Diritto e Fisco | Editoriale

Danno estetico: che risarcimento spetta?

26 Luglio 2018
Danno estetico: che risarcimento spetta?

Come si calcola il danno biologico (danno non patrimoniale) in caso di una ferita, una macchia o una cicatrice sulla pelle che pregiudica l’estetica di una persona.

Hai subito un intervento estetico che ti ha lasciato un’evidente macchia sulle gambe: il segno non se ne andrà più via se non con un intervento di chirurgia plastica. Un uomo ti ha sferrato un colpo sul volto procurandoti una ferita che ti ha causato una  brutta cicatrice. I vetri dell’auto, che ti sono piovuti addosso dopo uno scontro con un altro veicolo, ti hanno procurato delle lacerazioni sul braccio che difficilmente il tempo cancellerà. I punti lasciati a seguito di un intervento per togliere un neo sottocutaneo hanno fatto infezione e ora sarai “segnato” a vita da questo sfregio. Chi ti risarcisce in questi casi? Sicuramente il responsabile, non hai alcun dubbio in merito. Il punto è però quanti soldi ti spettano. Perché se per un’altra persona avere una cicatrice è un fatto del tutto normale, per te costituisce un peso enorme. E questo perché alla tua immagine ci tieni molto. Ecco perché in questo momento ti stai chiedendo che risarcimento spetta per il danno estetico? Ritieni ad esempio di aver diritto ai soldi per rifarti la pelle “a nuovo” da un chirurgo plastico o quantomeno per il mancato guadagno da una carriera da modella o da hostess che avevi sempre sognato.

In questo articolo proveremo a darti qualche suggerimento per evitare che tu possa fare delle proiezioni sbagliate e magari sperare in importi che poi non ti saranno mai elargiti.

Che ad ogni danno corrisponda un risarcimento non ci piove. Che il risarcimento spetti anche quando il danno non è facilmente determinabile, come ad esempio la sofferenza fisica, è altrettanto scontato. Ma come deve essere quantificato questo danno è spesso fonte di contrasto tra giudici e avvocati, tendendo questi ultimi fantasiosamente a moltiplicare le varie voci di risarcimento. In verità la Cassazione ha detto che esistono solo due forme di risarcimento: quello «patrimoniale» e quello «non patrimoniale». Quest’ultimo poi lo si può chiamare come si vuole – danno esistenziale, danno morale, danno biologico, danno alla vita di relazione, danno agli affetti, ecc. – ma resta pur sempre un danno non patrimoniale. Detto ciò, vediamo cosa succede quando si parla di danno estetico: che risarcimento spetta? A fare chiarezza sul punto è stata una recente sentenza del tribunale di Vicenza [1] che ha ripercorso un po’ l’orientamento ormai consolidato della giurisprudenza della Suprema Corte.

Quanto può incidere un danno estetico?

Per valutare il danno estetico bisogna tenere conto di una serie di circostanze. Innanzitutto bisogna verificare la localizzazione della lesione sul corpo del danneggiato. Una ferita sul volto ha certo più peso rispetto a una sul ginocchio. Ed ancora la ferita su un ginocchio per un uomo ha un’intendenza minore rispetto a una donna la quale, per costume sociale, è portata a scoprire le gambe con vestiti corti e ad assegnare ad esse un valore di seduzione.

Il danno estetico è inoltre qualcosa in più del semplice segno. Spesso può incidere su una vita lavorativa; pensa, a riguardo, a chi svolge un lavoro in televisione o a chi ha un continuo contatto con il pubblico come un agente di commercio porta a porta; pensa anche a una modella o a una hostess. Diverso il caso di un dipendente in un ufficio che non ha relazioni con la clientela.

Infine un rilievo non inferiore lo ha la dimensione della ferita: mezzo centimetro di graffio non può pesare come una cicatrice estesa su tutta la fronte.

Tutti questi fattori saranno valutati dal giudice al fine di quantificare il risarcimento del danno estetico secondo le modalità che a breve indicheremo.

Danno patrimoniale per danno estetico

Sicuramente la prima voce di risarcimento che spetta per il danno estetico è il danno patrimoniale, quello cioè consistente nelle cure e nelle medicine necessarie alla guarigione. Ovviamente andranno conservati tutti i documenti giustificativi delle spese (scontrini, fatture, prescrizioni mediche, ecc.).

Sempre nel danno patrimoniale è compreso il mancato guadagno per non aver lavorato durante la convalescenza in ospedale o a casa. Il lavoratore dipendente che riceve lo stipendio anche quando è in malattia (perché gli viene pagato dall’azienda o dall’Inps) non ha diritto a questa voce di risarcimento. Vi ha diritto invece il professionista, il commerciante, l’imprenditore o l’agente di commercio i quali guadagnano per quante ore lavorano. Non potendosi calcolare quanti soldi sono andati “bruciati” nel periodo di convalescenza, il calcolo di questa voce avviene “in via equitativa” sulla base cioè di quanto appare giusto al giudice tenendo conto della dimensione dell’attività e dei guadagni degli anni precedenti o del periodo dell’anno in cui si è verificato lo stop.

