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Mantenimento: come si calcola

19 Giugno 2019
Mantenimento: come si calcola

Assegno di separazione e divorzio: come cambia la misura e il calcolo dell’assegno divorzile dopo le Sezioni Unite della Cassazione. A quanto ammonta il mantenimento?

La Cassazione ha cambiato le regole sull’assegno di divorzio. Ma ora vacillano anche quelle sul mantenimento. Con una recente ordinanza [1], difatti, per la prima volta la Corte non ha fatto più riferimento al «tenore di vita» come criterio per quantificare gli alimenti da versare all’ex coniuge. Ed allora come si calcola l’assegno di mantenimento? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Assegno di mantenimento: cos’è?

C’è una profonda distinzione tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio. Il primo è quello che viene erogato dopo la separazione. Il secondo sostituisce il primo e viene stabilito con la sentenza di divorzio.

Fino a ieri l’assegno di mantenimento veniva calcolato in modo che al coniuge più “povero” fosse garantito lo stesso «tenore di vita» che aveva durante il matrimonio. Questa necessità finiva per compensare il reddito più alto tra il marito e la moglie finché i due vivevano più o meno nelle stesse condizioni economiche.

L’assegno di divorzio invece è stato riformato prima dalla sentenza Grilli del 10 maggio 2017 [2] e poi dalle Sezioni Unite nel luglio 2018 [3]. In pratica, poiché con il divorzio cessa ogni rapporto tra i coniugi, i giudici hanno ritenuto che non si debba più considerare, nella quantificazione del mantenimento, il medesimo tenore di vita come parametro di quantificazione. L’assegno serve solo per garantire l’autosufficienza a chi non è in grado – non per propria colpa – di lavorare. Il che significa una riduzione sostanziale dell’importo rispetto al passato.

In tutto ciò si deve comunque tenere conto del contributo prestato alla famiglia dalla donna che, per tutta la durata del matrimonio, ha fatto la casalinga, così contribuendo alla carriera del marito e rinunciando alla propria.

Assegno di mantenimento: come cambia?

L’ordinanza più recente della Cassazione elimina il tenore di vita anche per la separazione. Ed è questa la profonda novità: la Corte dà prioritaria importanza alla durata del matrimonio e all’eventuale sacrificio del coniuge debole che si sia dedicato al ménage domestico.

Sul punto si legge infatti che «va ribadita la funzione dell’assegno che non è più, neanche dopo la sentenza delle Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018, quella di realizzare un tendenziale ripristino del tenore di vita goduto da entrambi i coniugi nel corso del matrimonio ma invece quello di assicurare un contributo volto a consentire al coniuge richiedente il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare».

Questo però non toglie che si tratta per ora di una pronuncia isolata che andrà confermata o dal legislatore o dalla stessa Corte a Sezioni Unite (così come del resto è avvenuto per il divorzio).

A questo punto, lasciando per un momento da parte il nuovo orientamento, vediamo tradizionalmente come si calcola l’assegno di mantenimento. 

Esiste ancora l’assegno di mantenimento?

Dopo quasi un anno di separazione, tu e tua moglie (o tuo marito) state per divorziare. Non avete alcuna intenzione di farvi di nuovo causa e di pagare altri avvocati, tanto più che avete ormai trovato il vostro equilibrio. In realtà, su di voi pesa ancora la precedente pronuncia che aveva deciso un assegno di mantenimento giudicato troppo esoso dal marito e troppo esiguo dalla moglie. Vorreste che fosse definito in modo equo e più certo un importo definitivo, che metta a tacere ogni reciproca pretesa. Avete trovato qualche “calcolatore” su internet, ma non vi fidate. E fate bene. Difatti, se state cercando di sapere come si calcola il mantenimento sappiate che questi tools non hanno alcun valore legale: non esiste un algoritmo o una tabella che possa stabilire quanto spetta di mantenimento. La legge è generica e non ha voluto ancorare l’ammontare dell’assegno ad operazioni algebriche e matematiche. E questo perché ogni singolo caso ha una storia a sé. Ma se leggerai questo articolo ne uscirai certamente con le idee più chiare. O, se anche così non dovesse essere, saprai di certo cosa verosimilmente potrà decidere il giudice.

Stai per divorziare: a tua moglie spetta l’assegno di mantenimento? A quanto ammonterebbe? Prima di rispondere a tali domande, sono necessarie delle premesse.

