Lavoro e Concorsi | Editoriale

Come lavorare nel Terzo Settore

26 Luglio 2018 | Autore:


> Lavoro e Concorsi Pubblicato il 26 Luglio 2018



Le figure più ricercate e quelle di nuova creazione per trovare un posto nel sociale. Cosa chiede la riforma del settore ad associazioni e cooperative.

Se hai fatto «clic» per leggere questo articolo significa che ti interessa – o, per lo meno, ti incuriosisce – sapere se il Terzo Settore offre un’opportunità di lavoro a differenza di un mercato che non propone granché. Forse sei stanco di inviare curriculum a vuoto alla ricerca di un posto che abbia a che fare con le tue aspirazioni, con gli studi che hai fatto o con l’esperienza che hai accumulato, tanta o poca che sia. O probabilmente stai meditando di cambiare vita, hai dato quello che ritenevi che dovevi dare in un’azienda, per così dire, «tradizionale» e vorresti dedicarti ad altro, agli altri. Continua a leggere, allora, perché parleremo proprio di questo, di come lavorare nel Terzo Settore anche in considerazione della riforma introdotta dal Governo Gentiloni nel 2017.

Ci sono molti modi per riferirsi a questa attività: Terzo Settore, no profit, non a scopo di lucro, organizzazioni non governative o non imprenditoriali, lavoro nel sociale. Ma il concetto è lo stesso: si tratta di realtà che si collocano a metà tra le esigenze sociali dello Stato e quelle economiche del mercato senza abbracciare al 100% nessuna delle due. Si opera nel mondo della cultura, dell’accoglienza, del welfare. Si arriva dove la Pubblica amministrazione non riesce (o non vuole) arrivare. Ed in una società che sta vivendo una notevole trasformazione sociale e culturale si aprono nuovi spazi per lavorare nel Terzo settore. Ovviamente, a patto che nessun Governo spezzi le ali a chi lo vuole fare tagliando di proposito i finanziamenti.

Attenzione, però: qui non si parla di volontariato ma di un vero e proprio lavoro retribuito. Per questo motivo è importante anche conoscere qual è la natura giuridica delle organizzazioni, associazioni o cooperative, in definitiva del datore di lavoro. Sapere quali sono gli sbocchi professionali e le figure più ricercate, certo, ma anche i diritti del lavoratore del Terzo Settore. Continua a leggere e te lo raccontiamo.

Lavorare nel Terzo Settore: che cosa significa?

Lavorare nel Terzo Settore vuol dire entrare a far parte di una realtà privata che persegue senza scopo di lucro una finalità civica, di utilità sociale e solidale attraverso la produzione e l’erogazione di beni e di servizi. Significa, pertanto, lavorare per:

  • un’associazione di volontariato;
  • una cooperativa sociale;
  • un’associazione di protezione civile o di promozione sociale;
  • un’associazione sportiva dilettantistica;
  • un’associazione a tutela dei consumatori e degli utenti;
  • una società di mutuo soccorso;
  • un’organizzazione non governativa (Ong);
  • un’impresa sociale.

Tutte queste realtà devono avere un ritorno economico come conseguenza del lavoro svolto e non come finalità principale.

Il raggio di azione delle imprese che operano nel sociale si allarga sempre di più e comprende attività come:

  • il microcredito;
  • l’housing e l’agricoltura sociale;
  • il commercio equo solidale.

Lavorare nel Terzo Settore: cosa prevede la riforma del 2017?

Come accennato all’inizio, il Governo Gentiloni ha approvato nel 2017 una riforma [1] nota come Codice del Terzo Settore, che disciplina questo tipo di attività fissando delle regole per le organizzazioni che ne fanno parte. Vengono stabilite delle norme più semplici per il riconoscimento della personalità giuridica delle associazioni e le organizzazioni ed abolisce le Onlus e la loro qualifica fiscale.

Terzo Settore: il Registro unico

Una delle novità apportate dal Codice del Terzo Settore è l’istituzione di un Registro unico presso il quale confluiscono tutte le realtà che fanno parte degli oltre 300 tra albi ed anagrafi degli enti no profit. Il Registro, gestito a livello regionale o dalle Province autonome, operativo dal febbraio 2019, sarà accessibile a chiunque online e comprende:

  • organizzazioni di volontariato;
  • associazioni di promozione sociale;
  • enti filantropici;
  • imprese e cooperative sociali;
  • reti associative;
  • cooperative di mutuo soccorso;
  • altri enti.

