Diritto e Fisco | Editoriale

Pensione di inabilità al lavoro

23 Luglio 2018 | Autore:

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 Luglio 2018



Pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa: come funziona, a chi spetta, come si calcola.

Bastano 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio, per aver diritto alla pensione d’inabilità: questa pensione è molto vantaggiosa, perché non è calcolata sulla sola base dei contributi posseduti, ma si considera una maggiorazione, sino al compimento del 60mo anno di età e sino a un massimo di 40 anni di contributi. Il diritto alla pensione d’inabilità, però, non è riconosciuto facilmente: per ottenere questo trattamento, difatti, che non va confuso con la pensione per inabilità alle mansioni o a proficuo lavoro, è necessario che sia riconosciuta l’impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa, in modo assoluto e permanente. Ma procediamo per ordine e facciamo il punto sulla pensione d’inabilità al lavoro: a chi spetta, quali sono i requisiti necessari, come si determina l’assegno.

Che cos’è la pensione d’inabilità?

La pensione di inabilità è un trattamento di previdenza che spetta per le infermità più gravi, che comportano l’impossibilità assoluta per il lavoratore di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A chi spetta la pensione d’inabilità?

Ha diritto alla pensione di inabilità il lavoratore, o il titolare di un assegno di invalidità, che si trova, a causa della sua infermità, nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

Non basta, dunque, l’invalidità del 100%, né l’inabilità assoluta a una o più mansioni o al proficuo lavoro, ma ci si deve trovare nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi tipo di attività lavorativa.

Bisogna inoltre possedere almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio: in caso di passaggio dall’assegno di invalidità alla pensione di inabilità il requisito contributivo nel quinquennio è automaticamente perfezionato.

Per quanto riguarda la pensione d’inabilità per l’amianto, a favore dei lavoratori affetti da mesotelioma, da carcinoma polmonare e asbestosi, riconosciuti di origine professionale o come causa di servizio, non sono richiesti:

  • il requisito dei 3 anni di contributi che ricadono nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda;
  • l’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa.

Chi ha diritto alla pensione d’inabilità può lavorare?

La pensione di inabilità viene riconosciuta solo in seguito alla cessazione di ogni attività lavorativa ed alla cancellazione da elenchi o albi.

In particolare, i lavoratori dipendenti, oltre ad interrompere qualsiasi attività lavorativa, devono rinunciare all’indennità di disoccupazione (Naspi) e ad ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione (ad esempio, i lavoratori agricoli devono essere cancellati dagli appositi elenchi anagrafici).

I lavoratori autonomi, cioè artigiani, commercianti e agricoltori, devono provvedere alla cancellazione dagli elenchi, e i professionisti si devono cancellare dagli albi.

Nel caso in cui la rinuncia o la cancellazione intervengano nel corso del provvedimento amministrativo per la concessione della pensione d’inabilità, il diritto alla pensione viene riconosciuto dal primo giorno del mese successivo a quello in cui la cancellazione o la rinuncia hanno effetto. Il differimento si può evitare, comunque, dichiarando all’Inps la rinuncia alla retribuzione o alla prestazione.

Che cosa succede se si riprende a lavorare con la pensione d’inabilità?

Se chi percepisce la pensione d’inabilità riprende a lavorare, oppure si iscrive a un albo o a un elenco, questi deve informare immediatamente l’Inps. L’esistenza di una causa d’incompatibilità, comunicata dal pensionato o accertata d’ufficio dall’Inps, comporta la revoca della pensione di inabilità, con effetto dal primo giorno del mese successivo a quello in cui si è verificata l’incompatibilità.

Chi riprende a lavorare può comunque percepire l’assegno d’invalidità.

Chi percepisce la pensione d’inabilità deve sottoporsi alla visita di revisione?

La revisione, per chi percepisce la pensione d’inabilità, è soggetta alle stesse regole previste per l’assegno di invalidità.

In particolare, gli esiti della visita medica di revisione possono dare luogo a tre ipotesi:

  • se le condizioni sanitarie sono stabili, la pensione di inabilità è confermata;
  • se emerge un miglioramento delle condizioni sanitarie che determina un recupero della capacità di lavoro non oltre 1/3, viene revocata la pensione di inabilità e liquidato d’ufficio l’assegno di invalidità, che ha decorrenza dalla data da cui ha effetto la revoca della pensione;
  • se il recupero fa scendere la soglia dell’invalidità al di sotto dei 2/3, la pensione di inabilità viene revocata senza possibilità di convertirla in assegno di invalidità.

Durante il periodo di godimento della pensione d’inabilità maturano i contributi figurativi?

Se il diritto alla pensione d’inabilità termina a causa del recupero della capacità di lavoro, per il periodo in cui si è goduta la pensione sono accreditati e contributi figurativi.

Se invece la revoca della pensione è dovuta all’insorgere di una causa d’incompatibilità, come la ripresa del lavoro, i periodi di godimento della pensione non sono accreditabili figurativamente.

Nel caso in cui la revisione riguardi un soggetto che ha già compiuto l’età pensionabile, alla revoca della pensione di inabilità consegue la pensione di vecchiaia, sempre che sussistano i requisiti contributivi, pari normalmente a 20 anni (15 per i beneficiari delle deroghe Amato). Se questi requisiti mancano, viene liquidato l’assegno d’invalidità, che resta in essere fino alla maturazione dei contributi minimi richiesto.

Come si calcola la pensione di inabilità?