La natura dell’assegno di mantenimento e la sua quantificazione sono state oggetto di due rivoluzionarie sentenze della Corte di Cassazione. Secondo alcuni, esso sarebbe stato cancellato dopo il dieci maggio 2017, con un intervento della Suprema Corte che ha rivoluzionato la materia. Prima di tale pronuncia l’assegno di mantenimento veniva riconosciuto e quantificato adottando il criterio del tenore di vita avuto nel corso del matrimonio; la Cassazione, come spiegheremo meglio più avanti, ha praticamente soppresso tale criterio.

C’è chi sostiene, poi, che il successivo intervento delle Sezioni Unite dell’undici luglio 2018 ha comportato un ritorno al passato, trovando una sorta di via di mezzo. Per poter capire esattamente cosa è cambiato, perciò, bisogna esaminare con attenzione il contenuto di tali sentenze.

Di novità, infatti, ce ne sono tante, ma è anche vero che tracciare una regola generale, uguale per tutte le coppie, è tutt’ora impossibile.

In altri termini, la misura dell’assegno di mantenimento resta ancor oggi ad esclusivo appannaggio del giudice che deve valutare una serie di parametri come: le condizioni economiche dei due ex coniugi, la durata del matrimonio, l’eventuale addebito, l’autosufficienza del coniuge economicamente più debole e, in ogni caso, il contributo da questi dato al patrimonio familiare durante il matrimonio. Sulla base di tali parametri è possibile definire, seppur in modo generico, come si calcola il mantenimento dopo il divorzio. E sottolineo “dopo il divorzio”, perché per quanto invece riguarda la misura dell’assegno dopo la separazione, questa è rimasta pressoché inalterata nonostante i due recenti interventi della Suprema Corte. Ed è proprio da questi ultimi, ossia dalla coda, che partiremo nella seguente analisi; tracceremo la linea di confine tra il passato e il presente e proveremo a definire come si calcola il mantenimento. Difatti, in solo due anni, sono stati affermati principi che, salvo interventi legislativi, sono destinati a segnare sicuramente il prossimo decennio.

A che serve l’assegno di mantenimento? 

Prima di illustrare cosa è cambiato con le recenti sentenze della Corte di Cassazione e di capire come va calcolato l’assegno di mantenimento, è necessario porsi un’altra domanda: a cosa serve il mantenimento? Spieghiamolo subito.

Nel momento in cui due persone si sposano assumono l’obbligo reciproco di aiutarsi materialmente ed economicamente. Tale dovere non cessa con la separazione o il divorzio.

La funzione dell’assegno di mantenimento è quella di tutelare i figli ed il coniuge economicamente più debole dagli squilibri che inevitabilmente si creano dopo la separazione: durante il matrimonio, infatti, i coniugi “uniscono le forze”, contribuendo entrambi ai bisogni della famiglia; il venir meno dell’uninione coniugale, quindi, determina dei mutamenti, facendo emergere delle differenze tra il coniuge economicamente più forte e quello più debole. Il mantenimento, dunque, permette di continuare ad adempiere ai doveri di solidarietà che la legge impone ai coniugi e che non vengono meno con la loro separazione: tramite il versamento di una somma a titolo di contributo di mantenimento, infatti, si ripristinano le condizioni economiche ed il tenore di vita esistente prima della cessazione del rapporto matrimoniale.

Dopo la separazione, l’assegno di mantenimento serve a garantire, all’ex coniuge col reddito più basso che, sul più bello, si è trovato senza un sostegno economico, il mantenimento dello stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio. Questo significa che, per definirne l’ammontare, bisogna sommare i due redditi – detratte prima le spese che i coniugi rispettivamente andranno a sostenere dopo la divisione – e poi dividere il risultato per due. In questo modo, il reddito più alto va a compensare quello più basso creando una sorta di parità.

Questa funzione è tipica dell’assegno di mantenimento post separazione. Ma con il divorzio le cose cambiano. Ecco perché.

L’assegno fissato dal giudice con la sentenza di divorzio (cosiddetto «assegno divorzile») che va a sostituire quello fissato con la separazione (cosiddetto «assegno di mantenimento» in senso stretto) interviene in una situazione ove ormai i legami tra marito e moglie sono “sepolti”. All’assegno quindi non spetta più la funzione di garantire lo stesso tenore di vita, ma semplicemente l’autosufficienza economica del coniuge più povero, ossia il necessario per vivere. Tuttavia, questa funzione viene bilanciata tenendo conto di una serie di fattori come la capacità del coniuge di mantenersi da solo, l’età e le sue condizioni fisiche che gli consentono di procurarsi un lavoro, la durata del matrimonio, il contributo che questi ha dato al ménage domestico durante la convivenza, l’esistenza di un’altra famiglia da parte dell’ex.

E se un coniuge non è in grado di mantenersi da solo? Se è avanti con l’età e non riesce più a trovare un’attività lavorativa? Se si tratta, ad esempio, di una donna che per tutta la durata del matrimonio si è occupata solo della casa e dei figli? Al riguardo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno precisato che – sebbene l’assegno di mantenimento ha mutato la sua originaria funzione – bisogna comunque tenere conto di tutte quelle donne che non hanno mai lavorato per badare alla casa e ai figli e che, raggiunta la soglia dei cinquant’anni, hanno perso ogni contatto con il mondo del lavoro. In questo caso è ingiusto riconoscere solo l’autosufficienza se si tiene conto che, proprio grazie al loro lavoro domestico, il marito ha potuto concentrare le sue energie sul lavoro, fare carriera e arricchirsi. Quindi, in tal ipotesi, dopo molti anni di matrimonio, è corretto riconoscere qualcosa in più e, se non lo stesso tenore di vita, un reddito che sia comunque più elevato rispetto a quello necessario per garantirsi lo stretto indispensabile [1].

Facciamo un esempio pratico. Tu e tua moglie, quando vi siete sposati, avete concordato che sarebbe stata lei ad occuparsi della gestione della casa e dei bambini, in modo tale che tu potessi dedicarti alla tua carriera. La tua professione, infatti, ti consentiva entrate elevate, sufficienti a mantenere in mdoo più che soddisfacente l’intero nucleo familiare. Ebbene, il giudice, tenuto conto di tale aspetto, potrà riconoscere alla tua ex moglie un assegno di importo superiore rispetto allo stretto necessario per vivere, proprio perché il suo lavoro domestico ti ha permesso di progredire nel tuo lavoro ed arricchirti.

Come anticipato nei paragrafi precedenti, la Corte di Cassazione ha emesso delle importantissime sentenze in tema di assegno di mantenimento: andiamo  avedere di quali sentenze di tratta e cosa hanno chiarito i giudici. Entriamo quindi nel vivo del discorso.

Le sentenze della Corte di Cassazione: cosa cambia?

Come accennato nella nostra introduzione, due importanti sentenze della Corte di Cassazione hanno rivoluzionato la questione dell’assegno di mantenimento. Vediamo come.

La sentenza del dieci maggio duemiladiciassette ha superato definitivamente il criterio del mantenimento del medesimo tenore di vita in favore del coniuge più debole, fino a quel momento alla base dell’assegno di divorzio. Tale pronuncia era stata seguita da pareri discordanti perché, mentre da una parte aveva un contenuto indubbiamente innovativo ed al passo con i tempi, dall’altro lato, secondo molti, poteva ledere i diritti del coniuge più debole [2].

Di certo il principio affermato dalla Cassazione ha rivoluzionato la concezione dell’assegno divorziale: mentre prima il giudice disponeva l’assegno in favore del coniuge privo di mezzi necessari a conservare il tenore di vita vissuto in costanza di matrimonio, con questo nuovo orientamento l’assegno viene legato all’accertamento dell’autosufficienza economica del soggetto in base a determinati indici: fra questi rientrano, ad esempio, il possesso di redditi propri; il possesso di patrimonio mobiliari e immobiliari; la capacità e la possibilità effettiva di lavoro; la stabile disponibilità di un’abitazione.

In sede di divorzio dovrà essere il coniuge tenuto alla corresponsione dell’assegno a provare l’autosufficienza economica o l’inerzia a raggiungerla da parte dell’altro: per intenderci, dovrai essere tu a provare, ad esempio, che la tua ex moglie svolge un’attività lavorativa che le consente di provvedere autonomamente ai propri bisogni.

Si sottolinea, comunque, che già subito dopo la pubblicazione di questa rivoluzionaria pronuncia, sono state emanate decisioni che hanno cercato di ridimensionarne il contenuto, aprendo la strada a quello che sarebbe poi stato precisato dalle Sezioni Unite.

E’ stato spiegato, ad esempio, che occorre evitare che la moglie – dopo aver contribuito  al menage coniugale, essendo stata sempre disponibile ad una vita itinerante in funzione degli interessi professionali del coniuge – possa trovarsi nella difficoltà di mantenere una soluzione abitativa adeguata al proprio livello professionale e sociale [3].

