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Debiti col fisco: come difendersi


Debiti col fisco: come difendersi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 10 agosto 2018



Poche cose sono difficili da sopportare come l’essere costretti a pagare le imposte quando si vive in tempo di crisi economica o il dover pagare allo Stato i tributi per i servizi pubblici inesistenti o, nella più benevola delle ipotesi, di pessima qualità. E se poi la tassa non è dovuta?

Inutile negarlo: lo scotto di vivere in una repubblica democratica comporta il dovere di ogni cittadino a contribuire economicamente al mantenimento delle casse pubbliche. Se non c’è denaro, infatti, non può esserci una organizzazione che offra un servizio pubblico. Perché non può esserci l’offerta di un servizio se non viene resa possibile la retribuzione dei dipendenti pubblici a tale scopo assunti. Un ragionamento, questo, che è evidente anche alle casalinghe che ben sanno le spese che comporta la necessità di dover soddisfare i bisogni di tutti i familiari in casa. Far quadrare i conti è davvero un mestiere, che diventa evidentemente più complessa quando la ‘famiglia’ è la società che vive in un paese, una città, una metropolitana, una provincia, una regione od uno Stato. Ma al di là delle ragioni che giustificano l’esistenza delle odiate tasse: cosa accade quando lo Stato richiede un tributo non dovuto? Oppure quando, pur se dovuto, il tributo è sbagliato? In questi casi, come si può tutelare il debitore? Come difendersi dai debiti col fisco o da cartella esattoriale e dal successivo pignoramento? Quali sono gli strumenti di difesa del contribuente? È sempre necessario il ricorso ad un avvocato contro le tasse oppure ci si può difendere da soli, ad esempio, con l’autotutela? Ed ancora: cosa è la acquiescenza e che differenza c’è con la adesione? A cosa serve il garante del contribuente? Una volta qualcuno disse che il potere coincide con il possesso della forza e della violenza: e qualche volta non possiamo negare che sia così, anche se questa ammissione ci riporta alla legge della jungla che, teoricamente, oggi dovrebbe essere superata. In una Repubblica, invece, il potere dovrebbe consistere nel sapere. Perché è la conoscenza che ci permette di essere istruiti sui doveri ma anche sui diritti e, soprattutto, sulla tutela dei diritti. Ad esempio: se sai di dover pagare una o più tasse ma al momento non hai abbastanza denaro per eliminare il debito, sei costretto a subire un pignoramento? Oppure puoi ottenere la rateizzazione del debito fiscale? E se mentre stai pagando il debito già rateizzato, la tua situazione economica peggiora, puoi chiedere una proroga? E se questa viene concessa, per quanto tempo è possibile la proroga? Di seguito un piccolo elenco degli strumenti a difesa del contribuente.

Il Garante del contribuente

Si tratta di un soggetto che, anche se ha la funzione di tutelare i diritti di cittadini, garantendo la fiducia tra contribuente ed amministrazione finanziaria, di fatto non è possibile interpellare quando si ha un problema come la notifica di una cartella di pagamento o di un pignoramento a meno che non si voglia farlo attivare per le procedure in autotutela contro atti di accertamento o di riscossione.

Il Garante del Contribuente, uno per ogni regione e presente presso le Direzioni regionali dell’agenzia delle entrate, è normalmente un avvocato, un magistrato od un pensionato che viene nominato dal Presidente della Commissione tributaria regionale. Anche se il nome lascia ad intendere diversamente, in realtà, ‘il’ Garante è un organo collegiale, cioè un gruppo di persone costituito da un presidente e due componenti, che è stato introdotto con lo Statuto dei diritti del contribuente [1].

Le sue attività sono disparate e spaziano dalla richiesta di documenti oppure chiarimenti ai competenti uffici alla segnalazione di anomalie di specifici uffici, allorquando abbia la prova che questi possono causare conseguenze dannose a carico dei contribuenti. Ma è un organo tendenzialmente trascurato e di non immediato aiuto per il contribuente che, quindi, preferisce agire seguendo le classiche strade di tutela, come il processo oppure il rateizzo del debito!

La sua utilità pratica la si trova solo nei casi in cui, di fronte ad un atto di accertamento o di riscossione non legittimi, cioè non in regola con la legge, è egli stesso che ne propone la revoca o l’annullamento, precisando le motivazioni ‘tecniche’, quindi secondo diritto, che il contribuente potrà fare proprie nella difesa davanti alla Commissione Tributaria.

Cosa fare quando la tassa non è dovuta oppure è dovuta in misura inferiore

Autotutela

In linea generale, la domanda in autotutela non è altro che la istanza con la quale il contribuente evidenzia alla amministrazione l’errore in cui è caduta, chiedendole di rivedere l’atto e di porre rimedio all’impiccio combinato! Normalmente si dice che l’amministrazione in questi casi, su propria iniziativa o su ricdhiesta del cittadino, riesamina il proprio atto e, laddove si accorgesse di aver errato, lo annulla senza costringere il privato a dover ricorrere in giudizio (oltre che stare col patema d’animo).

Nel caso delle cartelle esattoriali esiste una procedura specifica che, col medesimo procedimento suddetto, impedisce all’agente di riscossione di proseguire e di sosprendere ogni azione quando è evidente che ha sbagliato, ad esempio, nel caso di debito già pagato o prescritto o annullato. Ecco: in questi casi, se si sceglie questa strada, si deposita la domanda alla amministrazione, con la prova delle proprie difese, e si ottiene lo la sospensione immediata della riscossione.

Reclamo-mediazione 2018

Dal gennaio 2018 è partita la nuova procedura amministrativa, cioè che viene gestita sempre dalla amministrazione con le proprie regole, che si apre automaticamente quando il contribuente presenta un ricorso. E’ un procedimento che dura novanta giorni e che si conclude o con l’accoglimento del reclamo, che quindi annulla l’atto oggetto della contestazione, o con l’apertura di una mediazione, che può concludersi col pagamento di una percentuale ridotta della misura al minimo del credito vantato dall’ente fiscale. Se, invece, nei novanta giorni il reclamo non è accolto e la mediazione non va in porto, il contribuente avrà trenta giorni per spostare la tutela del suo diritto dalla sede di mediazione a quella della Commissione tributaria competente.

Sospensione del pagamento

Le modalità per richiedere la sospensione del pagamento sono davvero semplicissime: ci si reca pressi gli uffici della agenzia delle entrate-riscossione, si prende il modulo specifico per la domanda di sospensione (sempre se non si è scaricato direttamente on line), si compila e si consegna. Ma bisogna fare a ttenzione perché non per tutti gli atti è possibile sospendere il pagamento. Questi sono i presupposti, cioè gli elementi che devono esistere perché la domanda possa essere accettata: – il pagamento non deve essere dovuto e, quindi, è tale l’importo che si prescritto o che è stato oggetto di sgravio da parte dell’ente creditore o se esiste una sentenza che abbia annullato il debito fiscale oppure, ancora, quando l’importo è stato versato prima che si formasse il ruolo; – se ci si trova in una di queste ipotesi, allora si deve fare attenzione che la cartella o l’avviso di cui si chiede la sospensione siano stati notificati dall’agente di riscossione (per l’appunto, agenzia delle entrate-riscossione) e non dall’Istituto nazionale di previdenza sociale o dall’Agenzia delle Entrate. In questi ultimi due casi, infatti, i nostri interlocutori dovranno essere direttamente loro e non l’agente di riscossione.

Ricorso

È l’ipotesi classica: la tutela in giudizio ricorrendo alla competente autorità giudiziaria. In merito c’è poco da dire, considerato la mole di materiale informativo in materia, offerto soprattutto (ma non solo) dalle associazioni di tutela dei contribuenti. Senza parlare delle informazioni che questo o quell’altro amico ci propinano quando hanno vissuto una causa contro l’amministrazione fiscale! Qui, il contribuente si affida al prioprio avvocato ed alla imparzialità e competenza del giudice. Generalmente, quando si sceglie questa strada e quando si ricorre alla Commissione tributaria provinciale, si notifica nei termini di legge, che variano in base al tipo di imposta che ci viene intimato di pagare, il ricorso alla amministrazione che ha emanato l’atto e, sempre in termini perentori, cioè, categorici, si deposita quel documento, con la prova della notifica, presso la autorità giudiziaria. Segue, come al solito, il processo ed a quel punto partono le preghiere del cittadino per l’accoglimento del ricorso!

Cosa è possibile fare quando il tributo è dovuto

Non sempre, però, l’amministrazione fiscale è ingiusta o matta e, diciamo la verità, capita che ‘talvolta’ ci invii una cartella per un debito che veramente ci tocca pagare. A questo punto, però, potrebbero esistere diversi motivi per i quali non possiamo pagare. E, quindi, ecco che cosa si può fare.

Acquiescenza

Con la acquiescenza è come se il cittadino dicesse ‘va bene, rinuncio a difendere la mia posizione per motivi personali, ma tu pubblica amministrazione devi applicarmi le riduzioni delle sanzioni, proprio perché ti sto venendo incontro’. Stiamo parlando, in termini concreti, di un comportamento del contribuente che decide di non difendersi e di pagare senza proferir parola, ottenendo in cambio un ‘premio’ costituito da uno sconto sulla sanzione da versare. I motivi che possono portare ad una decisione di questo genere sono davvero svariati: si va dal cittadino che non vuole perdere tempo o da quello che sa di avere torto; al contribuente che può pagare e si disinteressa del perché lo deve fare; a quello, ancora, che non sa che sta prestando acquiescenza, cioè non sa che non facendo nulla al ricevimento di un atto, non sta allontanando il problema, ma solo rinunciando ad usare quegli strumenti di difesa (autotutela, ricorso, rateizzo ecc.) che richiedono il compimento delle relative azioni in archi temporali ristretti. Quindi, in termini concreti: se ti viene notificata una cartella di pagamento ed entro il termine di legge non la impugni, dovrai pagare quanto in essa indicato perché le avrai offerto acquiescenza.

Accertamento con adesione

Si ha, invece, l’accertamento con adesione quando il cittadino deposita una richiesta all’ufficio competente per ricevere una sorta di ‘offerta’ sull’importo da pagare. Se la proposta della amministrazione trova il consenso del contribuente, allora ci sarà un accordo tra le parti e dovrà essere pagato l’importo sul quale entrambi avranno dato il proprio ‘sì’.

Come nel caso della acquiescenza, anche qui, in caso di accettazione della proposta della amministrazione, il cittadino avrà una riduzione della sanzione per aver rinunciato a tutelarsi (costringendo anche l’ufficio, a sua volta, a difendersi nelle aule di giustizia tributaria) ed aver velocizzato l’incasso nelle tasche pubbliche.

Richiesta di rateizzazione per i debiti sotto i 50mila euro

Cosa fare se ho un debito ma non ho tutta la somma per pagarlo? Devo aspettare timoroso il pignoramento della Agenzia delle entrate o vendo tutti i miei beni? Nulla di tutto ciò perché è possibile chiedere una dilazione del pagamento del debito erariale. La modalità per ottenere la rateazione è semplice: si presenta una istanza (normalmente, si usano i modelli che si trovano negli uffici) con la quale si fa presente la difficoltà economica del momento e l’importo complessivo del debito, che dovrà essere inferiore ai 60mila euro, chiedendo di pagare a rate.

Il tetto massimo del debito che si ha è fondamentale perché si abbia automaticamente la concessione del rateizzo: in pratica, quando si va a scrivere e depositare l’istanza, con tutte le informazioni necessarie, non sarà dovuto all’ufficio alcuna documentazione che dimostri la verità della nostra dichiarazione sul fatto che in quel momento si ha difficoltà economica, quindi, accedendo per direttissima al pagamento rateale.

I debiti possono essere dilazionati al massimo in 72 rate mensili, quindi, in circa sei anni e l’importo minimo mensile è di cento euro. In realtà, al momento del deposito della richiesta è facoltà, quindi scelta, del contribuente decidere di pagare non rate uguali ogni mese ma rate crescenti, ottenendo un piano preventivo dell’importo delle dette rate. Questa è certamente la soluzione migliore da adottare quando siamo consapevoli che quel debito dobbiamo proprio pagarlo ma vogliamo anche evitare di subire un pignoramento.

Richiesta di rateizzazione per i debiti sopra i 50mila euro

Le modalità per richiedere il rateizzo per i debiti superiori all’importo suindicato sono le stesse di quelle per i debiti al di sotto di tale soglia ma l’elemento in più, per ottenere il consenso al pagamento rateale, è che si deve fornire all’amministrazione la prova della situazione di difficoltà economica. Prova che può essere data, ad esempio, allegando alla richiesta l’Indicatore della situazione economica equivalente, più noto come Isee. In questo caso, infatti, data la consistenza del debito tributario, la dilazione non è automatica ma va previamente valutata ed accettata.

La proroga

In realtà la proroga può essere chiesta sia nel caso in cui, avendo già ottenuto un rateizzo, i nostri problemi economici sono peggiorati, e quindi ricerchiamo una estensione delle rate da pagare, per il medesimo debito, che può arrivare ad  un massimo di sei anni; sia nell’ipotesi in cui, sempre avendo beneficiato di precedente rateizzo, ci sia stata la fortuna di aver ricevuto la notifica di nuove cartelle esattoriali. In quest’ultimo caso, la proroga viene concessa purchè si sia in regola con i pagamenti delle precedenti rate. Ma attenzione: la proroga è possibile richiederla solo per una volta.

La compensazione tra debiti e crediti tributari

Questa è una valida alternativa nei casi in cui quella dannata tassa dobbiamo proprio pagarla anche se siamo a secco di denaro. Allora, corre in aiuto una abitudine del buon contribuente che è quella di salvare i crediti di imposta, evitando di chiedere la restituzione del denaro alla pubblica amministrazione, per poi poterli portare (si dice) in compensazione con gli eventuali debiti fiscali. Il meccanismo è semplicissimo e tutti ne possono usufruire quando si è fortunati (o sfortunati, a seconda del punto di vista) per aver pagato, durante l’anno contributivo, in più rispetto al dovuto. Questo accade molto spesso ai dipendenti ma anche ai lavoratori autonomi che durante l’anno possono aver avuto delle trattenute sui propri guadagni superiori a quelli effettivamente dovuti allo Stato. Ecco che al momento della dichiarazione dei redditi, cioè quando andiamo a controllare se esiste il giusto equilibrio tra quello che abbiamo guadagnato per vivere e quello che abbiamo speso per farlo, questo credito può emergere ed allora il commercialista o il patronato ci chiedono di decidere se si vuole chiedere il rimborso del credito (che molte volte arriverà in ritardo) oppure  lasciare accantonato il credito di imposta, cioè quel credito residuo che deriva, all’acceramento della dichiarazione, dall’aver versato di più. I crediti possono essere Irpef o Ires o Iva.

Di Samantha Mendicino

note

[1] Articolo 13 della legge n. 212 del 27 luglio 2000

Autore immagine: pixabay.com

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2 Commenti

  1. Eccerto che i poblemi si potrebbero risolvere con il dialogo fra cittadino e contribuente, ma CHE FARE QUANDO GLI ADDETTI SONO TETRAGONI o, peggio, IN LAMPANTE MALAFEDE o in… MENOPAUSA CONCLAMATA???… Provato personalmente!!!

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