Sino al 31 dicembre 2011, il lavoratore inabile otteneva la pensione sulla base di un’anzianità contributiva, reale o fittizia, massima di 40 anni, qualunque fosse l’età raggiunta alla data della decorrenza della pensione.

Ad oggi, la maggiorazione si calcola tenendo come riferimento il limite di 60 anni di età: ma vediamo più nel dettaglio il calcolo della pensione d’inabilità, ed in particolare delle maggiorazioni.

Innanzitutto, va ricordato che la pensione d’inabilità, così come gli altri trattamenti di pensione, è calcolata col sistema:

  • retributivo (basato, cioè, sulle ultime retribuzioni e sull’anzianità assicurativa sino al 31 dicembre 1992, per la quota A, e sino al 31 dicembre 2011, per la quota B), per chi possiede oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995; dal 2012, la pensione è calcolata col sistema contributivo (basato sui contributi versati);
  • misto, ossia retributivo sino al 31 dicembre 1995, poi contributivo, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • integralmente contributivo per chi non possiede contributi antecedenti al 1996.

Se il pensionato inabile ha meno di 60 anni di età, ha diritto a una maggiorazione contributiva sulla pensione, che ne aumenti la misura.

Nel dettaglio, l’anzianità contributiva maturata viene incrementata virtualmente (nel limite massimo di 2080 contributi settimanali, pari a 40 anni) dal numero di settimane che intercorrono tra la decorrenza della pensione di inabilità e il compimento dei 60 anni di età [1].

I contributi sono calcolati prendendo a base le medie contributive pensionabili possedute negli ultimi 5 anni e rivalutate ai sensi della Legge Amato. In pratica, si devono:

  • rivalutare le ultime 260 settimane di retribuzione (reddito o stipendio) prima del pensionamento, o il minor numero esistente, per i coefficienti di rivalutazione della Quota B della pensione;
  • sommare queste ultime 260 settimane di retribuzione rivalutate;
  • moltiplicare il risultato per l’aliquota di computo della gestione (pari al 33% del reddito prodotto per i lavoratori dipendenti);
  • dividere questo risultato per 260 settimane;
  • si ottiene così la media contributiva settimanale rivalutata dell’ultimo quinquennio lavorato;
  • la media contributiva settimanale rivalutata deve essere poi moltiplicata per il numero di settimane intercorrenti tra la data di decorrenza della pensione di inabilità e il raggiungimento dei 60 anni di età;
  • si determina così la quota di maggiorazione riferita al periodo mancante al raggiungimento del sessantesimo anno di età, da aggiungere al montante individuale, cioè alla somma dei contributi dell’interessato;
  • in ogni caso non può essere calcolata un’anzianità contributiva complessiva superiore a 2080 settimane (40 anni).

Il coefficiente di trasformazione, cioè la cifra, espressa in percentuale, che trasforma la somma dei contributi (montante contributivo) in pensione, come per gli assegni di invalidità, deve essere quello relativo a 57 anni di età per chi si pensiona con un’età inferiore

Per la quantificazione della maggiorazione (non oltre i 40 anni) occorre tener conto di tutta la contribuzione disponibile nelle diverse gestioni assicurative: la pensione d’inabilità può essere conseguita anche in regime di cumulo o di totalizzazione.

Per la liquidazione della pensione d’inabilità si deve attendere una finestra?

La decorrenza della pensione di inabilità è fissata al primo giorno del mese successivo alla data di presentazione della domanda: se i requisiti (contributivo e sanitario) non sono perfezionati alla data della domanda, ma nel corso del procedimento amministrativo o giudiziario (in caso di ricorso), la decorrenza si sposta al primo giorno del mese successivo a quello del loro perfezionamento. Se nel frattempo è venuto meno il requisito contributivo nel quinquennio, che esisteva al momento della presentazione della domanda, la decorrenza è comunque fissata al primo giorno del mese successivo a quello di insorgenza dello stato invalidante.

Posso chiedere la pensione d’inabilità e l’assegno d’invalidità insieme?

L’assicurato può presentare, con un unico atto, la richiesta di pensione di inabilità e, in subordine, quella di assegno di invalidità.

La pensione d’inabilità è compatibile con la rendita Inail?

Dal 1° settembre 1995 l’assegno di invalidità e la pensione di inabilità, liquidati a carico dell’Inps, e la rendita vitalizia erogata dall’Inail, non sono cumulabili se dipendono dallo stesso evento invalidante.

In pratica, se un incidente sul lavoro causa la rendita infortunistica, sono esclusi i trattamenti di invalidità e inabilità. Se però la rendita per infortunio è di importo inferiore alla pensione Inps, al lavoratore spetta la differenza tra le due prestazioni.

Il divieto di cumulo non si applica quando è corrisposto un indennizzo in capitale per l’inabilità permanente, come nel caso in cui la rendita, dopo un decennio dalla data della sua costituzione, viene liquidata in capitale. La legge dispone infatti che, qualora dopo la scadenza del decennio dalla costituzione della rendita, il grado di inabilità permanente residuato all’infortunato risulti determinato in maniera definitiva tra il 10% e il 16%, è corrisposta, a estinzione di ogni diritto, una somma pari al valore capitale dell’ulteriore rendita spettante.


2 Commenti

  1. Scusate qualcuno di voi mi saprebbe dire come funziona l’ assegno ordinario Categoria IO in base ai contributi versati?
    Grazie

  2. come funziona se quando viene riconosciuta la pensione di invalidita’ si va in pensione normalmente

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