Molte sentenze, inoltre, hanno continuato ad utilizzare il criterio del medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio [4].

A chiarire la questione venutasi a creare a seguito della rivoluzionaria sentenza del 2017 sono intervenute, come già detto, le Sezioni Unite della Cassazione con una pronuncia che ha precisato gli aspetti più importanti e controversi riguardanti la nuova forma dell’assegno di mantenimento.

Tale sentenza è particolarmente rilevante in quanto ha il pregio di ripercorrere nel dettaglio i vari orientamenti e spiegare con cura l’analisi che il giudice di merito deve effettuare in materia di assegno divorzile.

La Sezioni Unite partono dal presupposto che sia il nuovo orientamento, che il precedente possono portare ad allontanarsi dall’effettività della relazione matrimoniale: il principio del tenore di vita, infatti, deve essere temperato dalla durata del rapporto; quello dell’autosufficienza, tiene poco conto dell’apporto fornito dal coniuge debole alla conduzione della complessa vita familiare.

Le Sezioni Unite hanno optato,quindi, per superare i rigidi paletti che vincolavano l’assegno al tenore di vita, sottolineando però l’importanza dei poteri del giudice nell’accertare la natura dell’eventuale disparità economico-patrimoniale: se questa dipende dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, magari con sacrifici e rinunce professionali e reddituali, allora occorre utilizzare la cosiddetta funzione equilibratrice-perequativa dell’assegno di divorzio.

Dunque, secondo la Corte di Cassazione, il parametro dell’adeguatezza ha non solo una funzione assistenziale, ma anche equilibratrice rispetto a sacrifici e scelte indirizzate alla vita familiare; il giudice deve utilizzare tutti gli indicatori sopra indicati – tra cui, in primo luogo, il contributo fornito dal coniuge che richiede l’assegno alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio familiare – al fine di accertare l’inadeguatezza dei mezzi o l’incapacità di procurarseli [5].

In definitiva, rimane dunque fermo il nuovo orientamento inaugurato con la sentenza del maggio duemiladiciassette, basato sul superamento del tenore di vita; tale rivoluzionario principio, però, deve essere integrato dalla necessità di operare un’accurata analisi da parte del giudice circa i motivi dell’eventuale situazione di squilibrio economico-patrimoniale tra i coniugi: se lo squilibrio ha come fondamento le scelte comuni fatte nel corso del matrimonio, allora si dovrà riequilibrare con l’assegno di divorzio.

Come si calcola il mantenimento dopo la sentenza delle Sezioni Unite

Abbiamo chiarito il contenuto delle sentenze che hanno introdotto delle importanti novità in tema di mantenimento. In base a quanto statuito dalla Corte di Cassazione, dovrai corrispondere l’assegno divorzile non in base al tenore di vita di cui godevate durante il matrimonio, ma solo se la tua ex moglie non è autosufficiente dal punto di vista economico.

Ma alla luce di quanto affermato dalla Corte di Cassazione, come avviene, in concreto, la quantificazione? Quali parametri utilizza il giudice?

L’assegno di mantenimento viene determinato tenendo conto del reddito complessivo della famiglia e della necessità di assicurare una tutela al coniuge non autosufficiente economicamente.

In passato, se c’era una disparità di reddito tra i due coniugi veniva subito riconosciuto l’assegno divorzile alla parte col reddito più basso. Questo sistema è andato in soffitta. Oggi, infatti, per stabilire quanto spetta alla tua ex moglie a titolo di assegno divorzile – il giudice valuta altre circostanze.

Con recentissime sentenze, successive alle Sezioni Unite del 2018, la giurisprudenza ha affermato che, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile, non deve essere attribuita alcuna rilevanza a quanto disposto in sede di separazione. Il riconoscimento dell’assegno di mantenimento, infatti, è indipendente da quanto stabilito sul piano patrimoniale nella fase precedente, viste le sostanziali differenze tra assegno post separazione e assegno divorzile: quest’ultimo, infatti, presuppone lo scioglimento del matrimonio e prescinde dagli obblighi di mantenimento operanti in precedenza [6].

Vediamo, quindi, quali sono i criteri adottati dai giudici e come sono stati applicati i principi sopra illustrati.

L’addebito

Molto spesso quando si parla di separazione si parla di “addebito“: ma di cosa si tratta?