Per ciascuno di questi enti c’è tutta una serie di informazioni relative a:

  • la denominazione e la natura giuridica dell’impresa sociale;
  • la sede legale ed eventuali altre sedi;
  • l’attività di cui si occupa;
  • il codice fiscale e la partita Iva;
  • i nominativi dei rappresentanti legali e di chi ricopre cariche sociali.

Gli enti che lavorano nel Terzo Settore sono obbligati ad iscriversi a questo Registro se vogliono usufruire delle agevolazioni fiscali previste. All’interno occorre depositare anche i bilanci entro 30 giorni dalla loro approvazione o dal termine del periodo di riferimento.

Terzo Settore: gli obblighi societari

Dicevamo che chi lavora nel Terzo Settore non può avere come missione il guadagno, ma quest’ultimo deve essere il frutto dell’attività che svolge, anche se è possibile ripartire gli utili e gli avanzi di gestione. Tuttavia, e trattandosi di imprese sociali che muovono dei soldi e che danno lavoro, esistono degli obblighi societari da rispettare.

Uno di questi riguarda il bilancio, redatto secondo le indicazioni del Ministero del Lavoro: l’impresa sociale è tenuta a pubblicarlo non solo su Registro del Terzo Settore (di cui abbiamo appena parlato) ma anche sul proprio sito Internet.

Per quanto riguarda gli stipendi, è vietato il superamento del rapporto 1 a 8 della differenza retributiva tra dipendenti. Non è possibile, inoltre, pagare a dipendenti o lavoratori autonomi delle retribuzioni o dei compensi superiori del 40% a quanto previsto dal contratto nazionale di categoria, a meno che ne venga dimostrata l’esigenza per acquisire delle competenze specifiche ai fini dello svolgimento della propria attività. Non è lecito nemmeno pagare un dipendente meno di quanto stabilito dal Ccnl.

A proposito del personale, il numero dei volontari nelle imprese sociali non può superare quello dei dipendenti, cosa che, invece, può succedere nelle organizzazioni di volontariato e nelle associazioni di promozione sociale.

Chi lavora nel Terzo Settore deve avere la possibilità di essere concretamente trascinato nell’attività dell’impresa sociale in cui si trova. È previsto, infatti, il coinvolgimento diretto dei lavoratori nella capacità decisionale di ciò che riguarda in modo in cui vengono erogati beni e servizi e la loro qualità.

Le imprese sociali possono godere di queste agevolazioni fiscali:

  • detrazione Irpef del 30% sui soldi investiti dai privati e mantenuti per almeno tre anni con un tetto massimo detraibile di 1 milione di euro;
  • deduzione Ires del 30% sui soldi investiti dalle imprese e mantenuti per almeno tre anni con un tetto massimo deducibile di 1,8 milioni di euro.

Lavorare nel Terzo Settore: le figure più ricercate

In tutto questo contesto, come potresti inserirti per trovare un lavoro nel Terzo Settore? Quali sono le figure più ricercate da associazioni, cooperative o imprese sociali? Eccole.

L’assistente sociale

Questa è una figura che normalmente lavora in cooperative, in associazioni o in altri enti (anche pubblici). Il suo compito è quello di prevenire una situazione di disagio sociale all’interno della famiglia oppure di intervenire quando si presenta quel disagio. Tra i vari ambiti operativi ci sono le comunità per minori e le case famiglia. Ma può essere anche chiamato da un Tribunale o da un ente locale per seguire determinati casi.

Per lavorare nel Terzo Settore con questa qualifica, è necessaria l’iscrizione all’albo degli assistenti sociali.

L’educatore professionale

Anche qui serve una preparazione specifica e, in particolare, una laurea in Scienze della formazione e un’abilitazione. L’educatore professionale che vuole lavorare nel Terzo Settore si occupa di programmare, controllare e valutare dei progetti educativi e riabilitativi all’interno di un team. I suoi ambiti di competenza sono molto vasti ed interessano:

  • l’assistenza domiciliare agli anziani, ai portatori di handicap, ai malati di Aids, ai minori disabili sia a scuola sia in centri diurni;
  • l’assistenza degli anziani nelle case di riposo;
  • gli interventi con minori o adulti rinchiusi in carcere;
  • gli interventi in comunità di recupero di alcolisti o per disabili psichici;
  • il sostegno educativo domiciliare.

Lo scopo del suo lavoro è quello di agevolare il reinserimento dei soggetti in difficoltà nella società. L’attività dell’educatore si svolge in strutture e servizi socio-sanitari e socio-educativi.

Dimentica per un momento l’icona dello psicologo seduto nel suo studio, taccuino in mano, paziente semisdraiato accanto a lui. Questo è un modo per esercitare questa professione. Un altro è quello di lavorare nel Terzo Settore come psicologo per un ospedale (il supporto ad un malato terminale o futuro tale ed alla sua famiglia è fondamentale), una comunità, un’associazione, ecc. Va da sé che deve avere una laurea in Psicologia.