Nel danno patrimoniale il giudice potrebbe anche includere il costo di un intervento di chirurgia plastica necessario a riportare le cose per come erano prima.

Danno non patrimoniale per danno estetico

Il danno non patrimoniale è certamente l’aspetto più critico. Come dice il nome stesso, si tratta di un danno che non trova un immediato corrispondente economico, sicché la sua quantificazione risulta sempre problematica. Ecco perché sono state create le tabelle del danno biologico. A “tot” punti di invalidità viene corrisposto un corrispondente indennizzo. A decidere i punti dell’invalidità è un medico legale. In questa quantificazione ha rilievo anche l’età del danneggiato: una cosa è una cicatrice sul volto di un anziano, il quale vi dovrà convivere non a lungo, un’altra è quella su un bambino che ha prospettive di vita del tutto diverse e una carriera lavorativa ancora da formare.

Il tribunale di Vicenza ha detto che il risarcimento del danno estetico si sostanzia in una forma di invalidità permanente; ragion per cui il pregiudizio va risarcito nell’ambito del danno biologico. È possibile un indennizzo ulteriore solo se il danno incide su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento. Il tutto tenendo conto dei seguenti parametri:

  • età del danneggiato;
  • sesso del danneggiato;
  • ogni altra utile circostanza particolare.

Quindi il danno può essere maggiorato per chi fa la modella, ma non per chi ha il sogno di diventare tale, poiché in quest’ultima ipotesi si tratta di un danno non certo e solo potenziale.

Dunque, volendo sintetizzare, il risarcimento “di base” per il danno estetico resta per chiunque ancorato solo alle tabelle del danno biologico. È possibile però un ulteriore risarcimento (una sorta di personalizzazione del danno) se vengono fornite prove concrete di uno specifico danno all’attività lavorativa attuale o futura; viene in tal caso arricchita la voce del «danno patrimoniale» derivante dalla perdita economica.

Nel danno non patrimoniale è compresa anche l’invalidità ossia il tempo durante il quale il danneggiato è stato costretto alla convalescenza, con impedimento delle sue attività quotidiane. Tutti i giorni che si è stati obbligati a un letto o comunque a non muoversi (ad esempio per non esporsi ai raggi solari o alle intemperie del freddo) avranno un apposito risarcimento, anche questo determinato secondo tariffe predefinite.


note

[1] Trib. Vicenza, sent. 481/2018.

Tribunale di Vicenza – Sezione II civile – Sentenza 20 febbraio 2018 n. 481

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI VICENZA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale civile e penale di Vicenza, in persona del giudice unico dott. Stefano Rago,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I grado iscritta al n. 2782/2012 R.G. promossa

da

(…), C.F. (…), nata a C. (P.) il (…);

rappresentata e difesa dagli avv.ti An.Al. ed Al.Al. come da mandato a margine dell’atto di citazione ed elettivamente domiciliata presso il loro studio in Vicenza, Corso (…)

ATTRICE contro

(…), C.F. (…), nata in R. il (…), quale titolare della ditta individuale (…), P. IVA (…), con sede in (…), (…);

rappresentata e difesa dall’avv. En.Ma. come da procura a margine della comparsa di costituzione e risposta ed elettivamente domiciliata presso il suo studio in Piazzola sul Brenta (PD), via (…)

CONVENUTA

OGGETTO: responsabilità contrattuale; lesione personale. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con atto di citazione ritualmente notificato (…) evocava in giudizio (…), titolare del centro estetico “(…)” di V. per sentirla condannare al risarcimento del danno, consistente in lesioni cutanee, subito a seguito di una seduta di epilazione a luce pulsata alle regioni inguinali ed agli arti inferiori effettuata in data 11.02.2011 nonché alla restituzione della somma di Euro 560,00, pari ad otto sedute di cavitazione già saldate e non usufruite per avere, in seguito al predetto sinistro, deciso di interrompere il trattamento estetico.

A sostegno della domanda, l’attrice deduceva, in particolare, che:

– aveva avvertito immediatamente un intenso dolore, rappresentato all’operatrice, la quale aveva proseguito il trattamento, nel corso del quale erano pure comparse delle macchie rosse;

– non era stata sottoposta ad alcuna previa anamnesi;

– la (…), dopo alcuni giorni, poiché il rossore comparso a seguito del trattamento non era scomparso, le aveva suggerito di effettuare una seduta di epilazione con ceretta ed un trattamento esfoliante.

2. (…), nel costituirsi all’udienza del 29.01.2013, contestata la sussistenza di nesso causale tra il danno lamentato ed il trattamento di depilazione in esame nonchè la quantificazione del danno medesimo ed eccepita altresì l’esclusiva o comunque prevalente responsabilità dell’attrice nella determinazione del danno ex art. 1227 comma 2 c.c., concludeva chiedendo il rigetto di tutte le domande attoree.

3. Venivano concessi i chiesti termini ex art. 183 comma 6 c.p.c.

Veniva disposta C.T.U. medico-legale, nominando all’uopo il dott. Angelo Tolomeo.

La causa veniva altresì istruita mediante interpello dell’attrice ed assunzione della testimonianza di S.E..

