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Prescrizione azione di riduzione

3 Agosto 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Agosto 2018



Cos’è e come funziona l’azione di riduzione? Cos’è la quota di legittima e com’è possibile violarla? Entro quanto tempo bisogna esercitare l’azione di riduzione?

La morte di una persona cara è sempre un evento drammatico. Dal punto di vista giuridico, il decesso di un individuo comporta l’apertura della successione, cioè di quel fenomeno giuridico in ragione del quale i rapporti patrimoniali che facevano capo al defunto si trasmettono agli eredi, cioè alle persone unite da vincolo di coniugio o di sangue (e non solo). La morte di una persona, però, è evento molte volte spiacevole anche a causa delle diatribe che sorgono tra i superstiti, cioè tra coloro che vantano dei diritti patrimoniali e ritengono di essere stati danneggiati. Si pensi al classico caso del fratello che ha avuto più degli altri, oppure del figlio estromesso totalmente dalla successione. Cosa fare in questi casi? La legge prevede che determinate persone (cosiddetti legittimari) debbano necessariamente prendere parte alla successione, anche se il defunto, mediante testamento, ha lasciato scritto il contrario. In poche parole, c’è un parte di eredità (la famosa quota di legittima) che non può mai essere sottratta agli eredi, neanche in presenza di volontà diversa del defunto. Qualora l’entità di questa quota dovesse essere rispettata, il soggetto leso può chiedere tutela in tribunale esercitando la cosiddetta azione di riduzione. Di cosa si tratta precisamente? In cosa consiste? Con questo articolo spiegheremo in maniera semplice cos’è, come funziona e quando va in prescrizione l’azione di riduzione.

Successione: come funziona?

Prima di vedere cos’è e quando si prescrive l’azione di riduzione, è assolutamente necessario fornire qualche semplice nozione di diritto, preliminare all’analisi del problema. Come anticipato, alla morte di una persona la legge prevede che i suoi beni si trasmettano agli eredi. La successione può essere regolata direttamente dalla legge oppure dalla volontà del defunto espressa mediante testamento: nel primo caso si parla di successione legittima o intestata, nel secondo di successione testamentaria.

Anche nel caso in cui la persona deceduta (in “legalese” si utilizza un termine latino per indicare questo individuo: de cuius) abbia deciso di redigere testamento e di scegliere come disporre delle sue sostanze dopo la propria morte, la legge impone dei limiti oltre i quali non è possibile andare. In altre parole, il testatore non può scegliere a proprio piacimento a chi devolvere la propria eredità, in quanto ci sono delle persone, i cosiddetti legittimari, ai quali la legge attribuisce di diritto una quota di eredità. I legittimari sono: il coniuge, i figli, i genitori (in assenza di figli).  Queste persone hanno diritto inevitabilmente ad una fetta d’eredità. Ciò che potrà fare il testatore è di scegliere quali beni attribuire ad essi: ad esempio, ad un figlio potrebbe lasciare un appartamento mentre all’altro una somma di danaro equivalente al valore dell’immobile.

Ma allora il testamento non serve a nulla, visto che la legge impone quali siano le persone a cui devolvere l’eredità? Non è esatto. Se è vero che la quota dei legittimari è intangibile, è altrettanto vero che non tutta l’eredità va ad essi: una parte resta nella disponibilità del de cuius, il quale può deciderne liberamente la destinazione. È sempre la legge a stabilire le quote; ad esempio, se Tizio, alla sua morte, lascia la moglie Caia e i figlio Mevio e Sempronio, l’eredità andrà divisa così: ¼ al coniuge; ½ da dividere equamente tra i figli; ¼ sarà la quota disponibile, cioè quella di cui il defunto potrà fare ciò che vuole.

In sintesi, quindi, possiamo dire che l’eredità di una persona si divide in: quote necessarie (o legittime), che dovranno essere necessariamente attribuite agli eredi legittimari; quota disponibile, lasciata al contrario alla libera disponibilità del testatore, il quale potrà farne ciò che vuole (donarla ai poveri, darla ad un suo amico, ecc.).

Quota di legittima: come si lede?

L’azione di riduzione entra in gioco nel momento in cui il defunto leda la quota di legittima spettante agli eredi legittimari. Come si fa a violare una quota di legittima? Semplice: mediante testamento oppure, quando si è ancora in vita, attraverso donazioni. Nel primo caso, è ben possibile che Tizio, redigendo il testamento, nulla sappia della necessità di dover lasciare per forza una fetta di eredità alla moglie; oppure, pur avendone conoscenza, decide ugualmente di non trasmetterle niente o, comunque, meno di quello che le spetterebbe.

Allo stesso modo, la quota di legittima potrebbe essere violata attraverso donazioni fatte in vita: Tizio, anziché redigere testamento, in vita ha donato tutto ad amici e parenti lontani, lasciando con un pugno di mosche i figli. Ebbene, in queste circostanze, cioè quando le quote di legittima sono state lese, gli eredi che hanno subito un danno possono agire in tribunale mediante azione di riduzione. Vediamo di cosa si tratta.

Azione di riduzione: cos’è?

L’azione di riduzione è un’azione giudiziaria, da proporsi mediante atto di citazione, attraverso cui gli eredi legittimari la cui quota sia stata lesa possono ottenerne il ripristino [1]. L’azione di riduzione, quindi, serve a sanare la posizione degli eredi protetti dalla legge (coniuge, figli e ascendenti). Essa va esperita necessariamente dopo la morte del de cuius, allorquando si abbia certezza della lesione dei propri diritti: ed infatti, anche se il defunto avesse donato molto in vita, all’apertura del testamento egli potrebbe comunque aver lasciato cospicue sostanze ai legittimari, così da rispettare la legge. Solamente all’apertura della successione, appurata la lesione, è possibile per gli eredi agire con riduzione.

Azione di riduzione: come funziona?

L’azione di riduzione si propone citando in tribunale tutte quelle persone, anche diverse dai coeredi, che hanno beneficiato ingiustamente del patrimonio del defunto. L’azione di riduzione, però, presuppone un calcolo preciso: come abbiamo visto sopra, infatti, la legge stabilisce con esattezza le porzioni di eredità da attribuire a ciascun legittimario. Per poter effettuare la giusta stima, è necessario stimare l’asse ereditario al netto dei debiti e delle donazioni fatte in vita. Facciamo un esempio.

Tizio muore senza fare testamento, lasciando moglie e due figli: secondo la legge, a ciascuno spetta un terzo dell’eredità. Supponiamo che il patrimonio di Tizio, alla morte, sia di 90mila euro. Secondo quanto detto, esso dovrebbe dividersi equamente: 30mila euro a testa. Tizio, però, in vita aveva donato ben 60mila euro ad uno dei suoi figli il quale, quindi, alla morte del padre si troverà ad avere 30mila euro più i 60mila già avuti con la donazione. Per evitare questo scompenso, e quindi che gli altri eredi abbiano di meno, la legge consente di agire in riduzione contro chi ha avuto di più.

Per ottenere la giusta quota spettante agli eredi lesi, bisogna sommare al patrimonio lasciato in eredità dal de cuius (90mila euro) la donazione fatta in vita (altri 60mila euro), per un totale di 150mila euro. La nuova ripartizione, quindi, andrà fatta sulla scorta di questo nuovo totale, cioè attribuendo 50mila euro ciascuno.

Azione di riduzione: quando si prescrive?

L’azione di riduzione può essere esercitata dagli eredi che ritengono aver subito una lesione della propria quota entro dieci anni dal momento in cui essi hanno accettato l’eredità. Trascorso infruttuosamente questo termine, gli eredi non potranno più far nulla e la situazione diverrebbe immutabile. In realtà, il codice civile non prevede espressamente un termine di prescrizione per l’azione di riduzione: tuttavia, nel silenzio della legge, esso si desume dal normale termine decennale previsto per ogni istituto giuridico [2].

In questo senso anche la giurisprudenza, secondo cui l’azione di riduzione si prescrive nell’ordinario termine di dieci anni previsto dal codice civile e comincia a decorrere non dalla morte del de cuius, cioè dall’apertura della successione, bensì dal momento in cui l’erede ha acquisito questa sua qualità accettando, anche soltanto implicitamente, l’eredità [3].

Se, invece, la lesione della quota di legittima è avvenuta con donazione fatta in vita dalla persona oramai defunta, allora si ritiene che il termine, sempre decennale, decorra dall’apertura della successione, cioè dalla morte del de cuius, atteso che gli eredi erano già consapevoli della violazione del loro diritto.

Si ricordi, infine, che l’azione di riduzione può venir meno non soltanto per il trascorrere del termine prescrizionale, ma anche per rinuncia da parte dei legittimari, rinuncia che non può essere fatta valere finché è in vita in donante, ma solamente alla sua morte [4].

note

[1] Artt. 553 ss. cod. civ.

[2] Art. 2946 cod. civ.

[3] Cass., Sezioni unite, 25 ottobre 2004, n. 20644.

[4] Art. 557 cod. civ.


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