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Divorzio: si può revocare il consenso e cambiare idea?

25 Luglio 2018
Divorzio: si può revocare il consenso e cambiare idea?

È possibile, in caso di separazione e di divorzio, il ripensamento unilaterale al procedimento consensuale?

Tu e tua moglie vi siete già separati da circa un anno e ora avete deciso di divorziare. Vi siete così incontrati e, così come avevate fatto per la separazione, avete stilato un accordo in cui condividete alcuni punti essenziali sull’assegno di mantenimento e sulle condizioni di visita dei figli. Avete poi depositato il ricorso in tribunale e atteso la prima udienza. Senonché, proprio il giorno prima di incontrarvi davanti al giudice, avete litigato in modo molto violento e aspro. Vi siete rinfacciati l’un l’altro la responsabilità per il fallimento del matrimonio e non avete risparmiato accuse nei confronti delle rispettive famiglie. Lei, ferita nell’orgoglio, ti ha detto che intende rinunciare al procedimento di divorzio consensuale e farti causa. «Strappo l’accordo» ti ha promesso. Tu sai però che l’atto è già stato depositato in tribunale dagli avvocati e, a meno di dichiarare il proprio dissenso in udienza stessa, è impossibile tornare indietro. Ma lei si richiama a quanto di solito avviene con la separazione che, a suo avviso, vale anche in sede di divorzio: si può revocare il consenso e cambiare idea. Chi dei due ha ragione? Un caso simile è stato deciso dalla Cassazione [1] proprio ieri.

La sentenza in commento è particolarmente interessante perché fa comprendere le profonde differenze che ci sono, almeno sul piano processuale, tra il processo di separazione dei coniugi (che, in termini tecnici, viene definito un procedimento di “volontaria giurisdizione”, caratterizzato quindi – almeno nella generalità dei casi – dalla collaborazione tra le parti) e quello di divorzio (che, invece, ha una natura tipicamente contenziosa, dove le parti sono contrapposte). Questa sostanziale diversità di struttura tra i due tipi di cause porta a individuare una soluzione diversa alla domanda se si può cambiare idea e revocare il consenso al divorzio o alla separazione. Ecco cosa è stato detto in proposito dai giudici supremi.

Come si avvia la separazione o il divorzio?

Partiamo innanzitutto da un presupposto. Come certamente saprai, esistono due modi per avviare un procedimento di separazione e uno di divorzio:

  • procedura consensuale o “a domanda congiunta”: qui i coniugi presentano un ricorso condiviso nel contenuto. La loro intenzione quindi non è quella di farsi causa ma di chiedere al giudice di convalidare l’accordo e renderlo definitivo. In questo modo, viene ratificata l’intesa già raggiunta dalle parti;
  • procedura giudiziale: in questa ipotesi, invece, l’ex marito e moglie non sono riusciti a trovare un accordo, pertanto si rivolgono al giudice affinché sciolga la comunione e/o il vincolo del matrimonio tra i due stabilendo tutte le condizioni personali e patrimoniali.

Posto che, sia per la separazione che per il divorzio, una volta iniziata la procedura giudiziale è sempre possibile abbandonare la causa e rinunciare al processo (ad esempio quando i due coniugi tornano insieme) oppure trasformarlo in un procedimento consensuale (quando i due trovano un’intesa nel corso del giudizio), in questo articolo ci occuperemo dell’altro caso: ossia se, una volta presentata la domanda congiunta di separazione o divorzio (la procedura cioè consensuale) questa può essere revocata.

Si può revocare il consenso al divorzio?

Secondo la Cassazione, la revoca unilaterale del consenso al divorzio non comporta l’arresto del processo. Processo che quindi va regolarmente avanti. Il giudice dovrà innanzitutto verificare l’esistenza dei presupposti per lo scioglimento del matrimonio i quali, come noto, consistono nei seguenti aspetti:

  • il decorso di un certo lasso di tempo dalla separazione: si deve trattare di almeno sei mesi se la separazione è avvenuta consensualmente o di un anno se invece è avvenuta in via giudiziale, ossia nel contrasto tra le parti. Il termine inizia a decorrere dalla data della prima udienza, quella davanti al Presidente del Tribunale e rivolta al tentativo di conciliazione;
  • l’assenza di qualsiasi riconciliazione tra i coniugi nel periodo tra la pronuncia di separazione e la richiesta di divorzio.

Verificata la sussistenza delle condizioni per il divorzio, il tribunale passa all’esame delle condizioni concordate in merito ai figli e ai beni, accertando che le stesse siano conformi alle norme inderogabili e all’interesse dei minori.

Alla luce di ciò, non si può bloccare la procedura di divorzio una volta che il ricorso congiunto e presentato da ambe le parti è stato già depositato. Risultato: l’accordo già raggiunto resta, non decade né può essere revocato; la causa va avanti anche se l’ex si rimangia il sì al ricorso congiunto.

Si può revocare il consenso alla separazione?

Diversa, anzi diametralmente opposta, è la soluzione per quanto invece riguarda la separazione che, come detto, è un processo incentrato in linea di massima sull’accordo tra i coniugi che il giudice deve “ratificare” con un’attività di controllo che non può mai comportare un’integrazione o una sostituzione dell’accordo delle parti. Il che significa che se viene meno l’accordo il giudice non può procedere alla separazione consensuale, ma tutt’al più, verificato che non c’è più intesa sulle condizioni di separazione, interrompe la procedura e rinvia le parti al giudice di merito per istruire la causa vera e propria. Non è, quindi, come nel divorzio dove marito e moglie sono contrapposti sin dall’inizio e, anche quando il procedimento parte da un ricorso congiunto, viene richiesta una pronuncia fondata sull’accertamento dei presupposti di legge. L’accordo riveste una natura solo ricognitiva, per quanto riguarda i presupposti necessari allo scioglimento del vincolo, la cui sussistenza è soggetta alla verifica del tribunale che, sul punto, ha pieni poteri.

Differenze tra separazione e divorzio a domanda congiunta

Non si può quindi assimilare il divorzio alla separazione: solo in quest’ultimo caso la revoca del consenso da parte di uno dei coniugi fa venir meno il requisito indispensabile per l’accoglimento della domanda e quindi interrompe la procedura.

Invece, nel divorzio, la parte che ritira il consenso sul riconoscimento dei presupposti per sciogliere il vincolo non impedisce al giudice di accertarne l’esistenza. Quindi l’accordo iniziale – che è anche la base del procedimento – non può essere più revocato. In altri termini il ripensamento unilaterale sulla parte dell’accordo che riguarda figli e patrimonio è inammissibile. Proprio sui minori emergono altre differenze fra la separazione consensuale e il divorzio a domanda congiunta: nel primo caso il giudice può suggerire modifiche all’affidamento dei figli e rifiutare l’omologazione in caso di soluzione inadeguata; nel secondo la legge sul divorzio prevede l’adozione di provvedimenti temporanei e urgenti e la prosecuzione del giudizio nelle forme contenziose.


note

[1] Cass. sent. n.19540/18 del 24.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 28 giugno – 24 luglio 2018, n. 19540

Presidente Scaldaferri – Relatore Mercolino

Fatto e diritto

Rilevato che F.P.P. ha proposto ricorso per cassazione, per tre motivi, avverso la sentenza del 27 marzo 2017, con cui la Corte d’appello di L’Aquila ha rigettato il gravame da lui interposto avverso la sentenza emessa il 30 luglio 2015 dal Tribunale di Pescara, che aveva dichiarato improcedibile la domanda congiunta di cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto dal ricorrente con R.G.A. , rilevando che all’udienza di comparizione dei coniugi la donna aveva revocato il consenso precedentemente prestato;

che la R.G. non ha svolto attività difensiva;

che il Collegio ha deliberato, ai sensi del decreto del Primo Presidente del 14 settembre 2016, che la motivazione dell’ordinanza sia redatta in forma semplificata.

Considerato che con il primo motivo d’impugnazione il ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 4 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, censurando la sentenza impugnata per aver ritenuto ammissibile la revoca unilaterale del consenso alla domanda congiunta di divorzio, senza considerare che, a differenza di quanto accade nella separazione consensuale, la stessa non impedisce l’accertamento della sussistenza dei presupposti per la pronuncia di scioglimento del matrimonio e non comporta il venir meno degli accordi patrimoniali intervenuti tra i coniugi, a meno che la domanda non costituisce il frutto di errore, violenza o dolo;

che, in tema di divorzio a domanda congiunta, questa Corte ha già avuto modo di affermare che l’accordo sotteso alla relativa domanda riveste natura meramente ricognitiva con riferimento ai presupposti necessari per lo scioglimento del vincolo coniugale, la cui sussistenza è soggetta a verifica da parte del tribunale, avente pieni poteri decisionali al riguardo, mentre ha valore negoziale per quanto concerne la prole ed i rapporti economici, nel cui merito il tribunale non deve entrare, a meno che le condizioni pattuite non si pongano in contrasto con l’interesse dei figli minori;

che la revoca del consenso da parte di uno dei coniugi, mentre risulta irrilevante sotto il primo profilo, in quanto il ritiro della dichiarazione ricognitiva non preclude al tribunale il riscontro dei presupposti necessari per la pronuncia del divorzio, è inammissibile sotto il secondo, dal momento che la natura negoziale e processuale dell’accordo intervenuto tra le parti in ordine alle condizioni del divorzio ed alla scelta dell’iter processuale esclude la possibilità di ripensamenti unilaterali, configurandosi la fattispecie non già come somma di distinte domande di divorzio o come adesione di una delle parti alla domanda dell’altra, ma come iniziativa comune e paritetica, rinunciabile soltanto da parte di entrambi i coniugi (cfr. Cass., Sez. VI, 13/02/2018, n. 10463; Cass., Sez. I, 8/07/1998, n. 6664);

che non può quindi condividersi l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui, analogamente a quanto accade nel procedimento di separazione consensuale, la revoca del consenso da parte di uno dei coniugi comporta il venir meno del requisito indispensabile per l’accoglimento della domanda, rappresentato dall’intesa tra le parti, configurandosi la stessa come un atto unitario ed essenzialmente negoziale, espressione della capacità dei coniugi di autodeterminarsi responsabilmente, rispetto al quale la pronunzia del tribunale è rivolta unicamente ad attribuire efficacia dall’esterno all’accordo stipulato dai coniugi;

che la prospettata analogia tra la separazione consensuale ed il divorzio a domanda congiunta si pone d’altronde in contrasto con le profonde differenze riscontrabili tra le relative discipline, una delle quali (come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata) individua il presupposto sostanziale della fattispecie nell’accordo tra i coniugi, al quale il tribunale è chiamato ad attribuire efficacia dall’esterno, mediante un’attività di controllo che non può mai tradursi in un’integrazione o una sostituzione del consenso delle parti, mentre l’altra, pur muovendo da un ricorso congiunto, richiede una pronuncia costitutiva, fondata sull’accertamento dei presupposti richiesti dall’art. 3 della legge n. 898 del 1970, con la conseguenza che mentre il primo procedimento è annoverabile tra quelli di giurisdizione volontaria, il secondo costituisce espressione di giurisdizione contenziosa;

che le predette differenze trovano conferma anche nella diversa disciplina dettata per l’ipotesi in cui le condizioni relative all’affidamento ed al mantenimento dei figli appaiano in contrasto con il loro interesse, dal momento che per la separazione l’art. 158, secondo comma, cod. civ. consente al tribunale di suggerire le necessarie modificazioni e, in caso d’inidonea soluzione, di rifiutare allo stato l’omologazione, mentre l’art. 4, sedicesimo comma, della legge n. 898 del 1970 prevede l’adozione dei provvedimenti temporanei ed urgenti e la prosecuzione del giudizio nelle forme contenziose;

che, in applicazione dei richiamati principi, deve escludersi che nella specie la revoca del consenso da parte dell’intimata comportasse l’arresto del procedimento, dovendo il tribunale provvedere ugualmente all’accertamento dei presupposti per la pronuncia del divorzio, per poi passare, in caso di esito positivo della verifica, all’esame delle condizioni concordate dai coniugi, valutandone la conformità a norme inderogabili ed agl’interessi della figlia minore;

che il ricorso va pertanto accolto, restando assorbiti il secondo ed il terzo motivo, con cui il ricorrente ha dedotto l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio e la violazione degli artt. 112 e 136 cod. proc., censurando la sentenza impugnata per essersi limitata a dare atto della revoca del consenso da parte dell’intimata, senza esaminare il contenuto della relativa dichiarazione, nonché per aver omesso di pronunciare sul merito della domanda, nonostante la sussistenza dei presupposti per lo scioglimento del vincolo coniugale e l’insussistenza di diritti indisponibili dell’intimata o di pattuizioni contrastanti con l’interesse dell’unica figlia ancora minorenne;

che la causa va conseguentemente rinviata alla Corte d’Appello di L’Aquila, che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il primo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata; rinvia alla Corte di appello di L’Aquila, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.


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