All’esito, la causa veniva rinviata per la precisazione delle conclusioni.

All’udienza del 21.11.2017, sulle conclusioni precisate dalle parti come in epigrafe la causa veniva rimessa in decisione con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c. per lo scambio delle comparse conclusionali e delle eventuali memorie di replica.

DIRITTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Le domande di parte attrice sono in parte fondate, per quanto di ragione.

1.1. (…) chiede innanzitutto il risarcimento del danno asseritamente subito a causa di un erroneo trattamento estetico praticato presso il centro estetico “(…)” di V. con tecnica del laser a luce pulsata, che aveva dato luogo a forti arrossamenti e dolori nella zona del corpo interessata, sfociati in vere e proprie lesioni cutanee.

Va premesso che, per consolidata giurisprudenza, il giudice non è tenuto ad esaminare specificamente ed analiticamente tutte le tesi prospettate e le prove prodotte o acquisite dalle parti, ben potendosi limitare ad esporre in maniera concisa gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, evidenziando le prove ritenute idonee a confortarla (Cass. 17145/2006 rv. 593961; così anche Cass. 25509/2014 rv. 633604 e Cass. 8294/2011 rv. 617420).

1.1.1. È pacifico in causa che in data 11.02.2011 (…) si sottoponeva ad un trattamento di depilazione mediante luce pulsata presso il centro estetico “(…)”, di cui l’odierna convenuta era titolare.

Durante il trattamento, l’attrice avvertiva una sensazione di intenso dolore agli arti inferiori, immediatamente rappresentato alla (…), e comparivano altresì delle macchie rosse, presenti anche nei giorni successivi.

Tali circostanze sono pacificamente riconosciute dalla convenuta (pagg. 6 e 7 della comparsa), sicchè il fatto all’origine del lamentato danno non è in contestazione.

L’attrice ha quindi chiesto di essere risarcita delle lesioni cutanee riportate a seguito di detta seduta.

La domanda risarcitoria merita accoglimento.

Fra le parti è intercorso rapporto contrattuale in base al quale la (…), esercente l’attività di estetista, in data 11.02.2011 ha sottoposto (…) ad un trattamento per la depilazione con la tecnica del laser a luce pulsata.

Il nesso causale fra il trattamento e le lesioni riscontrate è certo.

Infatti, l’avverarsi di un forte arrossamento agli arti inferiori ed i lamenti immediatamente manifestati dalla (…) per un subitaneo dolore proprio durante la sessione estetica non sono controversi, ed invero neppure smentiti da fonti di prova diverse su questo specifico punto.

Inoltre, il rapporto di causalità diretta è stato accertato, sotto il profilo medico-legale, dal C.T.U., dott. Tolomeo, il quale ha affermato che le riscontrate lesioni cutenee agli arti inferiori sono “certamente ascrivibili a trattamento estetico di natura non medica (epilazione tramite luce pulsata ad alta intensità)”.

La (…) ha però replicato di non avere, nei successivi accessi della (…) al centro estetico per effettuare altri trattamenti, più notato alcun segno, così contestando la sussistenza del nesso causale tra il trattamento e le lesioni asseritamente lamentate.

L’assunto è tuttavia rimasto indimostrato.

La convenuta, pur ammessa a provare tale circostanza (capitolo 40 della memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c.: “Vero che, in occasione dello svolgimento delle sedute estetiche di cui ai precedenti capitoli 12, 15, 16, 18, 19, 21, 23, 27, 28, 32, gli arti inferiori della Sig.ra C.B. apparivano integri e normopigmentati”), non ha citato alcun testimone, rendendo dunque superflue tutte le circostanze dedotte nei precedenti capitoli, fino al numero 12.

Non vi sono dunque ragioni per escludere la consecuzione temporale fra la sessione estetica e le lesioni cutanee riscontrate nei mesi successivi dagli specialisti cui l’attrice si è rivolta e persistenti fino all’espletamento della C.T.U. nonché la corrispondenza fra la tipologia di intervento (a luce laser pulsata) e la tipologia di lesione.

A fronte di tali emergenze processuali, la ricorrenza di un qualsiasi fattore idoneo ad interrompere il nesso causale o comunque ad inserirsi nella catena causale, sì da aggravare le lesioni medesime oppure da determinare autonomamente il danno, avrebbe dovuto essere provata dalla convenuta, la quale nulla ha dedotto né tantomeno provato.

Era allora onere della convenuta, conformemente alla disciplina della responsabilità contrattuale, dimostrare di avere adempiuto la propria obbligazione in maniera esatta e con la diligenza e la perizia dovute (Cass. S.U. 13533/2001).

Prova che è evidentemente fallita.

Sotto il profilo dell’eccepito concorso di colpa, la convenuta ha anche dedotto di aver proceduto nel trattamento estetico in contestazione solo a fronte dell’insistenza dell’attrice e comunque, al fine di “tarare” il macchinario e regolare l’intensità del fascio luminoso, non prima di averle chiesto se avesse assunto o stesse assumendo farmaci antinfiammatori e si fosse di recente esposta a raggi ultravioletti, ricevendo, a quest’ultima domanda, una falsa risposta negativa, avendo la stessa (…), al proprio perito, dott. (…), dichiarato il contrario (v. pag. 8 del doc. 5 attoreo).

Tali circostanze sono state recisamente e tempestivamente contestate dall’attrice, la quale ha escluso che le sia stato domandato se si fosse esposta a raggi (…) o se stesse facendo uso di farmaci.

La convenuta, pur ammessa a provare varie circostanze oggetto dei capitoli formulati, non ha citato alcun testimone.

Non può dunque che prendersi atto dell’assoluto vuoto probatorio delle tesi difensive propugnate dalla convenuta.

È pacifico che non sia stata fatta alcuna approfondita indagine anamnestica ed invero neppure risulta che siano state rivolte domande intese a correttamente calibrare l’intensità della luce emanata dal macchinario.

In ogni caso, e con valenza dirimente, il C.T.U. ha osservato che le lampade abbronzanti cui l’attrice si sarebbe sottoposta, per sua stessa ammissione, circa tre settimane prima, “non avrebbe comportato particolari controindicazioni all’esecuzione del trattamento estetico” in oggetto e che, con valutazione che appare a questo giudice pienamente condivisibile, “un’estetista esperta avrebbe dovuto tener conto dello stato di pigmentazione della pelle” della cliente, stante l’inidoneità dell’utilizzo della tecnica de qua su soggetti con pelle naturalmente scura o troppo scura. D’altra parte, è lo stesso Allegato 2 del D.M. n. 110 del 12 maggio 2011 (pubblicato in G.U. n. 163 del 15.07.2011) sugli apparecchi elettromeccanici utilizzati per l’attività di estetista, a prescrivere che “l’uso delle apparecchiature per la depilazione deve essere riservato a personale con qualifica professionale e con specifica preparazione teorico – pratica, quindi in grado anche di valutare preventivamente le idonee condizioni della cute”.

Infine, parte convenuta ha dedotto che l’attrice avrebbe continuato a servirsi del centro estetico “(…)” dopo l’11.02.2011.

Se è pur vero che trattasi di un elemento presuntivo che talora può essere valorizzato per ridimensionare alcune specifiche pretese attoree (es. danno da perdita di chance e da ridotta capacità produttiva), non vale certo ad escluderne del tutto la fondatezza né, nel caso di specie, a limitare la quantificazione del danno: infatti, sotto un primo profilo, il mantenimento di un eventuale rapporto di fiducia non può di per sé sovvertire il giudizio di responsabilità come sopra esposto e, sotto un secondo profilo, l’attrice non ha chiesto di essere reintegrata dei mentovati specifici pregiudizi.

1.1.2. Sotto il profilo del quantum, si osserva quanto segue.

1.1.2.1. La C.T.U. del dott. To. – esaustiva di ogni profilo, coerente, e pertanto pienamente condivisibile – ha chiarito che l’attrice, in conseguenza del trattamento estetico de quo, ha riportato lesioni cutanee che costituiscono un danno estetico non più emendabile, essendosi le lesioni stabilizzate.

Relativamente al Periodo di Inabilità Temporanea Assoluta e Parziale conseguito alle suddette lesioni, ha poi effettuato la seguente stima:

a) Inabilità Temporanea Parziale al 50% per 15 giorni;

b) Inabilità Temporanea Parziale al 25% per 15 giorni;

c) Inabilità Temporanea Parziale al 10% per 30 giorni.

Invece, la valutazione del danno permanente è stata equamente determinata nella misura del 6%, con esclusione di ripercussione negativa sulla capacità lavorativa della periziata.

Al fine di addivenire a tale equa stima del danno, il C.T.U. ha dato atto di aver fatto riferimento al noto manuale “Guida Orientativa per la Valutazione del Danno Biologico” di M.Ba., il cui valore scientifico non è discusso né discutibile.

La convenuta ha rilevato perplessità nell’accertamento medico – legale dell’ausiliare, che avrebbe classificato le lesioni patite dalla (…) sia come “iperpigmentazioni” sia come “esiti cicatriziali”.

Nel predetto manuale si rinvengono quattro classi di valutazioni delle lesioni estetiche e, per quanto qui rileva:

1) classe I (1 – 5%): “riduzione dell’efficienza estetica quasi nulla o molto lieve, con esiti rilevabili in corso di un’osservazione generica, ma che non alterano l’espressività del soggetto (ad esempio, piccole cicatrici visibili e/o anomale pigmentazioni del volto, piramide nasale leggermente deviata, perdita parziale di un padiglione auricolare, strabismo lieve, cicatrici lineari evidenti nella regione del collo, cicatrici lineari al tronco o agli arti anche di grandi dimensioni”;

2) classe II (6-10%): “riduzione dell’efficienza estetica lieve – moderata, con esiti più evidenti che si accompagnano a coscienza della menomazione da parte del soggetto leso (ad esempio piccole cicatrici lineari piane al volto, depressioni cutanee circoscritte nelle regioni della fronte e della guancia, asimmetrie facciali di modesta entità, perdita totale di un padiglione auricolare, strabismo molto evidente, esiti cicatriziali evidenti nella regione del collo, estese aree cicatriziali al tronco o agli arti”.

Ritiene questo giudice che, tenuto conto che, nel caso di specie, non si tratta di lievi anomale pigmentazioni del volto né di cicatrici lineari poste sul collo, sul tronco o sugli arti, che varrebbero a sussumere le lesioni in esame nella prima classe, bensì di lesioni non lineari ma estese e discromiche agli arti inferiori (al di là della loro qualificazione medica in termini di iperpigmentazione o di cicatrici), gli elementi che valgono a confermare la valutazione operata dal C.T.U., a prescindere da ogni sua componente soggettiva, e che devono essere senz’altro valorizzati in maniera decisiva sono l’estensione dell’alterazione cutanea e la loro collocazione in regioni del corpo particolarmente esposte, con conseguente influenza sull’aspetto estetico dell’attrice.

Il danno biologico permanente va pertanto stimato al 6%, secondo le condivisibili valutazioni del C.T.U.

Dunque, sulla base delle tabelle di Milano secondo i parametri vigenti al momento dell’emissione della decisione (Cass. 7272/2012 rv. 622506), fatte proprie dall’intestato Tribunale (Cass. 12408/2011 rv. 618048), considerando l’età dell’attrice al momento del fatto (23) ed applicando l’importo medio di Euro 120,00 per l’invalidità temporanea (valori tabellari da Euro 96,00 ad Euro 145,00 giornaliere) (tenuto conto del grado “medio – lieve” di sofferenze psico – fisiche e dell’assenza di ragioni per discostarsi dal valore mediano), il danno complessivamente subito deve

essere liquidato nell’importo di Euro 12.433,00, di cui Euro 10.723,00 per danno biologico permanente ed Euro 1.710,00 per danno biologico temporaneo.

L’attrice non ha diritto ad accedere ad alcuna personalizzazione del danno.

Come ha già avuto modo di affermare la Suprema Corte, il c.d. danno estetico non è che una forma di invalidità permanente (e quindi un danno biologico), sicché il pregiudizio di tipo estetico viene abitualmente risarcito all’interno del danno biologico, inclusivo di ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito, ivi compresi il danno estetico e alla vita di relazione, a meno che esso abbia provocato ripercussioni negative non soltanto su un’attività lavorativa già svolta ma anche su un’attività futura, precludendola o rendendola di più difficile conseguimento, in relazione all’età, al sesso del danneggiato e ad ogni altra utile circostanza particolare, nel quale caso può essere riconosciuto per esso un danno patrimoniale purché venga fornita una prova rigorosa di una concreta riduzione del reddito conseguente alle menomazioni subite (Cass. 13391/2007 rv. 597097 e Cass. 702/2010 rv. 610869; così anche Cass. 17220/2014; v. anche Cass. 6383/2004 rv. 571698, secondo cui il danno estetico costituisce una componente del danno biologico, che può giustificare una personalizzazione qualitativa e quantitativa dei parametri adottati a tal fine).

Nel caso di specie, il C.T.U., nella determinazione del grado percentuale di invalidità permanente all’interno della classificazione adottata, la quale consentiva di spaziare dal 6% al 10%, ha già mostrato di considerare il danno estetico, tenendo conto, in particolare, della giovane età dell’attrice, dell’incidenza della lesione sugli aspetti dinamico – esistenziali – relazionali e dell’assenza di riflessi psicopatologici in atto.

Ciò detto, avendo il C.T.U. già preso in considerazione ogni conseguenza di tipo estetico, segnatamente le ripercussioni dinamico – relazionali connesse alla localizzazione delle alterazioni cutanee, non può più essere risarcito alcunché, atteso che non vi sono ulteriori elementi, peraltro neppure dedotti da parte attrice, per procedere ad una personalizzazione del suddetto danno.

1.1.2.2. Le spese mediche sostenute – giustificate e congrue – che devono essere rimborsate sono pari ad Euro 1.268,00.

Si tratta, in particolare, della visita medico – legale sostenuta in data 04.11.2011 (Euro 968,00), che ha natura evidentemente prodromica all’introduzione del presente giudizio, e della visita specialistica in data 20.10.2011 (Euro 300,00).

Non può invece essere risarcita la somma di Euro 480,00, relativa all’ulteriore visita specialistica in data 03.11.2011 cui l’attrice si è sottoposta appena il giorno prima di quella medico – legale e dieci giorni dopo un’altra visita di analoga natura, trattandosi di accertamento medico superfluo e ripetitivo.

Non trova giustificazione in atti l’ulteriore somma di Euro 1.400,00 richiesta da parte attrice in comparsa conclusionale (ed erroneamente ritenuta congrua dal C.T.U. in assenza di qualsivoglia documentazione a sostegno della pretesa).

1.1.3. A parte attrice spetta la liquidazione dei seguenti importi: Euro 12.433,00 + Euro 1.268,00.

Tali somme, trattandosi di debito di natura risarcitoria, e dunque di valore, devono essere maggiorate, in assenza di specifica prova sull’entità del pregiudizio sofferto, della rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT (così da reintegrarne il valore iniziale, compensando la

successiva perdita del potere d’acquisto della moneta) dalla data dell’evento (11.02.2011), nonché del lucro cessante, anch’esso in via equitativa, attraverso l’attribuzione degli interessi legali i quali, al fine di evitare l’ingiustificata locupletazione della parte creditrice vengono calcolati sul capitale originario rivalutato anno per anno dalla data dell’evento dannoso fino alla presente sentenza (v. Cass. S.U. 1712/1995 rv. 490480).

Nel caso di specie, facendo applicazione di tali principi, la somma corrispondente al danno non patrimoniale deve essere riportata al valore (“devalutata”) alla data del fatto (Euro 11.652,00); ad essa deve essere poi sommato l’importo del danno patrimoniale, anch’esso devalutato alla data del fatto (Euro 968,00 devalutati in Euro 947,16 ed Euro 300,00 in Euro 293,83).

Dunque, l’importo finale pari ad Euro 12.892,99, quale credito di valore, deve essere rivalutato, riconoscendo gli interessi legali per il ritardo nella liquidazione, calcolati con decorrenza dal fatto sulla somma originaria, rivalutata anno per anno. Seguendo la progressione periodica annuale, tale somma valutata all’attualità è complessivamente pari ad Euro 14.857,49, somma in cui consistono i danni subiti da parte attrice in occasione del fatto e sulla quale, invece, decorreranno – in quanto debito di valuta – i chiesti interessi legali dalla data della presente decisione fino al saldo.

Al pagamento di tale somma va dunque condannata la (…).

1.2. Va invece rigettata la domanda di restituzione della somma di Euro 560,00 relativa a sedute di cavitazione, anticipatamente corrisposta dall’attrice e di cui essa non ha usufruito.

È pacifico tra le parti che l’attrice, il giorno del sinistro in discussione, abbia corrisposto alla convenuta la somma complessiva di Euro 1.400,00 per venti sedute di cavitazione.

È altrettanto incontroverso che la (…) abbia usufruito di dodici sedute su venti, chiedendo la restituzione di una somma equivalente alle otto sedute cui non si è sottoposta.

L’assunto attoreo è che, in seguito all’episodio dell’11.02.2011, sarebbe venuta meno la fiducia necessaria ad autorizzare la convenuta ad utilizzare un siffatto trattamento invasivo sul proprio corpo.

La (…), fin dalla comparsa di costituzione, ha replicato che, in realtà, la (…) si sarebbe sottoposta alle sedute di cavitazione (ben dodici) successivamente ai fatti per cui è causa: circostanza negata dall’attrice, che ha invece sostenuto di aver iniziato ad usufruire del “pacchetto” prima dell’11.02.2011 e di avere, da allora, interrotto ogni trattamento presso il centro estetico “(…)” (pag. 6 della memoria ex art. 183 comma 6 n. 1 c.p.c. di parte attrice).

L’allegazione dell’attrice è evidentemente non credibile, atteso che l’acquisto di “pacchetti” di servizi (ad esempio, come nel caso di specie, di bellezza) avviene, secondo l’id quod plerumque accidit, a fronte del pagamento del prezzo, salvo ovviamente il successivo godimento mediante la prenotazione di singole sedute.

In ogni caso, a fronte di un contratto concluso l’11.02.2011 relativo ad una serie di interventi estetici con contestuale pagamento del prezzo, sarebbe stata l’attrice a dover vincere la presunzione che vuole che al contratto venga data da quel momento esecuzione, dimostrando appunto che una delle parti già aveva dato, in precedenza, parziale esecuzione allo stesso, prima ancora di ricevere alcun corrispettivo.

Ciò detto, non risulta in causa, non avendolo l’attrice mai precisato, quando essa abbia deciso di interrompere i trattamenti di cavitazione (è infatti tardiva l’allegazione contenuta a pagina 4 della memoria di replica secondo cui l’interruzione sarebbe avvenuta solo dopo i primi controlli medici di aprile e giugno).

Si tratta, peraltro, di contratto distinto da quello che ha originato il danno appena risarcito.

In definitiva, sulla base degli elementi acquisiti in giudizio, non può che ritenersi che la (…), dopo aver usufruito di dodici sedute di cavitazione successivamente al giorno in cui aveva riportato persistenti lesioni cutanee alle gambe per un differente trattamento estetico, abbia unilateralmente ed ingiustificatamente, in assenza di inadempimento della controparte, rifiutato di proseguire nel rapporto contrattuale in essere e di sottoporsi alle restanti sedute.

La domanda restitutoria va dunque rigettata.

2. Le spese di lite vanno compensate per un 1/4 fra le parti in ragione dell’accoglimento solo parziale delle domande articolate dall’attrice. La convenuta va condannata al pagamento a favore della (…) dei residui 3/4 liquidati come in dispositivo in applicazione del D.M. n. 55 del 2014. In particolare: a) alla luce della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno, si applica lo scaglione da Euro 5.201,00 ad Euro 26.000,00 (Cass. S.U. 19014/2007 rv. 598765, secondo cui nella liquidazione degli onorari lo scaglione di riferimento è quello relativo al decisum, non già al disputatum); b) le fasi da prendere in considerazione sono quelle di studio, introduttiva, istruttoria e decisoria; c) non si ravvisano ragioni per discostarsi dai valori medi, e pertanto si stima equo liquidare un compenso pari a complessivi Euro 3.626,25.

