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Donare la nuda proprietà di casa alla badante per sfuggire ai creditori

22 Luglio 2018
Donare la nuda proprietà di casa alla badante per sfuggire ai creditori

Cessione della casa, con riserva di usufrutto, in cambio di assistenza: la revocatoria può rendere inefficace tale tipo di contratto?

Sei anziano e, prima di morire, non vuoi lasciare debiti ai tuoi parenti dimodoché questi possano accettare l’eredità senza indugi. Hai però ancora un creditore che ti sta alle costole e non molla la presa. Di tanto in tanto ti notifica una diffida con cui interrompe i termini di prescrizione. Ha anche tentato il pignoramento della pensione ma non c’è riuscito visto che sei al di sotto del “minimo vitale”. Tutto ciò che hai è una casa di proprietà, di valore non particolarmente elevato, che però vorresti lasciare alla tua unica figlia come ricordo. Se gliela donassi – ti ha detto il tuo avvocato – l’atto sarebbe facilmente revocabile. Lo stesso ti ha allora consigliato di simulare una vendita con una persona estranea alla famiglia ma di tua fiducia. E l’unica persona su cui davvero puoi mettere la mano sul fuoco è la tua badante. Ma questa non ha neanche un euro da darti per simulare uno spostamento di denaro dal suo al tuo conto corrente. Così avete deciso un espediente: le cederai la nuda proprietà, trattenendoti l’usufrutto, in cambio di assistenza fino all’ultimo giorno di vita. Una soluzione del genere ti mette al sicuro da un possibile pignoramento da parte dei creditori? Si può donare la nuda proprietà della casa alla badante per sfuggire ai creditori? Non ci crederai, ma una situazione del tutto identica è stata decisa l’altro giorno dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto in merito i giudici supremi.

Perché si può revocare una donazione o la vendita?

Quando ti spogli di un bene, ossia lo cedi a un’altra persona, diminuisci il tuo patrimonio. Pertanto, se un domani i creditori dovessero tentare un pignoramento nei tuoi confronti potrebbero restare insoddisfatti. Ecco perché la legge prevede la cosiddetta azione revocatoria volta a rendere inefficaci tutte le cessioni di beni (soprattutto immobili ma anche di denaro) che impoveriscono il debitore. Il termine per agire è di cinque anni dall’atto. È più facile però revocare una donazione che una vendita; questo perché, in quest’ultimo caso, bisogna anche tutelare un soggetto terzo che, in buona fede, ha già pagato per avere il bene. Pertanto, la disciplina è la seguente.

  • per revocare una donazione è sufficiente dimostrare che il donante, a seguito della cessione del bene, non ha più sufficienti averi per consentire ai creditori, in caso di pignoramento, di soddisfarsi. Questa condizione viene definita, dai tecnici del diritto, come “intento fraudolento del debitore”, intento che appunto si evince dal fatto di essere rimasto “povero”. Se però il debitore, anche a seguito della donazione, dovesse ancora avere la proprietà di altri beni di valore pari o superiore ai propri debiti, la revoca della donazione non può essere intrapresa. Ad esempio, se il debitore di 100mila euro dona la casa e non ha altri beni, si può esperire la revocatoria; se invece ha altri patrimoni (ulteriori immobili, un cospicuo conto in banca, ecc.) la revocatoria non si può esercitare. Non è tutto. Con una recente riforma al codice civile si è disposto che, sempre in caso di donazione, il bene regalato può essere ugualmente pignorato nel primo anno, anche senza bisogno di revocatoria, se il creditore trascrive il pignoramento nei pubblici registri immobiliari. In pratica se nei 12 mesi successivi alla donazione il creditore agisce col pignoramento può aggredire l’immobile direttamente anche se già passato di proprietà a un terzo (il donatario);
  • per revocare una vendita è necessario qualcosa in più perché, come detto, bisogna tutelare anche gli interessi del compratore. Pertanto, oltre al requisito richiesto per la donazione (l’intento del debitore di frodare il creditore, reso evidente dal suo impoverimento), è necessario anche dimostrare che l’acquirente fosse consapevole del debito del cedente. Non bisogna dimostrare la sua malafede ma è sufficiente la conoscenza della condizione debitoria. Conoscenza che quindi dovrebbe suggerirgli maggiore prudenza nell’acquistare da un soggetto indebitato.

Si può revocare la cessione della nuda proprietà?

Vediamo ora se è possibile la revocatoria in caso di cessione della nuda proprietà con riserva di usufrutto. Tale contratto, come noto, comporta che il cedente continua a rimanere nell’immobile vita natural durante e, alla sua morte, il nudo proprietario – che sino ad allora, pur essendone titolare, non lo ha potuto utilizzare – ne potrà fare ciò che vuole divenendo proprietari a tutti gli effetti (ossia non solo sulla carta ma anche nei fatti, con l’utilizzo).

La cessione della nuda proprietà può essere anch’essa oggetto di revocatoria. E le regole variano a seconda che sia prevista, per essa, un corrispettivo (e, pertanto, si applica il regime della prova previsto per le vendite di cui abbiamo appena parlato) o meno (e pertanto si applica il regime delle donazioni).

Dunque la cessione della nuda proprietà segue le regole generali: è un atto revocabile entro cinque anni sempre che si dimostri (in caso di donazione) l’intento fraudolento del debitore e (in caso di vendita) anche la conoscenza del debito da parte dell’acquirente.

La cessione della nuda proprietà alla bandate può essere revocata?

Occupiamoci infine della possibilità di cedere alla badante la nuda proprietà in cambio di assistenza fino alla morte. Tale contratto, anche se non è previsto un prezzo, è considerato al pari di una vendita: la controprestazione non è infatti in denaro ma in natura (l’assistenza). Dunque il creditore che vuol revocare la cessione deve dimostrare che la badante era a conoscenza del debito dell’anziano che assiste. È una prova difficile ma non impossibile. E la sentenza della Cassazione dell’altro giorno lo dimostra. Infatti, secondo la Corte, il fatto di essere conviventi, anche se non parenti, implica un rapporto di familiarità che non può non consentire di conoscere le vicende debitorie dell’assistito. Quando si crea un rapporto di fiducia, basato su una prestazione lavorativa continuata e quotidiana, cui si collega anche la convivenza durante quasi tutta la giornata, bisogna presumere che il collaboratore, anche se non legato da vincoli di parentela o affettivi, sappia quanto un coniuge o un figlio. Di conseguenza il creditore può far revocare la cessione della nuda proprietà dell’immobile alla badante-amica in cambio di assistenza morale e infermieristica.


note

[1] Cass. ord. n. 19449 del 20.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 19 giugno – 20 luglio 2018, n. 19449

Presidente Amendola – Relatore Rubino

Fatto e diritto

Rilevato che:

1. P.L. ha proposto ricorso per cassazione articolato in due motivi ed illustrato da memoria contro C.E. , avverso la sentenza n.649/2017 della Corte di Appello de L’Aquila.

2. Il C. resiste con controricorso.

3. Essendosi ravvisate le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., nel testo modificato dal d.l. n. 168 del 2016, convertito, con modificazioni, dalla l. n. n. 197 del 2016, è stata formulata dal relatore designato proposta di definizione del ricorso con declaratoria di manifesta infondatezza dello stesso. Il decreto di fissazione dell’udienza camerale e la proposta sono stati notificati agli avvocati delle parti.

Considerato che:

1. Il Collegio, tenuto conto anche del contenuto della memoria, condivide le conclusioni del relatore nel senso della manifesta infondatezza del ricorso.

2. C.E. , premesso di essere creditore di Ce.Te. di una somma di denaro, evocava in giudizio questa e la ricorrente P. per sentir dichiarare l’inefficacia nei propri confronti del contratto di mantenimento con il quale la Ce. aveva trasferito alla P. la nuda proprietà dell’unico immobile di sua proprietà, trattenendone l’usufrutto, in cambio dell’impegno della P. a prestarle assistenza per gli anni a venire. La domanda veniva accolta.

L’appello della P. veniva rigettato con la sentenza qui impugnata, nella quale si affermava che, in relazione ai rapporti pregressi tra le parti, risultanti anche dal tenore del contratto di mantenimento contenente il trasferimento della proprietà, dai quali risultava una precedente conoscenza tra le due donne, una delle quali già prestava assistenza all’altra, ed un rapporto di fiducia tra le stesse, potesse ritenersi sussistente in capo alla acquirente la consapevolezza che quell’atto di trasferimento, relativo all’unico bene immobile della Ce. , fosse idoneo a pregiudicare le ragioni dei creditori.

Con i motivi di ricorso, l’acquirente P. contesta la violazione degli artt. 2901, 2697 e 1140, c.c., nonché 115 e 116 c.p.c. affermando che se è ben vero che è sufficiente, ai fini della accoglibilità della revocatoria, la prova della generica conoscenza del pregiudizio che l’atto di disposizione patrimoniale possa recare al terzo, in questo caso la corte d’appello si sia accontentata di molto meno, ovvero di una conoscibilità meramente ipotetica.

Con il secondo motivo si duole della violazione degli artt. 2901,2727 e 2729 c.c. per aver la corte d’appello fondato la propria valutazione su elementi presuntivi del tutto insufficienti.

I motivi, che sfiorano l’inammissibilità, specie il secondo, perché più o meno indirettamente volti a contestare la valutazione degli elementi posti a fondamento del proprio convincimento operata dalla corte d’appello, sono comunque infondati.

Infatti, la corte, nel ricostruire gli elementi della fattispecie, ha elaborato compiutamente la sua valutazione reputando che nel caso in esame il terzo acquirente, ovvero la P. , non fosse un soggetto del tutto estraneo rispetto al venditore, che, non avendo avuto alcun rapporto precedente con essa, non era tenuta se non nell’ambito delle regole di prudenza che precedono il compimento di un acquisto immobiliare, a conoscere la solidità patrimoniale o meno della venditrice e l’esistenza di situazioni debitorie. Al contrario, considerata sia la tipologia di contratto che le parti andavano a concludere, sia il preciso contenuto delle clausole contrattuali, in cui la acquirente acquistava la nuda proprietà dell’immobile ma non gratuitamente, assumendo al contrario un obbligo di assistenza morale e materiale e precisi obblighi infermieristici nei confronti della venditrice per tutto il prosieguo della vita di questa, e che tale attività costituiva la prosecuzione dell’assistenza prestata già in passato, ne ha dedotto, con un ragionamento presuntivo che non presta il fianco alle critiche, che la stessa, proprio perché il trasferimento di proprietà arrivava all’esito della instaurazione di un rapporto fiduciario, non poteva non essere a conoscenza nel dettaglio della situazione anche patrimoniale della persona che si obbligava ad assistere. Ha cioè correttamente esteso ai rapporti di fiducia fondati su una prestazione lavorativa continuata e a diretto favore della persona quella valutazione, di solito tratta in relazione a persone legate da vincoli di parentela o affettivo, di inverosimiglianza che il terzo, così legato al dominus, non fosse a conoscenza della situazione debitoria gravante sul disponente (Cass. n. 5359 del 2009).

Il ricorso va pertanto rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come al dispositivo.

Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013, e la parte ricorrente risulta soccombente, pertanto è gravata dall’obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1 bis dell’art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Pone a carico della ricorrente le spese di lite sostenute dal controricorrente e le liquida in complessivi Euro 4.100,00 per compensi, oltre 200,00 per esborsi, oltre accessori e contributo spese generali.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.


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