Diritto e Fisco | Articoli

Come denunciare l’Agenzia delle Entrate che sbaglia

23 Luglio 2018
Come denunciare l’Agenzia delle Entrate che sbaglia

Quando il fisco sbaglia e costringe il contribuente a ricorrere al giudice o impugna una sentenza senza avere alcun appiglio giuridico è tenuto a risarcire il danno.

Sei stato vittima di un accertamento fiscale del tutto errato e privo di fondamenti sia giuridici che logici. Quando ti è arrivato l’avviso e sei stato invitato a fornire dei chiarimenti, hai fatto notare in quale grosso errore l’ufficio stava cadendo. In quella sede hai peraltro sottolineato come l’indirizzo condiviso ormai da tutta la giurisprudenza è a tuo favore ed hai mostrato la stampa di alcune sentenze, fornite dal tuo commercialista, che dimostrano quanto dici. Il funzionario allo sportello sostiene di avere le mani legate dalla “prassi” e dalle circolari interne: è obbligato a procedere, ma comunque – afferma per consolarti – potrai far valere le tue ragioni davanti al giudice. Insomma, secondo l’Agenzia delle Entrate si tratta di un “atto dovuto” dal quale non si può esimere. A te sembra paradossale che l’amministrazione – tenuta per Costituzione a rispettare il principio di buon andamento – possa commettere tali abusi, operando peraltro nella piena consapevolezza di sbagliare e di arrecare un danno al contribuente. Danno che, nel tuo caso, consiste nell’obbligarti a fare una causa, pagare le spese processuali e un avvocato. Così ti chiedi come denunciare l’Agenzia delle Entrate che sbaglia.

Effettivamente, pensare di denunciare l’Agenzia delle Entrate può apparire una pretesa fin troppo ambiziosa: è Davide che sfida il gigante Golia, il granello di sabbia che si confronta con la montagna. Eppure non è detto che tu debba accontentarti solo del rimborso delle spese processuali nel caso in cui, costretto a ricorrere al giudice, verrai dichiarato vincente nella causa di impugnazione contro l’atto fiscale. Certo, non stiamo parlando di “denuncia” vera e propria, quella che si sporge ai Carabinieri o alla Procura della Repubblica tutte le volte in cui viene commesso un reato (salvo che l’ispettore del fisco o della guardia di Finanza abbia commesso un illecito penale, ad esempio promettendoti l’annullamento dell’accertamento dietro pagamento di una somma di denaro). Qui stiamo parlando di una denuncia alla magistratura competente per il danno arrecato non solo al singolo contribuente (cui sarà comunque dovuto un indennizzo) ma a tutta la collettività.

Come vedremo a breve, se decidi di denunciare l’Agenzia delle Entrate che ha sbagliato nell’assolvimento dei propri compiti istituzionali, potrai ottenere un risarcimento ulteriore rispetto alla semplice condanna alle spese legali e, in più, la soddisfazione di vendicarti contro il funzionario che, candidamente, dietro il bureau, ti ha fatto “spallucce” trincerandosi dietro le circolari; quello stesso funzionario che, magari, ha sperato di farla franca solo perché, di solito, la soddisfazione per aver ottenuto dal giudice l’annullamento delle pretese del fisco fa dimenticare al contribuente di aver subito un’ingiustizia e sopportato oneri probabilmente evitabili ove fosse stata applicata dal dirigente dell’ufficio l’ordinaria diligenza. Senza contare che in molti rinunciano alle ulteriori azioni legali contro i responsabili di un accertamento illegittimo, trattenuti dal timore che il proprio comportamento possa causare ulteriori controlli.

Se anche tu hai avuto una vicenda come quella che abbiamo descritto e ritieni che il funzionario del fisco abbia abusato del proprio potere, portando avanti una pretesa illegittima, magari impugnando la sentenza di primo o secondo grado che gli ha dato torto, convinto che il proprio comportamento possa avere, come unica conseguenza, la condanna al rimborso delle spese legali, senza toccare anche la propria carriera, allora ti invito a leggere questo articolo. Qui di seguito ti spiegheremo come denunciare l’Agenzia delle Entrate che sbaglia e, in particolare, far passare un brutto momento a chi ha agito nei tuoi confronti con dolo o colpa grave. Ma procediamo con ordine.

La richiesta di annullamento in autotutela

Quando ritieni di aver subito un accertamento o una pretesa di pagamento illegittima da parte dell’Agenzia delle Entrate, puoi sempre chiederne l’annullamento con un ricorso in autotutela. Di cosa si tratta? Molto semplice, molto più di quanto il nome possa farti immaginare. In pratica, è una istanza che puoi inviare – con raccomandata (in carta libera) o con posta elettronica certificata – all’Agenzia delle Entrate (o a qualsiasi altra amministrazione) per contestarne l’operato e chiedere una rettifica del proprio atto. Così, ad esempio, se ritieni che sia stato fatto un errore e che il fisco non si sia accorto di una mastodontica svista, puoi invitarlo a prendere provvedimenti e a fare “marcia indietro”. Lo puoi fare tu stesso, senza bisogno di un avvocato. L’importante è che nell’atto indichi chiaramente l’errore in cui è caduto l’ufficio e le norme che ritieni abbia violato. Se riuscirai a corroborare la tua posizione con alcune sentenze della Cassazione sarà tanto meglio per te.

