Diritto e Fisco | Editoriale

Pensione per chi resta al lavoro: si può abbassare?

24 Luglio 2018 | Autore:
Pensione per chi resta al lavoro: si può abbassare?

Chi resta in servizio nonostante la maturazione dei requisiti per l’uscita dal lavoro può avere una pensione più bassa?

C’è chi non vede l’ora di pensionarsi, ma c’è anche chi, il più delle volte suo malgrado, resta al lavoro nonostante la maturazione del diritto alla pensione. Le motivazioni che spingono alla permanenza in servizio sono varie: dalla passione per la professione che si svolge, alla paura di perdere il proprio tenore di vita, al desiderio di una pensione più alta. In relazione alla pensione, però, bisogna osservare che non tutti coloro che decidono di restare al lavoro dopo la maturazione dei requisiti traggono vantaggi dalla permanenza: in alcuni casi, difatti, la pensione per chi resta al lavoro si può abbassare. Questo può capitare, in particolare, a chi ha diritto al calcolo retributivo o misto della pensione, in quanto il trattamento non si basa soltanto sui contributi versati, ma anche sulle ultime retribuzioni o redditi: abbassandosi lo stipendio o il reddito, in pratica, si abbassa anche la pensione. La normativa italiana [1] ha previsto, per evitare questo problema ed incentivare la permanenza al lavoro, la possibilità di neutralizzare i contributi ed i redditi successivi alla maturazione del diritto alla pensione, ma soltanto per i lavoratori dipendenti. Grazie a una recente sentenza della Corte Costituzionale [2], però, è ora possibile che beneficino della neutralizzazione dei contributi anche gli artigiani ed i commercianti. Ma procediamo per ordine, e facciamo il punto della situazione sulla neutralizzazione dei contributi e sulle modalità per evitare che la pensione si abbassi per chi resta al lavoro.

Come si calcola la pensione

Per capire se la retribuzione pensionabile (riferita alla quota del trattamento calcolato col metodo retributivo) subisce un peggioramento a causa dei contributi accreditati dopo la maturazione del diritto a pensione, bisogna seguire un procedimento piuttosto complesso. Per comprendere meglio il procedimento, ricordiamo innanzitutto quali sono le quote in cui è divisa la pensione ai fini del calcolo:

  • la quota A di pensione è calcolata utilizzando il sistema retributivo: il calcolo si basa sulle settimane di contributi che risultano accreditate sino al 31 dicembre 1992 e, ai fini della retribuzione pensionabile, o retribuzione media settimanale, sugli ultimi 5 anni di retribuzione (sugli ultimi 10 anni per gli artigiani ed i commercianti), rivalutati secondo l’indice Foi;
  • la quota B di pensione è calcolata sulla base degli ultimi 10 anni di retribuzione rivalutati (sugli ultimi 15 anni per gli artigiani ed i commercianti), utilizzando ugualmente il sistema retributivo, e comprende i periodi:
    • dal 1993 al 1995, per chi possiede meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
    • dal 1993 al 2011, per chi possiede più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995;
  • la quota C è calcolata in relazione ai periodi dal 1996 in poi (o dal 2011, per chi ha oltre 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995) utilizzando il sistema contributivo, che si basa sui contributi effettivamente accreditati, rivalutati secondo la variazione quinquennale del Pil nominale, e convertiti in pensione da un coefficiente di trasformazione che aumenta con l’età pensionabile; il calcolo non si basa, dunque, sugli ultimi stipendi o redditi.

Come capire se la pensione viene ridotta dai contributi aggiuntivi?

Vediamo ora come procedere per capire se i contributi accreditati dopo la maturazione del diritto a pensione riducono la retribuzione pensionabile, abbassando dunque il trattamento spettante all’uscita dal lavoro:

  • bisogna innanzitutto calcolare la quota A e la quota B della pensione senza inserire le retribuzioni, o i redditi, riferiti al periodo successivo alla maturazione del diritto a pensione, quindi neutralizzandolo: per neutralizzare questo periodo si devono contare i periodi precedenti andando all’indietro, per recuperare le retribuzioni effettive corrispondenti al periodo neutro ed arrivare a totalizzare, rispettivamente, 260 e 520 settimane (260 settimane per la quota A e 520 per la quota B), cioè 5 e 10 anni (per i dipendenti, 10 e 15 anni per gli autonomi);
  • bisogna poi calcolare la quota A e la quota B della pensione inserendo le retribuzioni, o i redditi, riferiti al periodo successivo alla maturazione della pensione, senza neutralizzare il periodo;
  • a questo punto, si devono confrontare i due importi delle retribuzioni medie pensionabili;
  • se il valore calcolato includendo i redditi successivi alla maturazione del diritto a pensione è inferiore al valore calcolato neutralizzando il periodo, si deve prendere in considerazione quest’ultimo ai fini del calcolo delle quote A e B: in questo modo, grazie alla neutralizzazione, non viene abbassata la retribuzione media pensionabile;
  • se invece risulta più alto il valore con l’inserimento dei redditi successivi alla maturazione del diritto a pensione, il periodo non va neutralizzato, perché la retribuzione pensionabile non viene abbassata.

Per quanto riguarda la quota della pensione soggetta al calcolo contributivo, la neutralizzazione non è necessaria, in quanto i contributi accreditati dopo la maturazione del diritto a pensione non possono peggiorare il trattamento: si tratta infatti di contributi aggiuntivi, che si sommano al montante già posseduto dal lavoratore.

Chi ha diritto alla neutralizzazione dei contributi?

Come abbiamo inizialmente osservato, grazie alla nuova sentenza della Corte Costituzionale [1], non sono più soltanto i lavoratori dipendenti ad aver diritto alla neutralizzazione, nel caso in cui i redditi e la contribuzione maturati dopo il diritto alla pensione peggiorino il trattamento: anche i lavoratori autonomi hanno pieno diritto alla neutralizzazione dei periodi sfavorevoli successivi al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento.

Hanno diritto alla neutralizzazione, inoltre, i disoccupati a cui sono accreditati i contributi figurativi per i periodi di Naspi, ovviamente se questi peggiorano la pensione.


note

[1] L. 233/1990; L.335/1995.

[2] C. Cost., sent. n. 173/2018.


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