Diritto e Fisco | Editoriale

Incendio: se il fuoco si propaga chi è responsabile?

29 Luglio 2018
Incendio: se il fuoco si propaga chi è responsabile?

Il proprietario del campo o del terreno che accende il fuoco risponde penalmente dell’incendio nella proprietà adiacente.

L’errore di fondo è credere che sul proprio terreno si possa fare ciò che si vuole, anche accendere il fuoco per bruciare la sterpaglia, l’erba spontanea o i rami secchi. Se così fosse, le nostre case sarebbero in continuo pericolo e dovremmo stare con le finestre chiuse per ripararci dal fumo. Senza contare poi i rischi derivanti dalla propagazione delle fiamme in estate, quando basta una cicca di sigaretta per far divampare un incendio. L’incendio doloso è quello provocato con l’intenzione di danneggiare la proprietà altrui; quello colposo scatta invece in tutti gli altri casi, quando è determinato da motivi casuali (leciti o illeciti che siano). L’ipotesi tipica di incendio colposo richiede la sola coscienza e volontà di accendere un fuoco, senza pensare alle conseguenze che da questo possono derivare, come nel caso in cui il vento spinga le fiamme oltre i confini inizialmente immaginati. In questo articolo cercheremo di spiegare, in caso di incendio, chi è responsabile se il fuoco si propaga e lo faremo alla luce di una recente sentenza della Cassazione [1] che ha analizzato il caso di un uomo che, nel proprio terreno, aveva appiccato delle fiamme che poi, involontariamente, si erano propagate su un condominio adiacente.

Incendio colposo, doloso e boschivo: differenze

Molti incendi originano da atti dolosi spesso finalizzati alla distruzione di verde per compiere successive edificazioni , nonostante le norme regionali che vietano la costruzione su aree precedentemente incendiate, mentre molti altri sono cagionati da comportamenti colposi assai riprovevoli. Sono tre le norme del codice penale che disciplinano e sanzionano chi accende un fuoco e provoca incendi. Analizziamole singolarmente.

Incendio colposo

Innanzitutto il codice [2] punisce chi, seppure involontariamente, crea un incendio. Ciò vale anche per chi incendia un proprio terreno se da ciò deriva il semplice pericolo per la incolumità pubblica. Per essere responsabili quindi non c’è bisogno che il fuoco si propaghi: è sufficiente che sia di dimensioni tali da potersi spingere oltre e minacciare la proprietà confinante. È anche il caso di chi accende un fuoco in una giornata di forte vento dove il rischio di propagazione è più alto. L’incendio colposo quindi non punisce solo le condotte che provocano un danno concreto, ma anche quelle che determinano un danno solo potenziale.

La pena va da tre a sette anni di reclusione.

Incendio doloso

L’ipotesi dell’incendio doloso è sicuramente più grave. La legge [3] punisce chi, solo allo scopo diretto di danneggiare la proprietà altrui, appicca il fuoco a una cosa propria o altrui. In tale ipotesi, scatta la reclusione da sei mesi a due anni.

Il reato scatta non solo quando l’incendio effettivamente danneggia il vicino, ma anche quando è solo potenzialmente idoneo per farlo, quindi ancor prima che si verifichi il danno. Basta insomma la situazione di pericolo potenziale, proprio come per l’incendio colposo.

Incendio boschivo

La terza ipotesi è l’incendio boschivo [4], che a sua volta può essere doloso o colposo.

La norma del codice penale punisce chi provoca un incendio su boschi, selve o foreste oppure su vivai forestali destinati al rimboschimento, propri o altrui. Qui la pena è la reclusione da quattro a dieci anni.

Se l’incendio è cagionato per colpa, la pena è della reclusione da uno a cinque anni. Le pene sono aumentate se dall’incendio deriva pericolo per edifici o danno su aree protette.

Se il fuoco si propaga chi è responsabile?

Immaginiamo che una persona, proprietaria di un terreno, intenda ripulirlo dalla vegetazione; a tal fine, appicca un incendio. Le fiamme però si propagano e vanno a finire sul fondo del vicino confinante. La colpa però è del vento che, nonostante le buone intenzioni del proprietario, ha portato il fuoco al di là dei limiti prevedibili. Chi è responsabile? Secondo la Cassazione, l’artefice del fuoco. Questo non significa né che la legge vieti di accendere un semplice fiammifero per bruciare una foglia, né che il reato di incendio implichi una responsabilità oggettiva a prescindere cioè dall’esistenza di una colpa: il punto è valutare fin dove era possibile prevedere in anticipo la propagazione dell’incendio e quali precauzioni sono state adottate dall’artefice per evitare ciò. Non bastano le “buone intenzioni” ma sono necessarie idonee misure ad escludere un pericolo (anche solo potenziale) per i confinanti. Misure concrete volte ad evitare che anche situazioni occasionali come il vento o il caldo possano estendere le fiamme altrove.

Il caso deciso dalla Cassazione è paradigmatico perché l’uomo è stato condannato per non aver predisposto viali parafuoco o fasce di rispetto come impostigli dalla Regione, strumenti riconosciuti idonei a contenere l’incendio originato dalle operazioni di bruciature di stoppie presenti nel suo campo. Invero la realizzazione di tali presidi, posti al confine con il terreno seminativo, sarebbero stati idonei a mantenere il fuoco radente al suolo senza che avesse la possibilità di attaccarsi alle chiome degli alberi ad altro fusto presenti nel parco del condominio. La Corte sostiene che dette misure di salvaguardia costituivano un’evidente utilità anche per rallentare le fiamme e per predisporre un piano di intervento antincendio.


note

[1] Cass. sent. n. 34783/2018.

[2] Art. 423 cod. pen.

[3] Art. 424 cod. pen.

[4] Art. 423bis cod. pen.


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