Le spese della C.T.U. del dott. To., liquidate come da verbale d’udienza del 05.02.2016, vanno poste in via definitiva a carico della (…).

P .Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa e ulteriore istanza, eccezione e deduzione disattesa, così giudica:

1. condanna (…) a pagare in favore di (…), a titolo di risarcimento del danno, la somma complessiva di Euro 14.857,49, già all’attualità, oltre interessi legali dalla data della presente decisione al saldo;

2. rigetta ogni altra domanda spiegata dalle parti;

3. compensa per un quarto le spese di lite e condanna (…) alla rifusione in favore di (…) dei residui terzi quarti, liquidati in complessivi Euro 515,31 per esborsi ed Euro 3.626,25 per compenso professionale, oltre rimborso forfetario nella misura del 15%, CPA ed IVA come per legge;

4. pone definitivamente le spese della C.T.U. del dott. To., già liquidata con separato provvedimento, a carico di (…).

Così deciso in Vicenza il 19 febbraio 2018. Depositata in Cancelleria il 20 febbraio 2018


Tribunale Lecce, sez. I, 08/03/2018,  n. 901

Il danno estetico non può mai essere considerato un danno “in sé”, ma deve sempre avere una proiezione funzionale e delle ripercussioni concrete sulla vita del danneggiato, che devono essere oggetto di prova.

Tribunale Roma, sez. XII, 22/02/2018,  n. 3980

Il danno biologico ricomprende in sé tutti i danni non patrimoniali alla persona, salva la necessità di adeguata personalizzazione del caso concreto.

Il danno estetico non necessita di una valutazione autonoma e non conglobata nell’accertamento della complessiva menomazione dell’integrità psicofisica della danneggiata. La valutazione del danno biologico deve infatti essere unitaria, giacché il danno alla salute (e il valore-uomo) non costituisce la semplice somma delle singole invalidità conseguenti all’evento lesivo, ma una funzione di esse. Il discorrere di “danno ortopedico”, “danno estetico” o “danno psichico” riveste invero una semplice valenza descrittiva, ma non implica che ciascuna menomazione debba essere singolarmente valutata e che quindi la liquidazione del danno sia il risultato della sommatoria di una valutazione parcellizzata delle menomazioni ai singoli distretti corporei o alle singole funzioni. Il danno biologico ricomprende in sé tutti i danni non patrimoniali alla persona, salva la necessità di adeguata personalizzazione del caso concreto.

Estremi: Tribunale Napoli, sez. VI, 09/02/2018,  n. 1477

È inammissibile, perchè costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da fattispecie astrattamente integranti reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale, tutte voci componenti un unitario danno alla persona considerata nel complesso della sua estrinsecazione soggettiva.

Cassazione civile, sez. III, 08/02/2018,  n. 3035 

Il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima. Pertanto, una volta liquidato il danno biologico convertendo in denaro il grado di invalidità permanente, una liquidazione separata del danno estetico, alla vita di relazione, alla vita sessuale, è possibile soltanto in presenza di specifiche circostanze fattuali che ne giustificano la personalizzazione, le quali integrando un “fatto costitutivo” della pretesa devono essere allegate in modo circostanziato già nell’atto introduttivo del giudizio e non possono risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche.

Tribunale Roma, sez. XII, 05/09/2017,  n. 16567

Il danno estetico deve essere liquidato nell’ambito della personalizzazione del danno biologico (Cass. civ., Sez. III, 22.4.2009, n. 9549) consistendo nella compromissione dell’integrità fisiognomica della persona incidente in peius sulla sua capacità di relazionarsi col mondo esterno.

Tribunale Pisa, 08/08/2017,  n. 1008 

Il danno biologico ha una portata tendenzialmente omnicomprensiva. Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico – relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) costituiscono componenti dell’unitario danno non patrimoniale che, senza poter essere valutate atomisticamente, debbono pur sempre dar luogo ad una valutazione globale. Poiché il danno biologico ha natura non patrimoniale, ed il danno non patrimoniale ha natura unitaria, è corretto l’operato del giudice di merito che liquidi il risarcimento del danno biologico in una somma omnicomprensiva, posto che le varie voci di danno non patrimoniale elaborate dalla dottrina e dalla giurisprudenza (danno estetico, danno esistenziale, danno alla vita di relazione, ecc.) non costituiscono pregiudizi autonomamente risarcibili.

Tribunale Cassino, 10/07/2017,  n. 887

Il carattere unitario della liquidazione del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c., preclude la possibilità di un separato ed autonomo risarcimento di specifiche fattispecie di sofferenza patite dalla persona (danno alla vita di relazione, danno estetico, danno esistenziale, ecc., che hanno solo funzione descrittiva dell’estensione dell’unico danno non patrimoniale nella fattispecie in esame), che costituirebbero vere e proprie duplicazioni risarcitorie. Il giudice, ha l’obbligo di tenere conto di tutte le peculiari modalità di atteggiarsi del danno non patrimoniale nel singolo caso, tramite l’incremento della somma dovuta a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione. Nell’ambito della ricostruzione bipolare della responsabilità aquiliana, va definitivamente abbandonata l’autonoma categoria del danno morale soggettiva, dovendosi inglobare la sofferenza morale nella categoria generale del danno non patrimoniale.

