Diritto e Fisco | Editoriale

Quando una bugia è reato?

23 Luglio 2018 | Autore:
Quando una bugia è reato?

Mentire è reato? Chi dice una bugia può incorrere in reato? Quando la menzogna è penalmente rilevante?

Hai mai detto una bugia? Sicuramente sì, e spesso l’avrai fatto senza neanche pensarci su troppo, soprattutto quando si tratta di cosiddette bugie bianche, cioè di piccole menzogne che non nuocciono a nessuno. Quante volte hai detto di andare in un posto e invece ti sei recato in un altro? Oppure hai detto a tua moglie che andavi a lavoro e invece sei uscito con gli amici? Ti sarai anche reso conto che le bugie sono come le ciliegie: una tira l’altra e, ben presto, si finisce col diventare mentitori seriali. Finché la cosa resta sul piano puramente sociale, allora la condotta potrebbe anche essere accettabile; il problema sorge allorquando la bugia diventa un reato bello e buono. Eh sì, hai capito bene: mentire può essere un reato! Ora, evitiamo subito inutili allarmismi: dire le bugie, di norma, non comporta alcuna conseguenza giuridica. In alcuni casi, però, l’essere mendaci implica delle conseguenze poco piacevoli: ciò accade in genere quando la bugia è raccontata ad un pubblico ufficiale o è resa in documenti formali, oppure è narrata in tribunale, davanti al giudice oppure al pubblico ministero. Se questo argomento ti interessa, allora prosegui nella lettura: scoprirai quando una bugia è reato.

La bugia del testimone è reato?

Cominciamo dall’ipotesi più classica di bugia penalmente rilevante: quella resa dal testimone durante la sua deposizione davanti al giudice. La falsa testimonianza è un reato punito dalla legge con la reclusione da due a sei anni, e riguarda colui che, deponendo come testimone innanzi all’autorità giudiziaria, afferma il falso o nega il vero, ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali è interrogato [1].

La falsa testimonianza fa parte dei delitti contro l’amministrazione della giustizia: in altre parole, la menzogna del testimone è punita in quanto crea intralcio alla giustizia, inducendola in errore [2]. Si pensi a Tizio che, chiamato a deporre, dichiara falsamente di aver visto Caio, imputato, commettere un furto. In questo caso, la menzogna arreca danno sia a Caio, ingiustamente accusato, che alla giustizia stessa, la quale potrebbe essere indirizzata verso una sentenza sbagliata.

Abbiamo già detto che il reato di falsa testimonianza può essere commesso solamente dalla persona che è chiamata a testimoniare, indifferentemente in un procedimento civile o penale. Si tratta, perciò, di un reato proprio, cioè di un crimine che può essere commesso solamente da chi riveste una particolare qualifica: quella di testimone, appunto.

Falsa testimonianza: tutte le bugie sono reato?

Si è ricordato che solo il testimone può commettere falsa testimonianza. Non tutte le bugie, però, sono uguali: secondo la Corte di Cassazione, le dichiarazioni false o reticenti devono essere pertinenti con l’oggetto del procedimento, cioè con i fatti contestati all’imputato [3]. Solo in questo fatto la condotta non sincera del testimone può integrare il reato di cui stiamo parlando. Facciamo un esempio.

Tizio, seduto al banco dei testimoni, dice al giudice di aver visto Caio intrufolarsi nell’appartamento di Sempronio. Incalzato dal pubblico ministero, Tizio ammette di aver visto il ladro poiché, in quel momento, si trovava nell’appartamento accanto, di proprietà di Mevia. Alla domanda sul perché si trovasse nell’appartamento di Mevia alle due di notte, Tizio mente e, per non svelare la sua relazione adulterina, dice di essersi trovato lì per caso. In questa circostanza, Tizio, pur mentendo, non commette il reato di falsa testimonianza perché la sua bugia non intralcia la giustizia.

Non ogni menzogna, dunque, è idonea a integrare il reato di falsa testimonianza. Bisogna però precisare che, per commettersi questo delitto, non occorre che il giudice “caschi” nella bugia. Secondo la giurisprudenza, la falsa testimonianza è un reato di pericolo: ciò significa che, per integrarsi, è sufficiente l’idoneità della menzogna o della reticenza a sviare la giustizia. In altre parole, a nulla rileva il grado d’influenza che la bugia avrebbe potuto avere o ha avuto nel procedimento in cui è resa [4].

Bugia al pubblico ministero: è reato?

Una bugia è reato non solo se detta al banco dei testimoni, ma anche se pronunciata al cospetto del pubblico ministero. Il codice penale, al fine di tutelare il corretto andamento delle investigazioni, punisce anche chi mente al pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari; in questo caso, però, la pena è più lieve: si va fino a un massimo di quattro anni di reclusione [5]. Anche in questo caso l’interesse tutelato è quello del corretto funzionamento della giustizia: le investigazioni sviate dalla persona che, sentita dall’autorità, mente o non dice tutto quello che sa possono condurre ad un giudizio contro una persona innocente o, comunque, ad un processo che si sarebbe potuto evitare.

Bugia della parte nel giudizio civile: è reato?

Il codice penale prevede un’apposita ipotesi di reato per il bugiardo in sede civile. La legge punisce con la reclusione da sei mesi a tre anni chiunque, come parte in un giudizio civile, giura il falso [6]. Il giuramento è un mezzo di prova a tutti gli effetti, consistente nella dichiarazione resa da una delle parti del processo civile (attore o convenuto, ricorrente o resistente) sulla verità dei fatti di causa. Si tratta di uno strumento che ha valore di prova legale, nel senso che vincola il giudice sulla veridicità di quanto asserito. Il giuramento pronunciato dal testimone, invece, consiste in una formula recitata da chi, in un processo civile o penale, sia chiamato a deporre come persona che ha assistito ai fatti di causa e sui quali può dire qualcosa.

Orbene, la parte in un processo civile che giura sulle circostanze inerenti al giudizio stesso e, nel farlo, mente pur di vincere la causa, incorre nel reato di falso giuramento e, pertanto, rischia di andare in carcere. Anche in questo caso, quindi dire una bugia è reato.

Bugia: quando è truffa?

Una bugia è reato anche se detta per raggirare un’altra persona. Secondo il codice penale, la truffa consiste nel porre in essere artifizi o raggiri che, inducendo taluno in errore, consentono di procurarsi  un ingiusto profitto con altrui danno; la punizione è la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa fino a 1.032 euro [7].

La truffa è un reato comune, cioè che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). Perché si possa parlare di truffa penalmente perseguibile occorre che il truffatore ponga in essere artifici o raggiri idonei ad indurre in errore una persona dalla normale avvedutezza. Ciò significa che, per potersi parlare di truffa, non è sufficiente il semplice silenzio, oppure l’utilizzo di informazioni di cui si è in possesso, né l’approfittamento dell’ignoranza altrui. Di regola, la semplice menzogna, nuda e cruda, non è sufficiente a far sorgere la responsabilità penale.

Il codice infatti, quando parla di artifici o raggiri, vuole intendere una vera e propria macchinazione nei confronti dalla vittima, una messa in scena preparata ad arte, fatta con l’unico scopo di trarre in inganno per arricchirsi. La bugia, di per sé, è troppo poco per poter integrare il reato di truffa, a meno che essa non si inserisca in un piano più grande: si pensi a chi, mentendo sulla propria identità, si spacci per un fattorino che deve consegnare un pacco urgente dietro pagamento di una somma.

Una bugia può costituire procurato allarme?

Una bugia è reato anche quando desta un ingiustificato timore tale da allertare le forze dell’ordine. La legge punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci a cinquecentosedici euro chi, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio [8].

Facciamo qualche esempio. Si viene puniti per procurato allarme quando si fa una denuncia per un falso sequestro di persona che attiva le forze dell’ordine, con un dispiegamento di uomini e mezzi, alla ricerca di un ostaggio inesistente. Così come quando un giornalista, al solo scopo di farsi pubblicità, pubblica (oppure confida all’autorità) la notizia di un  attentato contro l’esponente di un’istituzione. Se, ad esempio, un cronista scrive che si sta preparando un attacco al presidente della Repubblica o all’onorevole Tizio, pur sapendo che la notizia non ha alcun riscontro e non è stata verificata, il giornalista in questione è punibile per procurato allarme.


note

[1] Art. 372 cod. pen.

[2] Cass., sent. del 28.05.1996.

[3] Cass., sent. n. 20656 del 28.05.2012.

[4] Cass., sent. n. 3923 del 23.03.1976.

[5] Art. 371-bis cod. pen.

[6] Art. 371 cod. pen.

[7] Art. 640 cod. pen.

[8] Art. 658 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube