della legittima difesa sono ben altri.

Come comportarsi nella legittima difesa

Non si può parlare di legittima difesa per chi accetta una sfida, o reagisce a una situazione di pericolo volontariamente determinata, o alla quale ha concorso malgrado la possibilità di allontanarsi dal luogo «senza pregiudizio e senza disonore».

Questo principio è stato affermato a seguito di una grave vicenda. Un uomo, dopo aver subito delle minacce verbali da parte del cognato al telefono, lo aveva affrontato ma solo per farlo ragionare senza volergli fare male o vendicarsi. Era però consapevole del pericolo che correva vista la nota aggressività di quest’ultimo. Diversa la ricostruzione dei giudici di merito. Le minacce telefoniche non possono infatti considerarsi un pericolo attuale: c’è tutto il tempo di denunciare e chiamare la polizia. L’imputato aveva scelto liberamente di incontrare l’uomo, che si era presentato in evidente stato di alterazione sotto l’effetto di alcol e droga e forte della maggiore prestanza fisica. La vittima si era avventata contro l’imputato gettandolo a terra, a quel punto il ricorrente aveva raccolto il coltello che il cognato aveva con sé e che era caduto e lo aveva colpito più volte. Per i giudici il ricorrente aveva deciso di affrontare una situazione di rischio pur potendo sottrarsi. E aveva scelto di usare il coltello invece di limitarsi a brandirlo. Quindi non si può parlare di legittima difesa.

note

[1] Cass. sent. n. 33707/2018.

[2] Art. 52 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 16 marzo – 19 luglio 2018, n. 33837

Presidente Vessichelli – Relatore Micheli

Ritenuto in fatto

Il difensore di T.M. ricorre avverso la pronuncia indicata in epigrafe, in forza della quale è stata confermata la condanna del suo assistito per un reato di lesioni personali pluriaggravate, ed è stata inoltre accolta – in parziale riforma della decisione di primo grado – la richiesta della parte civile T.V. di subordinare il beneficio della sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale disposta in suo favore, a titolo di risarcimento del danno. Quest’ultima richiesta era stata avanzata in ragione dell’inerzia dell’imputato, il quale non aveva provveduto ad effettuare ancora alcun pagamento, del tempo trascorso dai fatti, della gravità delle lesioni e dei vari tentativi dell’odierno ricorrente (secondo quanto rappresentato dall’accusa privata) di sottrarsi all’obbligazione.

La difesa lamenta, a quest’ultimo riguardo, l’inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 443 e 576 cod. proc. pen.: nel ricorso viene precisato che non risulta documentato in atti alcun tentativo dell’imputato di sottrarsi ai propri doveri, ed appare comunque evidenziata la carenza di legittimazione della parte civile, che con il proprio gravame avrebbe travalicato i limiti espressamente previsti dall’art. 576 del codice di rito, impugnando un capo della sentenza non riguardante né l’azione né gli interessi civili. A parere del ricorrente, peraltro, l’accoglimento della richiesta de qua avrebbe comportato una reformatio in peius della sentenza di primo grado.

Con ulteriore motivo di doglianza, il difensore di T.M. deduce violazione di legge e vizi della motivazione della sentenza impugnata, con riguardo all’omesso riconoscimento della causa di giustificazione della legittima difesa.

Secondo la ricostruzione del ricorrente, egli si era trovato in auto con la compagna (già coniuge della persona offesa) e il figlio di lei; ad un certo punto, aveva notato che la parte civile li stava seguendo a bordo di un’altra vettura, gesticolando nella loro direzione. Successivamente, T.V. si sarebbe affiancato con quell’auto alla loro, per poi scendere e colpire l’imputato al viso con qualcosa. Assumeva infine di aver estratto il cacciavite per difendersi dall’aggressione: la presunta vittima, infatti, era di corporatura molto più robusta di lui, e già in passato aveva usato minacce nei suoi confronti.

L’atto di impugnazione si sofferma sulla sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della legittima difesa: l’ingiustizia dell’aggressione, in quanto non causata da comportamenti dell’imputato; l’attualità del pericolo, vista l’ostilità pregressa e l’atteggiamento persecutorio della persona offesa nei confronti del ricorrente e della sua compagna; la proporzione tra offesa e difesa, considerata la maggiore stazza dell’avversario.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è in parte fondato.

2. Le censure della difesa dell’imputato non possono condividersi in ordine all’invocata causa di giustificazione ex art. 52 cod. pen., stante la chiara dinamica dei fatti esposta in entrambe le pronunce di merito.

La ricostruzione offerta da T.V. è che egli si era recato in auto presso l’abitazione della donna per prelevare il figlio, ma prima ancora di scendere dalla vettura era stato raggiunto dall’imputato: una volta abbassato il finestrino per chiedergli cosa volesse, l’odierno ricorrente l’aveva colpito in volto con un oggetto appuntito, e ne era derivata – dopo che la persona offesa, accortasi del sangue, era scesa dall’auto – una zuffa tra i due. La Corte territoriale, come già il Tribunale, aveva tenuto conto delle dichiarazioni di tutti i soggetti coinvolti, giungendo a ritenere aderente al vero che quella colluttazione avesse in realtà preceduto l’aggressione con un cacciavite: proprio l’attuale compagna dell’imputato, in particolare, aveva riferito di un primo scontro consumatosi fuori dalle vetture e di una successiva condotta di T.M. che, impugnato il cacciavite, aveva preso a colpire ripetutamente il rivale, nel frattempo tornato a bordo dell’auto.

Ergo, pur tenendo conto della pregressa condotta della persona offesa, financo persecutoria in danno della ex moglie, nonché della conflittualità di rapporti fra i protagonisti della vicenda, la legittima difesa era da escludere: da un lato, l’aggredito non aveva utilizzato e non disponeva di alcuno strumento atto a offendere (sì da non potersi ravvisare alcuna proporzionalità della presunta reazione rispetto ad un attuale o potenziale comportamento violento della controparte); dall’altro, in punto di inevitabilità del pericolo per la propria incolumità, l’imputato era comunque sceso dalla propria auto, accettando lo scontro quando avrebbe potuto agevolmente allontanarsi, per poi giungere a colpire la parte civile nel momento in cui la prima fase del diverbio si era già conclusa.

La giurisprudenza di legittimità, con un consolidato orientamento interpretativo, afferma a riguardo che “è configurabile l’esimente della legittima difesa solo qualora l’autore del fatto versi in una situazione di pericolo attuale per la propria incolumità fisica, tale da rendere necessitata e priva di alternative la sua reazione all’offesa mediante aggressione” (Cass., Sez. I, n. 51262 del 13/06/2017, Calì, Rv 272080). Né il T. , già con riguardo alla prima fase della contesa, avrebbe potuto far valere motivi di “onore” sottesi alla scelta di fronteggiare l’ex marito della sua attuale compagna, atteso che “in tema di legittima difesa, la reazione è necessaria quando è inevitabile vale a dire non sostituibile da un’altra meno dannosa, ugualmente idonea ad assicurare la tutela dell’aggredito. Ne consegue che l’allontanamento di costui, se non fa correre alcun pericolo anche a terzi, deve essere la soluzione obbligata, in quanto la reazione è pur sempre un atto violento al quale si deve ricorrere come extrema, davvero inevitabile, ratio per salvare un proprio bene, e non per sacrificare l’onore” (Cass., Sez. IV, n. 9256 del 25/05/1993, Barraca, Rv 195857).

3. È invece fondato il primo motivo di ricorso.

Dopo una pluralità di pronunce che avevano escluso la possibilità per la parte civile di impugnare la decisione del giudice di non subordinare la sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno (v. Cass., Sez. VI, n. 43188 del 22/09/2004, Riti), la legittimazione de qua era stata invece riconosciuta con un arresto del 2013 (Cass., Sez. II, n. 22342 del 15/02/2013, Cafagna), dove si era sottolineata l’incidenza delle modifiche introdotte dalla legge n. 689/1981 al testo originario dell’art. 165 cod. pen.; in particolare, si era fatto osservare che l’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato, espressamente prevista a far data dalla novella anzidetta, costituisse una ipotesi di subordinazione del beneficio ulteriore rispetto a quelle (già contemplate dalla norma, e considerate strettamente riparatorie del danno civilistico) dell’adempimento dell’obbligo di restituzione o di risarcimento e della pubblicazione della sentenza.

Tuttavia, le più recenti decisioni sono tornate a sposare l’orientamento precedente, giungendo ad affermare che “la parte civile non è legittimata a proporre impugnazione ex art. 576 cod. proc. pen. avverso il capo della sentenza di condanna che non abbia subordinato la concessione della sospensione condizionale della pena al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno, in quanto tale statuizione non riguarda l’azione civile e gli interessi civili, ma gli obblighi imposti al condannato circa l’eliminazione delle conseguenze dannose del reato” (Cass., Sez. VI, n. 38558 dell’08/09/2015, C., Rv 264610). Ciò in quanto deve ritenersi che tutte le disposizioni contenute nell’art. 165 cod. pen., concernenti il potere del giudice di subordinare la concessione del beneficio alla eliminazione di ogni forma di conseguenza dannosa o pericolosa del reato, non riguardino il danno civilistico patrimonialmente inteso, bensì il danno criminale, cioè quelle conseguenze, diverse dal pregiudizio economicamente apprezzabile e risarcibile, che strettamente ineriscono alla lesione o alla messa in pericolo del bene giuridico tutelato dalla norma penale violata).

4. Si impongono, pertanto, le determinazioni di cui al dispositivo.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, limitatamente al punto in cui subordina la sospensione condizionale della pena al pagamento della provvisionale, statuizione che elimina.

Rigetta nel resto il ricorso.


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2 Commenti

  1. E’ FACILE PER I GIUDICI DARE SENTENZE DI QUESTO TIPO, VORREI VEDERE SE UN FATTO DI CUI STIAMO PARLANDO SUCCEDESSE A LORO E ALLA LORO FAMIGLIA, O AD UN POLITICO, VIOLAZIONE DI DOMICILIO E AGGRESSIONE E VIOLENZA AD UNA DONNA DI UN GIUDICE O DI UN POLITICO.
    UNO ENTRA IN CASA MENTRE LA FAMIGLIA DORME, SENZA SUONARE FORZANDO LA PORTA O UNA FINESTRA, SENTE IL RUMORE SI ALZA SI RITROVA DIFRONTE UNO O PIU’ PERSONE SCONOSCIUTE E CAPISCE LE LORO INTENZIONI, NON VEDE UN’ARMA IN MANO LORO’ COSA DEVE FARE CHIAMARE I CARABINIERI GLI DANNO IL TEMPO, NON VEDO UN’ARMA, CHI MI DICE CHE NON CE L’HANNO IN TASCA E PRONTI A TIRARLA FUORI, CHI MI DICE CHE NON SONO ESPERTI DI ARTI MARZIALI, INVECE LA SITUAZIONE E’ MOLTO SEMPLICE VIOLAZIONE DI DOMICILIO LA PERSONA CHE SUBISCE QUESTO REATO HA TUTTI I DIRITTI DI DIFENDERSI COME MEGLIO CREDE, E QUESTO NON DEVE ESSERE SOLO PER I POLITICI E FAMILIARI E PER I GIUDICI E FAMILIARI, POI PER GLI ALTRI VIENE APPLICATA LA LEGGE SECONDO L’INTERPRETAZIONE DEL GIUDICE.
    BASTA NE ABBIAMO LE TASCHE PIENE DI QUESTI GIUDICI, LO STATO CI TOGLIE SOLDI DI GIORNO E DI NOTTE, POI ARRIVANO I GIUDICI CON LE LORO INTERPRETAZIONI SULLE LEGGI PERMETTONO AD ESTRANEI DI FARE VIOLAZIONE DI DOMICILIO E IL TUTTO RESTO, IMPORTANTE CHE NON SIA A CASA LORO E DI UN POLITICO.
    I LADRI CHE ENTRANO NELLE CASE DEI POVERI ITALIANI NON SONO STUPIDI NON VANNO NELLE CASE DEI POLITICI E DEI GIUDICI PERCHE’ VERREBBE CAMBIATA SUBITO LA LEGGE SULLA VIOLAZIONE DI DOMICILIO, MI AUGURO CHE SALVINI MANTENGA LE PROMESSE FATTE SE GLI DARANNO IL TEMPO DI FARLE.
    VOGLIAMO PARLARE DELLO SCANDALOSO SU BORSELLINO COME LA GIUSTIZIA INSIEME A QUALCHE EX PRES. SI SONO COMPORTATI E’ MEGLIO NON PARLARNE ALTRIMENTI SI DOVREBBE RIPETERE QUELLA FAMOSA MARCIA SU PORTA PIA.

  2. Già il linguaggio delle norme è astruso, al limite della interpretazione umana, per cui c’è sempre bisogno alla fine dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria cosa che cozza con la reazione immediata relegandoti nel torto.
    La LEGITTIMA DIFESA, senza scomodare a sproposito gli USA, è un diritto che precede e legittima la libertà: se ti è vietato difenderti NON SEI LIBERO. I buontemponi del “spetta alle forze dell’ordine intervenire” lasciamoli al circo Togni. Le armi detenute in Italia corrispondono all’11% della popolazione (Armi & Tiro) ben più delle stime ufficiali: 1.360.000, chi parla di FarWest prossimo venturo non sa che dice infatti chi dopo una lite corre a prendere il revolver in casa per vendicarsi è sempre un malavitoso, arma irregolare e matricola abrasa. Le norme di comportamento dei giudici sono astrazioni dalle quali non può dipendere la vita delle persone. Emblematico il caso di Igor il Russo. Costui entra nel locale con doppietta spianata, spara un colpo a terra e minaccia il titolare che, per nulla intimorito, lo disarma e gli punta l’arma senza sparare. Igor ne approfitta per scappare nel retrobottega, estrarre dalla tasca una Colt 45 magnum, rientrare e freddare il poveruomo ligio alle leggi dello Stato. A parti invertite il titolare sarebbe sopravvissuto, insieme alle vittime successive di Igor, ma per lui sarebbe iniziato il calvario in tribunale dove, anche uscendone vincitore, avrebbe speso almeno 100.000 € in difesa del suo operato di eccesso di difesa. A conclusione di questo sfogo, e sempre in riferimento all’astrazione dei greci causa di ogni n ostro male, passato, presente e futuro, mi domando con che coraggio si chieda alla gente di intervenire quando si verificano atti di aggressione nei luoghi pubblici del Belpaese.

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