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Cartelle senza interessi: conseguenze

27 Luglio 2018
Cartelle senza interessi: conseguenze

Se nella cartella di pagamento manca il criterio di calcolo degli interessi il debito può essere annullato. Ecco come fare ricorso.

Hai ricevuto una cartella esattoriale da parte dell’Agenzia delle Entrate Riscossione. Conosci ormai bene il suo simbolo per averlo dappertutto, per cui non hai avuto difficoltà a capire di cosa si trattasse non appena hai ritirato la raccomandata dalle mani del postino. Ora ti tocca fare fronte al debito. Mentre valuti i vantaggi di un pagamento immediato e quelli invece di una dilazione (rateazione), consideri anche la possibilità di chiederne la sospensione o di fare ricorso. Tra i vari motivi di impugnazione ti è stato indicato il “difetto di motivazione” come uno dei più accolti dai giudici. La cartella deve spiegare cioè al contribuente le ragioni per cui è stata emessa e le modalità di calcolo degli importi richiesti. Diversamente è illegittima e va annullata. Nel notare il dettaglio della cartella ti sei accorto che sono riportate due voci: imposta e sanzioni da un lato e interessi dall’altro. In verità il calcolo degli interessi ti appare poco chiaro. L’esattore si è limitato a indicarne la cifra senza però chiarirti da quale data è stato eseguito il conteggio e quali tassi sono stati applicati. Secondo il funzionario allo sportello dell’agente della riscossione che hai consultato, la cartella senza calcolo degli interessi è ugualmente valida: si tratta infatti di conteggi che potresti fare anche tu, in modo agevole, con una semplice calcolatrice. Ti basta verificare il tipo di tributo, l’anno in cui lo stesso non è stato versato (cosa facilmente verificabile dalla cartella) e gli interessi per le varie annualità da allora decorse. Gli fai presente che non sei pratico di numeri e che, per una questione di trasparenza, dovrebbe essere il documento a spiegarti come si è arrivati all’importo finale. Così, forte delle tue convinzioni, decidi di andare da un avvocato per fare ricorso al giudice. Quali sono le conseguenze di una cartella senza interessi? Gli chiedi fingendo incompetenza, ma già sai come si è espressa la Cassazione a riguardo. Ecco cosa ti risponderà il legale se conosce l’orientamento ormai costante della giurisprudenza.

Cartella di pagamento: quali sono gli interessi?

In verità, prima di spiegare quali sono le sanzioni per la cartella senza interessi dobbiamo spiegare di quali interessi parliamo. Tutti i debiti producono interessi. Li producono in automatico in quanto previsto dalla legge. L’interesse è infatti il modo per evitare che il ritardo nel pagamento possa pregiudicare il creditore (per via della indisponibilità della somma e della svalutazione per via dell’aumento dell’inflazione). Affinché un debito possa produrre interessi deve avere una data di scadenza; in assenza, ci deve essere una diffida che richieda formalmente il pagamento, dando al debitore un termine massimo per adempiere. Anche le tasse producono interessi. Di solito è la stessa legge che istituisce il tributo a stabilirne l’entità e le modalità di calcolo. Gli interessi iniziano a decorrere dal giorno successivo all’ultimo utile per il versamento. Come per le imposte, pure le cartelle esattoriali volte alla loro riscossione generano interessi che iniziano a decorrere dal 61° giorno successivo alla loro notifica.

Nella cartella di pagamento si sommano due tipi di interessi diversi:

  • quelli per il mancato pagamento della tassa, che si sono prodotti da quando quest’ultima doveva essere versata fino al giorno in cui è arrivata la cartella. Tali interessi sono già certi e liquidi, per cui vanno indicati sul dettaglio della cartella. Non possono cioè essere riportati in un’unica voce insieme al capitale, né possono essere calcolati in modo “forfettario”, senza spiegare al contribuente come si è arrivati all’importo finale. Quindi è necessario indicare l’anno a partire dal quale gli interessi sono stati calcolati e il tasso di interesse praticato;
  • quelli invece per il ritardato pagamento della cartella (i cosiddetti “interessi di mora” sulla cartella): questi si producono dal giorno successivo all’ultimo concesso per il pagamento della cartella – ossia a partire dal 61° giorno dopo la sua notifica – fino al giorno dell’effettivo versamento. Non si pagano interessi se il debito viene estinto entro 60 giorni. Gli interessi di mora si calcolano su tutto il debito indicato nella cartella, ad eccezioni delle voci consistenti in sanzioni tributarie ed interessi. Chiaramente gli interessi di mora per il mancato pagamento della cartella non possono essere riportati sulla stessa prima cartella inviata al contribuente visto che l’esattore non può sapere in anticipo se il debito sarà onorato nei tempi di legge. Tuttavia, se il debitore dovesse recarsi allo sportello dopo due mesi dal ricevimento della cartella gli verranno ricalcolati gli importi da versare, con gli ulteriori interessi maturati. Se il contribuente dovesse ricevere un secondo sollecito, ad esempio un’intimazione di pagamento, in esso saranno addebitati gli interessi in questione. Leggi sul punto Cartella: come si calcolano gli interessi.

Calcolo interessi per la cartella di pagamento

Come abbiamo detto, gli interessi sulle imposte (la prima delle due voci a cui ci siamo appena riferiti) sono determinati dalla stessa legge che ha istituito l’imposta. Ad esempio, se si tratta di imposte sui redditi, IVA e IRAP, gli interessi dovuti in caso di accertamento o di liquidazione automatica/controllo formale della dichiarazione sono quelli da ritardata iscrizione a ruolo, pari al 4% annuo.

Invece gli interessi sulla cartella di pagamento (la seconda voce) sono attualmente al 3,5%. Ciò significa che ogni anno matura un interesse del 3,5% sulle somme dovute, esclusi sanzioni e interessi. Qualora pertanto il contribuente non versi le somme entro sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento, sugli importi iscritti a ruolo (esclusi sanzioni e interessi) vengono conteggiati gli interessi di mora maturati tra il giorno di notifica della cartella e quello in cui avviene il pagamento.

Cartella senza interessi: sanzioni e conseguenze

La cartella di pagamento è nulla se non sono riportate le analitiche modalità per il calcolo degli interessi, quelli calcolati sull’imposta. Tale è l’orientamento più volte espresso dalla Cassazione [1]. A questi fini, è stata ritenuta necessaria l’indicazione della data di consegna del ruolo [2].

Di recente, la Commissione Tributaria di Varese è ritornata sull’argomento [3] ricordando che gli interessi esposti nelle cartelle di pagamento devono essere congruamente motivati sia per quanto riguarda le modalità di calcolo, sia per la provenienza e la percentuale degli interessi applicati.

Va quindi accolta l’impugnazione della cartella, avanzata dal contribuente, riguardante la mancata indicazione delle modalità di calcolo degli interessi, oltre alla mancanza dell’indicazione del capitale e del tasso di interesse applicato.

Quando il contribuente riceve una cartella di pagamento deve essere messo nelle condizioni di comprenderne il contenuto e le motivazioni e, nella parte più «tecnica» anche le causali e le voci riportate. L’assenza del tasso e del metodo di calcolo degli interessi, impedisce qualunque controllo sulla correttezza del totale dovuto. Sebbene, infatti, l’interessato sia a conoscenza dell’imposta sulla quale tali somme sono state calcolate e ben potrebbe verificare il periodo relativamente al quale sono maturati gli interessi, solo con l’indicazione del tasso si consente di ricostruire il metodo seguito dall’ufficio e riscontrarne la correttezza.

Lo stesso pensiero è condiviso dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia [4] secondo cui la cartella di pagamento deve essere motivata in modo congruo, sufficiente ed intellegibile; tale obbligo deriva dai principi di carattere generale indicati dalla legge sul procedimento amministrativo [5] e recepiti, per la materia tributaria, dallo statuto del contribuente [6].


note

[1] Cass. sent. n. 8934/2014; n. 15554/2017; n. 24933/2016.

[2] CTP Asti sent. n. 4/1/14.

[3] CTP Varese, sent. n. 237/2018.

[4] CTR Lombardia, sent. n. 1388/2018.

[5] Art. 3 della legge n. 241/1990.

[6] Art. 7 L. n. 212/2000.

Autore immagine: 123rf com


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