Puoi presentare l’istanza in autotutela in qualsiasi momento, anche qualora i termini per fare ricorso al giudice dovessero essere scaduti.

L’ufficio è tenuto a risponderti in un termine congruo (la legge non specifica quale sia), senza che un eventuale ritardo possa comprometterti ulteriori diritti (come quello di agire davanti al giudice).

La Cassazione ha più volte detto che l’Agenzia delle Entrate è tenuta – anche se la legge non lo specifica – ad annullare i propri errori in via di autotutela, anche se non è stato presentato un ricorso alla Commissione Tributaria. E ciò per via del dovere di collaborazione con il contribuente, di imparzialità e buon andamento: doveri che trovano consacrazione nella Costituzione.

Ma che succede se, nonostante l’istanza in autotutela e le valide ragioni del contribuente, l’Agenzia delle Entrate – come spesso succede – non risponde o nega l’annullamento del proprio atto? Non resta che fare ricorso al giudice. Ed è proprio in quella sede che è possibile “denunciare il fisco”. Vediamo come.

La condanna alle spese processuali

Il primo effetto che deriva dal un atto fiscale palesemente illegittimo è, con la sentenza di accoglimento del ricorso, la condanna alle spese processuali nei confronti del contribuente. Il giudice ordina cioè all’amministrazione di rimborsare a quest’ultimo tutti i costi sostenuti per difendersi in giudizio: dalle tasse alle spese di notifica per finire all’onorario dell’avvocato. Tuttavia non sempre questa condanna chiude la partita “in pari”. Spesso infatti le somme liquidate dalle Commissioni tributarie sono insufficienti a indennizzare il contribuente delle spese necessarie a difendersi.

Quando però risulta che l’Agenzia delle Entrate ha agito o si è difesa in giudizio con dolo o colpa grave, ad esempio ignorando le più basilari regole giuridiche o pur in presenza di un orientamento constante e consolidato della giurisprudenza che accorda tutela al cittadino, il giudice può condannarla al risarcimento del danno per “lite temeraria”. Si tratta di una misura prevista dal codice di procedura civile per le ipotesi in cui la causa poteva essere evitata con un po’ di buon senso.

La condanna alla lite temeraria non richiede un autonomo giudizio ma viene stabilita dal giudice con la stessa sentenza che decide sul ricorso principale contro l’atto impugnato. Di solito non c’è neanche bisogno di un’apposita istanza del contribuente.

La denuncia dell’Agenzia delle Entrate alla Procura della Corte dei Conti

Chiude il quadro delle misure contro il fisco che sbaglia palesemente e ripetutamente la richiesta di rinvio degli atti alla Procura della Corte dei Conti per «danno erariale». È questo sicuramente il rimedio più drastico cha ha il contribuente per vendicarsi di un comportamento palesemente illegittimo nei propri confronti, per essere stato costretto – nonostante l’autotutela e la chiarezza delle proprie ragioni – a ricorrere al giudice, a sostenere uno o più gradi di giudizio in attesa di vedere annullata la pretesa fiscale.

La denuncia alla Procura della Corte dei Conti serve per punire il funzionario del fisco che, con dolo o colpa grave, insiste in una pretesa erariale illegittima, cagionando un danno all’amministrazione (e quindi ai contribuenti italiani). Il danno consiste nel dover pagare non solo le spese processuali ma anche il risarcimento al contribuente leso. Di tale comportamento il funzionario dovrà quindi rispondere di responsabilità erariale innanzi alla magistratura contabile.

In via generale, tale tipo di responsabilità, la cui giurisdizione esclusiva è della Corte dei conti, si può ipotizzare in presenza di fatti ed omissioni commessi da pubblici dipendenti con dolo e con colpa grave.

Fanno eccezione i casi delle valutazioni di diritto e di fatto operate ai fini delle definizioni tributarie (reclamo, transazione fiscale, accertamento con adesione, conciliazione giudiziale) per le quali la responsabilità erariale è limitata alle sole ipotesi di dolo.

Il risarcimento del danno

Se il contribuente dovesse riuscire a dimostrare di aver subito un danno dal comportamento illegittimo dell’Agenzia delle Entrate – danno ulteriore rispetto al semplice stress, all’ansia e al tempo perso per difendersi in giudizio (fattispecie che, secondo la Cassazione, non sono risarcibili) – potrà agire davanti al Tar per ottenere un risarcimento del danno [1].

Il risarcimento del danno non scatta in automatico ogni volta che un atto del fisco sia stato annullato. Il contribuente deve dimostrare la violazione dell’ufficio dei principi costituzionali che regolano lo svolgimento della Pa e quantificare il danno ricevuto [2]


note

[1] Cass. S.U. sent. n.13568/2015: «Alla cognizione del giudice amministrativo – giudice del legittimo esercizio della funzione amministrativa – sono attribuite le domande di risarcimento del danno che si ponga in rapporto di causalità diretta con l’illegittimo esercizio del potere pubblico, mentre resta riservato al giudice ordinario soltanto il risarcimento del danno provocato da comportamenti della Pa che non trovano rispondenza nel precedente esercizio di quel potere».

[2] Cass. sent. n. 6283/2012.

Autore immagine: 123rf com


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