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Praticanti avvocati: quando vanno pagati dallo studio legale

23 gennaio 2013


Praticanti avvocati: quando vanno pagati dallo studio legale

> Diritto e Fisco Pubblicato il 23 gennaio 2013



Tanto invocata dai praticanti, tanto temuta dagli avvocati: la norma sulla retribuzione dei tirocinanti nelle law firm è stata l’ennesimo terreno di scontro della recente riforma forense. Molte discussioni ha peraltro suscitato la previsione di un diritto al compenso nel solo caso di un apporto specifico all’attività dello studio.

Ma cosa è cambiato rispetto al passato?

In generale, la recente riforma ha ribadito il principio secondo cui dal rapporto di tirocinio non può derivare alcun rapporto di lavoro di impiego o di collaborazione: ciò per l’evidente natura formativa e per le motivazioni sottese ad esso.

Questo implica l’assenza di qualsiasi previsione – sempre in linea generale – di corrispettivi, salvo ovviamente il rimborso delle spese vive sostenute per l’attività.

Dall’altro lato, per venir incontro alle esigenze finanziarie di quanti si mantengono da sé, la riforma ha concesso la possibilità ai tirocinanti di svolgere, contemporaneamente alla pratica, attività di lavoro subordinata presso enti pubblici o aziende private. Nessuna incompatibilità, dunque, potrà sorgere dalla doppia prestazione.

È nozione di comune esperienza, tuttavia, che in molti casi, specie nelle law firm più strutturate e di grosse dimensioni, l’opera dei tirocinanti è utilizzata per lo svolgimento di numerose prestazioni di supporto, spesso essenziali allo studio. Per questi casi – e non per altri – la riforma ha previsto la facoltà – e non l’obbligo – di stipulare, dopo un primo periodo di sei mesi, appositi contratti che prevedano la corresponsione di un’indennità o un compenso commisurati all’effettivo apporto professionale dato nell’esercizio delle prestazioni. Nella quantificazione di tale compenso bisognerà comunque tenere conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio da parte del praticante.

La norma rinvia quindi all’accordo negoziale tra le parti. L’accordo determinerà le modalità concrete del rapporto e il corrispettivo. Né potrebbe essere diversamente. Sarebbe infatti impossibile definire a priori una regola valida per tutti gli studi, attese le forti diversità che connotano le law firm italiane (diversità che coinvolgono le dimensioni, le strutture, gli incassi, il quantitativo di lavoro, il grado di specializzazione richiesto, ecc.). Né si può immaginare di stabilire una sorta di presunzione di collaborazione lavorativa nei casi invece in cui il tirocinio si circoscriva alla semplice acquisizione di nozioni utili allo svolgimento della futura professione.

Dunque, il rapporto di tirocinio resta essenzialmente un rapporto basato sulla reciproca fiducia.

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3 Commenti

  1. ma scusate, è stato fissato il compenso minimo di 300€ mensili ai tirocinanti, perchè si deve sempre derogare??? non lo concepisco proprio!

  2. Caro Alberto, se leggi attentemente la normativa ti accorgerai che i praticanti avvocati non sono inclusi nel novero dei tirocinanti che hanno diritto al compenso minimo.
    Come dico sempre io, il praticante avvocato non lavora, fa volontariato!
    Infatti un lavoro prevede anche un compenso, che noi non percepiamo!

  3. sarebbe ipoteticamente giusto se i dominus insegnassero qualcosa, invece molte volte i praticanti sono solo usati come schiavi per incombenze in cancelleria e varie trasferte.
    è umiliante lavorare a 0.

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