Tribunale Milano, sez. XIII, 17/03/2017,  n. 3222

In tema di condominio degli edifici, la tutela del decoro architettonico di cui all’art. 1120, comma 2, c.c. è stata disciplinata in considerazione della apprezzabile alterazione delle linee e delle strutture fondamentali dell’edificio, od anche di sue singole parti o elementi dotati di sostanziale autonomia, e della consequenziale diminuzione del valore dell’intero edificio e, quindi, anche di ciascuna delle unità immobiliari che lo compongono. Ne consegue che il giudice, per un verso, deve adottare, caso per caso, criteri di maggiore o minore rigore in considerazione delle caratteristiche del singolo edificio e/o della parte di esso interessata, accertando anche se esso avesse originariamente ed in qual misura un’unitarietà di linee e di stile, suscettibile di significativa alterazione in rapporto all’innovazione dedotta in giudizio, nonché se su di essa avessero o meno già inciso, menomandola, precedenti innovazioni. Per altro verso, deve accertare che l’alterazione sia appariscente e di non trascurabile entità e tale da provocare un pregiudizio estetico dell’insieme suscettibile d’un apprezzabile valutazione economica, mentre detta alterazione può affermare senza necessità di siffatta specifica indagine solo ove abbia riscontrato un danno estetico di rilevanza tale, per entità e/o natura, che quello economico possa ritenervisi insito.(Fattispecie nella quale il giudicante, sulla scorta dei riferiti principi, ha ritenuto che l’apposizione di zanzariere con relativi supporti collocati in corrispondenza di un terrazzino di proprietà esclusiva non alterasse la facciata condominiale).

Cassazione civile, sez. III, 20/04/2016,  n. 7766 

Va confermata la pronuncia di merito che, nel liquidare il danno non patrimoniale patito da una persona ferita in occasione di un incidente stradale, si sia discostata dai parametri indicati nelle tabelle milanesi, evidenziando come la peculiarità e l’eccezionalità del caso concreto imponessero un’adeguata personalizzazione del risarcimento (nella specie, era particolarmente significativo il pregiudizio estetico, anche in ragione dell’età del danneggiato) e dando rilievo alle due voci del danno dinamico/redazionale e della sofferenza morale

Tribunale Napoli, sez. XI, 12/01/2016,  n. 275 

L’ampia categoria del danno non patrimoniale include in sé il danno biologico – a sua volta comprensivo di tutte quelle figure di danno non reddituale e perciò non suscettibili di valutazione economica quali il danno estetico, alla vita di relazione, alla sfera sessuale – ed il danno morale.

Cassazione civile, sez. III, 27/07/2015,  n. 15733 

In tema di risarcimento del danno alla persona, qualora da un intervento chirurgico di osteosintesi residuino postumi permanenti (nella specie, una zoppia per l’accorciamento dell’arto di cm. 5) più gravi di quelli che, per le modalità della frattura, sarebbero comunque derivati nel caso di esecuzione di intervento a regola d’arte (cm. 2), accertata la maggiore invalidità differenziale nella misura del 5 per cento, non è adeguata la liquidazione del danno effettuata in quella percentuale mediante ricorso alle tabelle predisposte dal Tribunale di Milano, ove non si provveda alla personalizzazione del valore del punto di invalidità, che tenga conto delle conseguenze della maggiore zoppia sulla vita della paziente, ed in particolare delle sue difficoltà a deambulare in modo autonomo, dell’impedimento allo svolgimento del lavoro dinamico precedentemente espletato, oltre che dello sport praticato in epoca anteriore al sinistro, nonché del maggiore danno estetico causato dalla avvenuta esecuzione di un secondo intervento sul medesimo punto dell’arto.

Tribunale Milano, sez. I, 27/01/2015

In tema di danno non patrimoniale da responsabilità medica, con riferimento alla cd. personalizzazione del danno, il grado di invalidità espresso da un “baréme” medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima. Pertanto, una volta liquidato il danno biologico convertendo in denaro il grado di invalidità permanente, una liquidazione separata del danno estetico, alla vita di relazione, alla vita sessuale, è possibile soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età. Tali circostanze debbono essere tempestivamente allegate dal danneggiato, ed eventualmente indicate nella motivazione, senza rifugiarsi in formule di stile o stereotipe del tipo “tenuto conto della gravità delle lesioni” (Cass. n. 23778 del 2014).

Cassazione civile, sez. III, 07/11/2014,  n. 23778

Il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima. Pertanto, una volta liquidato il danno biologico convertendo in denaro il grado di invalidità permanente, una liquidazione separata del danno estetico, alla vita di relazione, alla vita sessuale, è possibile soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età. Tali circostanze debbono essere tempestivamente allegate dal danneggiato, ed analiticamente indicate nella motivazione, senza rifugiarsi in formule di stile o stereotipe del tipo “tenuto conto della gravità delle lesioni.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube