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Controllore biglietto treno: pubblico ufficiale?

29 Luglio 2018
Controllore biglietto treno: pubblico ufficiale?

Reagire o reagire al controllo dell’incaricato alla verifica dei biglietti di viaggio del treno è reato?

Ti trovi sul treno: hai fatto la “corsa dell’ultimo minuto” perché eri in ritardo e non hai fatto in tempo a comprare il biglietto. Ora il controllore è a un metro di distanza che sta facendo le regolari verifiche agli altri passeggeri. Uno, in particolare, è salito come te sullo scompartimento senza pagare; così sta per essere multato. Inutili sono le sue scuse di aver perso il documento di viaggio. Il controllore si mostra intransigente. Già immagini, quindi, quale potrà essere la sua reazione alle tue giustificazioni. Pensi a un modo per sottrarti alla verifica, magari andando in un altro vagone, chiudendoti nel bagno o fornendogli informazioni false sulle tue generalità. Ma quali potrebbero essere le conseguenze di un simile comportamento? Di certo tutto vuoi tranne che essere incriminato per un biglietto non pagato. Per capire quali rischi incorri devi prima farti una domanda fondamentale: il controllore del treno è un pubblico ufficiale? Da questo dipende infatti la qualificazione delle tue azioni volte a contrastarlo o a sottrarti alla verifica.

La risposta al tuo interrogativo è stata fornita già diverse volte dalla giurisprudenza. Da ultimo la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in merito a una vicenda che ha visto un tale inveire e contrapporsi fisicamente al controllore del biglietto. Ecco qual è la corretta soluzione giuridica.

Di certo avrai sentito parlare del reato di resistenza a pubblico ufficiale che è quello commesso in danno di chi esercita una funzione pubblica da parte di chi, con comportamenti attivi (e non una semplice resistenza passiva), vuol impedirgli di fare il suo dovere. Si tratta di ciò che viene tecnicamente definito “reato proprio” ossia che può essere fatto solo nei confronti di particolari soggetti, appunto i “pubblici ufficiali” o gli “incaricati di pubblico servizio”. Quindi se venisse da te il cameriere del bar a presentarti il conto e tu dovessi decidere di scappare per non pagare, non commetteresti certo una resistenza a pubblico ufficiale in quanto non sei dinanzi a un soggetto “pubblico” bensì esercente un’attività di tipo privato. Il titolare del locale allora potrà solo agire in via civile contro di te con una causa di recupero crediti.

Ma torniamo al caso del controllore. Per la Cassazione, il controllore dei biglietti del treno non è un pubblico ufficiale, bensì un incaricato di pubblico servizio il che però è lo stesso ai fini dell’illecito penale. Significa che chi reagisce ad esso e lo contrasta per non consentirgli di eseguire la verifica dei biglietti commette reato di resistenza a pubblico ufficiale. Parimenti chi inveisce nei suoi confronti e lo denigra o lo offende, proprio in ragione di tale sua attività, commette il diverso reato di oltraggio a pubblico ufficiale.

Un aspetto molto interessante della pronuncia in commento è che essa estende la qualifica di incaricato a pubblico servizio anche all’addetto alle verifiche ai varchi “a terra”, quelli cioè che danno accesso ai binari ferroviari. Anche lui ha la stessa qualifica del controllore tradizionale, quello che siamo abituati a vedere dentro i vagoni intento a chiedere l’originale del biglietto (o, per i più tecnologici, lo smartphone con l’sms di conferma dell’acquisto del ticket di viaggio). Il controllore che resta in stazione è infatti addetto, al pari dei colleghi che salgono sui treni, alle funzioni di controlleria, nel quadro del servizio di protezione aziendale, che è direttamente funzionale alla sicurezza dell’infrastruttura, oltre che della regolarità del servizio ferroviario. Di conseguenza, chi si oppone  fisicamente «all’attività di controllo svolta da tali soggetti (ad esempio, cercando di entrare senza esibire il contrassegno di viaggio) viene punito penalmente.

Il reato di resistenza a pubblico ufficiale – lo ricordiamo per completezza – non si configura in caso di una semplice «resistenza passiva» come nel caso di chi tace o si rifiuta di collaborare, ma è necessario un comportamento attico, il «dispiego di una forza diretta a neutralizzare intenzionalmente l’azione del controllore»: tipico è il comportamento di chi cerca di sgattaiolare e fuggire o rintanarsi nel bagno del treno.


note

[1] Cass. sent. n. 35445/18 del 25.07.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 26 giugno – 25 luglio 2018, n. 35445

Presidente Prestipino – Relatore Di Pisa

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 20/2/2015 la Corte di appello di Napoli, in parziale riforma di quella pronunciata dal Tribunale di Napoli in data 9/12/2013 nei confronti di PO. Le., riteneva assorbito il reato di cui al capo B), riqualificato ai sensi dell’art. 581 cod. pen., nel delitto di resistenza sub A) e concesse le circostanze attenuanti generiche rideterminava la pena.

1.1. A seguito di ricorso dell’imputato la Corte di Cassazione con sentenza n. 35669/2017 del 06/06/2017 annullava con rinvio la sentenza impugnata.

Premesso che i giudici di appello avevano sottolineato che, secondo la ricostruzione consentita dalle testimonianze acquisite, era da ritenersi accertato che il Po. aveva oltrepassato il varco, rifiutandosi di esibire al C. il titolo di viaggio e di giustificare il proprio comportamento, dopo di che il C. lo aveva inseguito e si era posto dinanzi a lui, che, continuando a procedere, lo aveva fatto cadere a terra, ha precisato che dalla testimonianza di Iu. Er. era emerso che il Po. non aveva spinto con le braccia ma aveva urtato col proprio corpo quello del C., che era di corporatura meno robusta e che nel caso di specie era stata ravvisata l’ipotesi della resistenza non in ragione di una semplice condotta di rifiuto o di resistenza passiva, bensì in ragione di uno spintonamento.

Ha, quindi, evidenziato che risultava in tale ottica evidente la carenza di motivazione sul punto giacché era mancata una “puntuale analisi della condotta di spintonamento e del suo concreto significato nello specifico contesto dell’azione, sia sotto il profilo oggettivo dell’esplicazione di una forza preponderante di tipo oppositivo, diversa dal semplice insistere in un’azione passiva di rifiuto, sia sotto quello soggettivo della specifica finalizzazione di quella condotta ad impedire il legittimo compimento dell’atto inerente al servizio, in luogo di una non volontaria interferenza di direzione, associata alla diversa conformazione fisica e al conseguente impatto sul controllore”.

1.2. La Corte di Appello, pronunziando in sede di rinvio, in parziale riforma di quella pronunciata dal Tribunale di Napoli in data 9/12/2013 nei confronti di PO. Le., riteneva assorbito il reato di cui al capo B), riqualificato ai sensi dell’art. 581 cod. pen., nel delitto di resistenza sub A) e concesse le attenuanti generiche rideterminava la pena.

Le rilevare che sia il C. che i colleghi Monopoli e Iu. avevano riferito in dibattimento che il Po. spingeva con il corpo il controllore C., facendolo cadere a terra non senza precisare che il Po. aveva una stazza fisica imponente rispetto a quella della p.o. ha precisato che la condotta in questione integrava gli estremi del reato di resistenza a pubblico ufficiale sia dal punto di vista oggettivo che soggettivo in quanto il contesto complessivo dell’ azione consentiva di desumere che l’ urto del corpo del C. da parte del PO. non era stato accidentale né frutto della repentinità dell’ azione del C. nel pararsi dinanzi al PO. né ancora conseguenza di una mera azione passiva di rifiuto ma una azione intenzionalmente diretta mediante esplicazione di energia fisica ad impedire lo svolgimento del controllo da parte dell’ incaricato di pubblico servizio.

2. Contro detta pronunzia propone ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato formulando tre motivi:

a. violazione di legge e difetto di motivazione in relazione agli artt. 192, 530, 546, 627 cod. proc. pen. nonché 337 cod. pen.

Lamenta che la corte territoriale aveva disatteso il dictum del Supremo Collegio ed, in particolare, aveva omesso di valutare adeguatamente il contenuto della deposizione del teste Iu. attribuendo alla stessa un valore probatorio diverso da quello posseduto.

Assume che la corte territoriale non aveva considerato che dall’ effettivo contenuto della deposizione del teste Iu. era univocamente emerso che il C. era caduto per terra solo ed esclusivamente in ragione della differenza di stazza corporea, sicché era stata disattesa la pronunzia della Cassazione la quale aveva evidenziato che dalla ricostruzione probatoria era emerso l’ assenza di spintonamento/impiego di forza attiva.

Osserva che era evidente il deficit di motivazione in punto di verifica della sussistenza del dolo specifico di cui all’ art. 337 cod. pen.;

b. violazione di legge e difetto di motivazione in relazione agli artt. 516,521,522 cod. proc. pen. nonché 337 cod. pen.

Deduce che dal corpo della motivazione risultava evidente come non poteva ritenersi dimostrata la realizzazione della condotta cristallizzata nel capo di imputazione dove di parlava di una “colluttazione” con il controllore ferroviario;

c. violazione di legge e difetto di motivazione in relazione agli artt. 192,530,546, 627 cod. proc. pen. nonché 337 cod. pen.

Osserva che, come dedotto nei motivi di appello, non poteva ritenersi integrata la condotta di cui all’ art. 337 cod. pen. in quanto l’ imputato si era limitato a “non fermarsi” e la caduta del C. era stata provocata unicamente dalla differenza di stazza con il PO. il quale a fronte della condotta della p.o., che si era parata dinanzi a lui, si era limitato a proseguire il suo cammino, non potendosi parlare né di corsa né di fuga.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile stante la manifesta infondatezza delle censure formulate.

Occorre premettere che il sindacato di legittimità non ha per oggetto la revisione del giudizio di merito, bensì la verifica della struttura logica del provvedimento e non può quindi estendersi all’esame ed alla valutazione degli elementi di fatto acquisiti al processo, riservati alla competenza del giudice di merito, rispetto alla quale la Suprema Corte non ha alcun potere di sostituzione al fine della ricerca di una diversa ricostruzione dei fatti in vista di una decisione alternativa.

Né, la Suprema Corte può trarre valutazioni autonome dalle prove o dalle fonti di prova, neppure se riprodotte nel provvedimento impugnato. Invero, solo l’argomentazione critica che si fonda sugli elementi di prova e sulle fonti indiziarie contenuta nel provvedimento impugnato può essere sottoposto al controllo del giudice di legittimità, al quale spetta di verificarne la rispondenza alle regole della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza della completezza espositiva (Sez. 6, n. 40609 del 01/10/2008, Ciavarella, Rv. 241214).

In tema di sindacato del vizio di motivazione non è certo compito del giudice di legittimità quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito nè quello di “rileggere” gli elementi di fatto posti a fondamento della decisione la cui valutazione è compito esclusivo del giudice di merito: quando, come nella specie, l’obbligo di motivazione è stato esaustivamente soddisfatto dal giudice di merito, con valutazione critica di tutti gli elementi offerti dall’istruttoria dibattimentale e con indicazione, pienamente coerente sotto il profilo logico-giuridico, degli argomenti dai quali è stato tratto il proprio convincimento, la decisione non è censurabile in sede di legittimità.

3.1. Va, ancora, rilevato che il giudizio sulla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova è devoluto insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono, per giungere al proprio libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni elementi probatori, piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti difensivi, quando non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche, si sottrae al controllo di legittimità della Corte Suprema. Si è in particolare osservato che non è sindacabile in sede di legittimità, salvo il controllo sulla congruità e logicità della motivazione, la valutazione del giudice di merito, cui spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa contrasti testimoniali o la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti. (Sez. 2, n. 20806 del 05/05/2011 – dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 25036201).

Deve, inoltre, essere ricordato che nella motivazione della sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni dei suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo. Ne consegue che, in tal caso, debbono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr., Sez. 6, n. 49970 del 19/10/2012, Muià ed altri, Rv. 254107).

4. Nella specie la sentenza in questione ha evidenziato che andava confermata la ricostruzione dei giudici di primo grado in quanto erano emersi elementi univoci, sulla scorta di quanto riferito dal C. nonché dai testi escussi, idonei a confermare che il PO. aveva posto in essere una condotta intenzionalmente diretta, mediante esplicazione di energia fisica, ad impedire lo svolgimento del controllo da parte dell’ incaricato del pubblico servizio.

La corte territoriale con motivazione logica, adeguata e saldamente ancorata alle risultanze istruttorie ha, in particolare, evidenziato che “la volontà dell’imputato di opporsi all’ attività di controllo legittimamente svolta dall’ incaricato di pubblico servizio, emerge con evidenza dalla condotta tenuta dal Po. sin dalla prima fase della vicenda allorquando l’ imputato ha superato il varco di controllo senza fermarsi per poi ribadire al controllore che lo seguiva che non poteva impedirgli di passare perché stava camminando sul suolo pubblico. Tutto ciò consente serenamente di affermare che sebbene il Po. non abbia utilizzato le mani per spingere il C. ma lo abbia spinto con il proprio corpo andandogli contro in tale condotta sia ravvisabile non una mera resistenza passiva ma il dispiego di forza diretta a neutralizzare intenzionalmente l’ azione del controllore, come tale rientrante nel paradigma normativo di cui all’ art. 337 c.p. ”

Si tratta, dunque, di motivazione congrua e corretta, del tutto coerente con gli evidenziati elementi fattuali e rispettosa del dictum della Cassazione, sicché le censure formulate con tutti e tre motivi di impugnazione sopra indicati, di mero fatto, devono essere ritenute inammissibili in quanto surrettiziamente tese ad ottenere una nuova rivalutazione del merito.

5. Per le considerazioni esposte, dunque, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Alla declaratoria d’inammissibilità consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc. pen. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al pagamento in favore della Cassa delle Ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro duemila.

Il ricorrente va, pure, condannato al pagamento delle spese del grado liquidate in favore della parte civile El. Ru., quale erede della persona offesa Ed. Ca., in Euro 3.510,00 oltre spese forfetarie nella misura del 15%, CPA ed IVA.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila a favore della Cassa delle Ammende.

Condanna, altresì, il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute in questo grado da El. Ru. quale erede di Ed. Ca. che liquida in Euro 3.510,00 oltre spese forfetarie nella misura del 15%, CPA ed IVA.


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