L’operatore socio-assistenziale (Osa)

Chi, al termine di un percorso formativo teorico e pratico e dopo il conseguimento di un attestato di qualifica, decide di lavorare nel Terzo Settore come operatore socio-assistenziale (noto anche come Osa), viene inserito all’interno di un team al quale partecipano anche medici, infermieri, assistenti sociali, psicologi, educatori ed altre figure professionali. Lo scopo è quello di migliorare la qualità della vita e favorire l’autosufficienza di chi soffre un disagio sociale. Si tratta, dunque, di un lavoro di prevenzione, di cura, di sostegno e di integrazione di bambini, anziani, persone che soffrono di una determinata dipendenza o extracomunitari.

Nello specifico, l’operatore socio-sanitario può essere chiamato anche ad aiutare delle persone non autosufficienti nelle attività quotidiane, ad accompagnarle ad una visita medica o ad un altro tipo di appuntamento, ecc.

Il mediatore culturale

Si tratta di una delle professioni più recenti tra quelle previste per chi vuole lavorare nel Terzo Settore. Non a caso si è sviluppata con il progredire del fenomeno dell’immigrazione. Il mediatore culturale, infatti ha il compito di semplificare e rendere più agevole l’inserimento degli stranieri. Ma non si occupa solo di extracomunitari: il mediatore culturale è un riferimento importante anche per chi ha un disagio sociale ed ha bisogno di un aiuto per non restare ai margini della società. Chi fa questo mestiere costruisce, quindi, ponti culturali e linguistici grazie alla sua preparazione: corsi di laurea mirati a questo scopo e corsi di formazione post-diploma per ottenere la qualifica.

Il personale amministrativo

Come in ogni impresa che si rispetti, anche quelle che lavorano nel Terzo Settore hanno bisogno di personale amministrativo: impiegati, tecnici, addetti alla segreteria. Nel caso delle associazioni umanitarie, servono operatori che partono per altre località italiane o per i Paesi in cui operano. In base alla mansione svolta verrà chiesto un titolo di studio (dal diploma di ragioneria a quello di perito informatico o di programmatore, per fare qualche esempio).

Lavorare nel Terzo Settore: altre figure professionali

Ci sono altre figure professionali alle quali puoi puntare se desideri lavorare nel Terzo Settore. Alcune sono conosciute, altre un po’ meno.

L’addetto stampa

Questa figura viene ricoperta da un giornalista professionista o pubblicista (a volte anche da uno stagista e, in ogni caso, con una laurea in Comunicazione) incaricato di mantenere i rapporti con la stampa e di pianificare e seguire le campagne di comunicazione dentro e fuori l’impresa sociale. È importante che abbia una buona conoscenza di come funziona una redazione, oltre che dell’organizzazione per la quale lavora.

Il foundriser

Si tratta di una delle funzioni più rilevanti all’interno dell’organizzazione perché il compito del foundriser è quello di raccogliere i fondi per pagare beni e servizi offerti e di seguire i rapporti con chi li elargisce. Deve essere, quindi, particolarmente abile a garantire il flusso di finanziamenti grazie ad una strategia ben precisa e da lui articolata. A lui spetta anche gestire i fondi e documentare il loro utilizzo. Vengono richieste diverse competenze che variano dall’economia e la finanza al marketing, al diritto, possibilmente con una laurea in mano.

Il people raiser

C’è chi cerca fondi e chi cerca gente. Questo è il compito del people raiser, cioè della persona che lavora nel Terzo Settore reclutando volontari. Mani e braccia di persone che hanno del tempo da dedicare gratuitamente agli altri ricevendo in cambio esclusivamente la soddisfazione di essere utili. Dopo avere trovato i volontari, dovrà anche formarli e valutare le loro capacità, cercando anche di mantenere l’equilibrio giusto per farli convivere nel modo più adeguato e proficuo possibile con il personale assunto o retribuito.

Il project manager

È la persona che gestisce un progetto dall’inizio alla fine: ideazione, presentazione a chi lo potrebbe finanziare, coordinamento del team che lo deve portare avanti, valutazione del risultato finale. Tanto sarà più efficace il suo lavoro nel Terzo Settore quanto più riuscirà a proporre dei progetti che si rivelino innovativi e di grande impatto sociale. Una laurea in economia potrebbe essere utile ma non indispensabile: ci sono dei master specifici per formare e riconoscere formalmente questa figura professionale.

note

[1] Dlgs. 117/2017 del 03.07.2017.


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