Il nostro legislatore ha previsto che, in sede di separazione, il giudice verifica se questa sia stata causata da uno dei due coniugi che, con il proprio comportamento, ha violato i doveri coniugali. [7] Quando due persone si sposano, infatti, essi acquistano i medesimi diritti ed assumono i medesimi doveri che vengono esplicitamente elencati nel codice civile: si tratta del dovere di coabitazione, di fedeltà, di collaborazione, di assistenza materiale e morale. Se durante il matrimonio uno dei due coniugi viola gli obblighi previsti dalla legge, può incorrere in gravi consenguenze. Una di queste – forse la più comune – è l’addebito della separazione.

Si pensi alla classica ipotesi del tradimento: se uno dei due coniugi è stato infedele all’altro ed ha determinato, in questo modo, la crisi matrimoniale, il giudice gli addebiterà la separazione; ebbene, se il coniuge che ha violato il dovere id fedeltà è anche quello economicamente più debole, non avrà diritto al mantenimento.

L’addebito della separazione potrebbe scattare anche nel caso in cui uno dei coniugi non abbia collaborato alla vita familiare, per esempio impiegando il denaro per il gioco o altre attività non utili alla famiglia.

Se durante il mstrimonio la tua ex ti ha tradito ed il giudice ha pronunciato la separazione con addebito a suo carico, quindi, non dovrai versarle nessun assegno di mantenimento.

Ma andiamo avanti e vediamo quali sono gli altri elementi da valutare.

La disparità di reddito

La seconda analisi che fa il giudice è se c’è una disparità di reddito tra i due coniugi. Valutare le condizioni economico-patrimoniali delle parti, si passa a identificare il soggetto che potenzialmente può avere diritto al mantenimento, di solito l’ex moglie.

Nella misura dell’assegno di mantenimento al coniuge più debole pesa la possibilità di quest’ultimo di percepire un reddito: un lavoro dipendente, la partecipazione a una società, la proprietà di immobili produttivi di canoni di locazione.

La giurisprudenza ha affermato al riguardo che la valutazione delle capacità economiche del coniuge più forte va operata sul reddito netto e non su quello lordo, poiché, nel matrimonio, la famiglia fa affidamento sul netto e, ad esso, rapporta ogni possibilità di spesa [8].

L’età e le condizioni fisiche

Per ottenere il mantenimento, il coniuge più debole deve anche dimostrare di averne bisogno. Questo bisogno deve essere “incolpevole”, non determinato cioè da propria inerzia. Quindi il coniuge ancora giovane e in condizione fisica ottimale può riciclarsi nel mondo del lavoro, specie se ha una formazione e dei precedenti lavorativi. Questi difficilmente può rivendicare il mantenimento.

Il discorso cambia, naturalmente, se il coniuge economicamente più debole è anche avanti con l’età: è chiaro che, in tal caso, riuscire a trovare un impiego sarà molto più complicato.

Risultato: per ottenere il mantenimento bisogna comunque dimostrare di essere nell’impossibilità oggettiva di reggersi con le proprie forse.

La tua ex moglie non ha mai lavorato ed è alla soglia dei cinquant’anni: si tratta di un’età “difficile” per inserirsi nel mondo del lavoro, che non dipende di certo dalla sua volontà, quindi tale circostanza sarà sicuramente presa in considerazione dal giudice che deve decidere l’ammontare dell’assegno di divorzile.

Il contributo dato alla famiglia

Capita spesso che la donna si dedichi alla famiglia e ai figli, consentendo al marito di occuparsi della carriera e così incrementando il proprio reddito. Di tale reddito è, in un certo senso, compartecipe la moglie (una sorta di socia, con compiti differenti). Ecco perché il giudice deve anche accertare «se l’eventuale disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi all’atto dello scioglimento del matrimonio sia dipesa dalle scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti». Detto in altre parole: la casalinga di “lunga data” ha diritto al mantenimento più della giovane ragazza che si è sposata e poi ci ha ripensato o non ha trovato un’intesa col marito.

Il diritto all’assegno divorzile verrà d’ora innanzi escluso in tutti quei casi in cui, pur sussistendo astrattamente una (rilevante) sproporzione tra le posizioni economico-patrimoniali delle parti, l’ex coniuge richiedente abbia i mezzi per condurre una vita autonoma e non abbia contribuito in maniera significativa alla formazione del patrimonio familiare o dell’altro coniuge, poiché in tal caso la disparità non dipende dalle scelte di vita fatte dai coniugi durante il matrimonio.

Ecco perché la donna ancora giovane e con un piede nel mondo del lavoro, ma disoccupata, difficilmente oggi potrà ottenere un assegno divorzile elevato. Il giudice potrebbe addirittura negarglielo completamente.

La giurisprudenza ha stabilito che, in tal caso, è il coniuge che richiede l’assegno divorzile a dover dimostrare che le differenze reddituali sono direttamente causate dalle vecchie scelte comuni di vita. [8]

Se, quindi, la tua ex moglie – che per tutti gli anni di vita coniugale ha speso tutto il suo tempo e le sue energie per occuparsi della famiglia – dimostra innanzi al giudice che, nonostante l’impegno per cercare di essere autosufficiente, non riesce ad ottenere un lavoro, allora potrà ottenere un assegno divorzile che tenga conto dell’apporto che la stessa ha dato al menage familiare.

La rilevanza del lavoro domestico, in seguito al principio affermato dalle Sezioni Unite, è stata evidenziata da numerosissime sentenze: la giurisprudenza ha chiarito che deve esserci «piena equiordinazione tra lavoro domestico di cura e di accudimento» e lavoro svolto fuori del nucleo familiare.

La durata del matrimonio è quindi fondamentale nella determinazione dell’assegno in particolar modo per l’ex coniuge che si è dedicato al lavoro casalingo con il quale ha sicuramente contribuito alla costruzione del patrimonio dell’altro. Non solo, la giurisprudenza ha ricordato la situazione di oggettivo squilibrio di genere nell’accesso al lavoro e l’elevatissimo tasso di disoccupazione femminile [10].

Le proposte legislative dopo le Sezioni Unite

Prendendo spunto delle sentenze della Cassazione, è stato elaborato un disegno di legge attualmente in attesa del parere delle commissioni parlamentari competenti prima di affrontare il voto di Camera e Senato.

Il disegno di legge prende atto del superamento del diritto a mantenere il tenore di vita goduto durante il matrimonio e riconosce la funzione compensativa e perequativa dell’assegno divorzile, che – come ampiamente illustrato nei paragrafi precedenti – richiede una verifica dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge  e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive.

Nel disegno di legge si fa, poi, riferimento ad ulteriori elementi di valutazione: devono essere considerati l’impegno di cura personale di figli comuni minori o disabili o non economicamente indipendenti; la mancanza di un’ adeguata formazione professionale come conseguenza dell’adempimento di doveri coniugali.

Viene introdotta anche un’altra importante novità: quando la ridotta capacità reddituale da parte del coniuge richiedente è momentanea, il tribunale può attribuire l’assegno anche solo per un determinato periodo; l’assegno, infine, non è dovuto in caso di nuovo matrimonio, nuova unione civile o «stabile convivenza» del richiedente e “non resuscita” per effetto della cessazione del nuovo vincolo o del nuovo rapporto di convivenza.

A quanto ammonta il mantenimento?

Quanto detto sinora lascia intendere quale potere abbia ancora il giudice nel quantificare l’assegno di mantenimento, potere che non può essere messo in discussione in Cassazione essendo quest’ultima un giudice che controlla l’interpretazione del diritto e non le valutazioni di fatto.

Il noto quotidiano Il Sole 24 Ore ha stilato una indagine che, per famiglie medie, ha stabilito a quanto ammonta il mantenimento che viene più spesso liquidato dai tribunali nelle varie Regioni d’Italia. Ecco gli importi (*).

Importo medio mensile in euro
Media Italia 526 euro.

1 Lombardia 678 euro

2 Lazio 638 euro

3 P.a. Bolzano 583 euro

4 Emilia Romagna 582 euro

5 Veneto 573 euro

6 Toscana 538 euro

7 Piemonte 528

8 Valle d’Aosta 521

9 P.a. Trento 513

10 Marche 503

11 Friuli Venezia Giulia 493

12 Umbria 480

13 Liguria 478

14 Sardegna 422

15 Campania 419

16 Abruzzo 412

17 Sicilia 387

18 Puglia 383

19 Calabria 365

20 Basilicata 364

21 Molise 358

(*) Per separazioni e divorzi

Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore del lunedì su dati Istat 2015 e dichiarazioni dei redditi 2017 per il 2016


note

[1] Cassazione civile sez. un., 11/07/2018, n.18287.

[2] Cassazione civile sent. n. 11504/2017.

[3] Tribunale di Roma, sentenza del 21 luglio 2017.

[4] Tribunale di Udine, sentenza del 1 giugno 2017.

[5] Art. 5, comma 6, legge n. 898/1970.

[6] Tribunale di trieste, sent. n. 213 dell’11.04.2019

[7] Art. 143 cod. civ.

[8] Cassazione civile, sent. n. 651/2019

[9] Cassazione civile sez. I, 17/04/2019, n.10781.

[10] sentenza n. 1452 del Tribunale di Roma del 22 gennaio 2019

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Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 maggio – 19 giugno 2019, n. 16405

Presidente Genovese – Relatore Bisogni

Rilevato che:

1. La signora M.S. ha appellato la decisione del Tribunale di Padova n. 2342/2016 che, nel giudizio di separazione dal coniuge B.A. , aveva respinto la sua domanda di addebito della separazione e di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dei B. di 400 Euro mensili ovvero della somma ritenuta di giustizia.

2. La Corte di appello, con sentenza n. 1429/2017, ha riformato parzialmente la decisione impugnata dichiarando B.A. tenuto al versamento della somma di 170 Euro mensili a titolo di contributo al mantenimento di M.S. . Ha ritenuto la Corte distrettuale che, se anche provati, i fatti imputati dalla M. al B. non costituivano di certo eclatanti violazioni degli obblighi coniugali determinanti la crisi irreversibile del rapporto coniugale. Quanto alla domanda di assegno la Corte distrettuale ha tenuto conto della relativa differenza di capacità reddituale, della breve durata del matrimonio e della convivenza, della inesistenza di una condizione di agiatezza e, anzi della difficile situazione economica in cui versa la sig.ra M. dopo la separazione e che la costringe a vivere con i propri genitori.

3. Contro la decisione della Corte di appello ricorre per cassazione la sig.ra M.S. con sei motivi di impugnazione: a) violazione e/o falsa applicazione dell’art. 143 c.p.c. per aver escluso che i comportamenti addebitati dalla ricorrente al marito integrino altrettante violazioni dei doveri nascenti dal matrimonio; b) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 143 – 151 – 2727 – 2729 c.c. per aver conseguentemente violato i principi che regolano l’addebitabilità della separazione e che impongono la dichiarazione di addebito della separazione come conseguenza dell’accertamento di comportamenti in violazione dei doveri nascenti dal matrimonio; omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e oggetto di discussione tra le parti conseguente all’omesso esame di documenti costituiti dal preliminare di acquisto di un immobile ad uso abitativo, da adibire a residenza familiare, stipulato dal marito e dal contratto di fornitura di alcuni elementi di arredo della costruenda casa coniugale, sottoscritto, a sua volta, il giorno successivo; c) vizio in procedendo ex art. 112 c.p.c. per aver omesso di pronunciare nell’accogliere la domanda di condanna del marito al versamento di un contributo al mantenimento della ricorrente, sul dies a quo di decorrenza del diritto così riconosciuto a quest’ultima; d) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 156 – 445 c.c. per aver disposto la decorrenza dell’assegno di mantenimento dalla data della sentenza di secondo grado; e) vizio di omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio e oggetto di discussione tra le parti conseguente all’omesso esame delle istanze dirette ad ottenere la esibizione ex art. 210 c.p.c. e la richiesta di informazioni all’INPS ex art. 213 c.p.c. al fine di conoscere la redditività del resistente; f) violazione e/o falsa applicazione degli artt. 91 – 336 c.p.c. per aver omesso di pronunciare sulle spese del giudizio di primo grado dopo aver riformato parzialmente la sentenza resa in quel grado di giudizio.

Ritenuto che:

4. I primi due motivi sono infondati alla luce della giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. sez. VI-1 n. 3923 del 19 febbraio 2018) secondo cui “grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge, l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà”. In tema di separazione personale, la pronuncia di addebito non può fondarsi sulla sola violazione dei doveri posta dall’art. 143 c.c. a carico dei coniugi, essendo, invece, necessario accertare se tale violazione, lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale. L’apprezzamento circa la responsabilità di uno o di entrambi i coniugi nel determinarsi della intollerabilità della convivenza è istituzionalmente riservato al giudice di merito e non può essere censurato in sede di legittimità in presenza di una motivazione congrua e logica (Cass. civ. sez. I n. 18074 del 20 agosto 2014). A tali principi si è attenuta la Corte che, nel valutare i comportamenti dedotti dalla odierna ricorrente come fondamento della domanda di addebito, ne ha escluso la gravità e la loro idoneità a determinare la rottura irreparabile del legame coniugale. La valutazione della Corte di appello non è pertanto sindacabile in questo giudizio.

5. Va inoltre respinto il quinto motivo alla luce della giurisprudenza (Cass. civ. sez. I n. 1162 del 18 gennaio 2017) secondo cui alla durata del matrimonio può essere attribuito rilievo ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento. La Corte di appello ha valutato la differenza reddituale al 2014, epoca della separazione, e ha ritenuto, sulla base anche degli altri elementi menzionati, e, in particolare, della breve durata del matrimonio, di contenere l’ammontare dell’assegno nella misura indicata. La decisione di non acquisire anche la documentazione relativa alle annualità successive al 2014 non ha escluso la considerazione della differenza reddituale verificatasi nel corso della separazione, differenza che la Corte distrettuale, con una valutazione di merito non soggetta a sindacato in questo giudizio, non ha ritenuto idonea a modificare la determinazione dell’assegno. Va rilevato sul punto anche la genericità e il difetto di autosufficienza del ricorso che non evidenzia il contenuto e la modalità di deduzione dell’incremento della differenza reddituale fra i coniugi nel corso della separazione. Infine va ribadita la funzione dell’assegno che non è più, neanche dopo la sentenza delle Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018, quella di realizzare un tendenziale ripristino del tenore di vita goduto da entrambi i coniugi nel corso del matrimonio ma invece quello di assicurare un contributo volto a consentire al coniuge richiedente il raggiungimento in concreto di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare. Anche sotto questo profilo il ricorso si dimostra generico e privo di autosufficienza.

6. Sono inoltre infondati il terzo e quarto motivo di ricorso. La circostanza per cui la Corte di appello si è limitata a determinare la entità dell’assegno di mantenimento senza indicarne la decorrenza va interpretata, alla luce della giurisprudenza di legittimità, come indicazione implicita della decorrenza dalla data della domanda in applicazione del principio per il quale un diritto non può restare pregiudicato dal tempo necessario per farlo valere in giudizio (Cass. civ., sez. I, n. 2960 del 3 febbraio 2017).

7. Infine è infondato anche il sesto motivo in quanto la Corte di appello di Venezia, confermando la sentenza di primo grado per ciò che non attiene alla pronuncia sull’assegno di mantenimento e, quindi, confermando anche la pronuncia relativa alla condanna della M. , totalmente soccombente, al pagamento della metà delle spese del primo grado ha, per un verso, preso atto della mancanza di uno specifico motivo di contestazione da parte della odierna ricorrente sul punto (cfr. la descrizione dei profili in cui si articolava l’appello a pag. 7 del ricorso) e, per altro verso, condannando il B. al pagamento della metà delle spese del grado di appello, ha sostanzialmente operato una compensazione delle spese dei due gradi del giudizio di merito in relazione al complessivo esito del giudizio che ha visto soccombere in entrambi i gradi la M. sulla domanda di addebito e prevalere ma parzialmente quanto alla domanda di assegno.

8. Il ricorso per cassazione va pertanto respinto senza statuizioni sulle spese e dichiarazione di sussistenza dei presupposti per l’imposizione di un ulteriore versamento a carico della ricorrente in misura pari a quella dovuta a titolo di contributo unificato a mente del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Dispone che in caso di pubblicazione della presente ordinanza siano omesse le generalità e gli altri elementi identificativi delle parti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, art. 1 bis.


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2 Commenti

  1. Beh le valutazioni che verranno fatte dal giudice propendono sempre, essenzialmente a tutelare la donna che, per scelta di vita (mai consenziente?) ha deciso di sacrificare la sua eventuale professione per curar casa e figli… Prima quella della mamma era una scelta di vita piacevole, desiderata da tante donne ed oggi diviene una costrizione per la sua potenziale evoluzione professionale… ma tant’è Si parla di sacrificio della donna in casa, senza tener conto che ance il marito, anche attraverso il suo lavoro è sottoposto a stress ed umiliazioni di ogni tipo e pur di “portare avanti la famiglia” subisce spesso e costantemente umiliazioni e privazioni .psicologiche… quindi sul piatto della bilancia il giudice utilizza il metro di giudizio tutto a favore della donna, ritenendo 25/30 anni di lavoro e stress del marito come una piacevole sequenza di soddisfazioni e felicità (mai raggiunte dalla moglie) … Purtroppo è una visione idillliaca ma difficilmente vicina alla realtà

  2. si parla di reddito netto. Ma in mancanza di redditi da stipendio, ma solo di affitti immobiliari. Cosa mediamente si scomputa dagli stessi, visto che sono spesso molto variabili e necessitano di continue spese impreviste di ristrutturazione e ammortamento delle strutture? grazie

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