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Editoriali Scuola: la Corte di Strasburgo decide il destino dei precari

Editoriali Pubblicato il 22 gennaio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 22 gennaio 2013

Scuole e insegnamenti: i diritti dei precari vengono calpestati dallo Stato. Prima costretti a supplenze infernali su tutto il territorio, poi obbligati – come se nulla fosse – a partecipare al concorso per poter entrare “in ruolo”. Su questo sta per dire la sua la Corte di Giustizia Ue

La Corte Europea di Strasburgo sta per emanare una decisione epocale per i precari della scuola italiana: migliaia di ricorrenti hanno chiesto delucidazioni in merito alla norma [1] che impedisce al personale della scuola, dopo 36 mesi di contratti a tempo determinato, la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato. La disposizione, che appare in contrasto con una delle direttive europee [2] e che avrebbe valore retroattivo, impedirebbe ai precari di chiedere la stabilizzazione dei contratti.

Ancora una volta l’Italia, e nello specifico il Ministero della Pubblica Istruzione, è nell’occhio del ciclone. Una sequela di strafalcioni – che partono dal bando del TFA, fino ad arrivare al concorso pubblico ancora in via d’esecuzione – mettono in cattiva luce, pur con doverose smentite e giustificazioni, le decisioni dei tecnici della scuola.

Sembra che le idee siano poco chiare nelle stanze del Ministero perché, se da un lato vengono ostentati buoni propositi nei confronti delle condizioni dei precari (compreso il personale ATA), dall’altro si attuano provvedimenti di tipo opposto.

Eh si! Perché nella fase antecedente alla pubblicazione del concorso, molto si è discusso sull’encomiabile iniziativa di fornire alla scuola pubblica italiana personale anagraficamente giovane, motivato e didatticamente preparato. Senonché, dai dati emersi, risulta che l’età media di buona parte dei candidati sia attorno ai quarant’anni e che molti aspiranti docenti, in realtà, all’insegnamento non avevano mai pensato prima d’allora.

Nel mese di febbraio i candidati che hanno superato la preselezione accederanno alla prova scritta: dovranno rispondere a tre o quattro quesiti vertenti sulla disciplina d’insegnamento per la quale concorrono, sulla legislazione scolastica, sulle metodologie e tecniche didattiche.

Superata la prova scritta, gli aspiranti insegnanti accederanno all’esame orale pratico che consisterà nella presentazione di una lezione su un argomento scelto dalla commissione con due/tre giorni di anticipo rispetto alla prova. Trenta minuti per dimostrare di sapere e saper insegnare.

Sarà quantomeno strano, per il docente precario, con contratto a termine, dover immaginare i contenuti di una ipotetica lezione di fronte ad una commissione d’esame, simulando la stessa lezione che abitualmente svolge nella classe ove presta servizio.

A ciò si aggiunga che la commissione esaminatrice è composta anche da docenti di ruolo, magari ex colleghi del docente precario che, con le ennesime prove concorsuali, ambisce alla tanto agognata  cattedra. Oltre il danno, la beffa!

In caso di mancato superamento del concorso, se ne potrà tentare un secondo appena verrà bandito (forse per il mese di maggio), salvo non superare la prima prova scritta che –  ahinoi! – sarebbe tangibile testimonianza di una insufficiente preparazione del candidato e una perdita economica e di tempo per lo Stato!

Il mancato superamento della prova determinerebbe, per l’aspirante, uno stop di almeno due anni, prima che possa ritentare di nuovo il concorso (stavolta partecipando alla selezione per una sola classe di concorso).

Alle fatiche di Ercole dobbiamo dunque aggiungere anche questa?

Di MANUELA MAGNELLI

note

[1] Legge 106/2011, art. 9, comma 18.

[2] Direttiva 1999/70/CE.


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