Diritto e Fisco | Editoriale

Download digitale di musica: doppio imbroglio

18 Novembre 2011 | Autore:
Download digitale di musica: doppio imbroglio

Oggi il guadagno delle case discografiche sul download di musica digitale è superiore rispetto a quello che un tempo esse percepivano sui cd. Perchè?

Una class action contro la Universal Music (UMG) ha smascherato le major e il loro modo di recitare, anche nell’epoca del digitale, la parte delle volpi sotto le mentite vesti degli agnelli.

Una cosa è certa. Che le case discografiche stanno lucrando dai download di file MP3 in modo superiore a quanto già avveniva nell’epoca del supporto fisico. Queste, infatti, nonostante l’avvento di iTunes e le vendite online di musica, continuano a far pagare circa 1 euro a brano: un importo che, moltiplicato per una media di quindici canzoni a cd, eguaglia il prezzo di un supporto fisico (circa 15 euro). E ciò pur in assenza di spese per la stampa, per le copie, il packaging, la distribuzione, il balzello del dettagliante, spese che, con i file digitali, non vengono sostenute. Nonostante quindi l’abbattimento totale dei costi, i prezzi sono rimasti gli stessi.

Ma non è tutto, perché al male non c’è mai fine.

Infatti, a quanto pare, il leader del gruppo rap “Public Enemy” (al secolo Carlton Ridenhour, più noto con il nome di “Chuck D”) si è accorto che le royalties corrisposte dalle label agli artisti per ogni download digitale sarebbero inferiori a quanto invece dovrebbero. Esse, infatti, vengono impropriamente determinate con gli stessi criteri usati prima dell’avvento del digitale. Vediamo come.

Il conteggio di quanto dovuto al musicista viene calcolato al netto dei costi della produzione, costi (cui appunto cui si faceva riferimento prima) che un tempo erano effettivamente sostenuti, ma che oggi non lo sono più. Quindi, se la percentuale dovuta all’autore deve essere determinata sull’incasso netto di ogni vendita, nel far risultare spese che invece non esistono il netto viene ridotto e, quindi, con esso, anche l’utile per l’artista.

Per esempio, volendo distribuire all’autore il 10% sull’utile di ciascuna copia, è ovvio aumentando fittiziamente i costi della vendita, l’utile si riduce e quindi anche la royaltie per l’artista.

Così, il rapper si è messo a capo di una class action che vede radunato tutto il roster della Universal Music Group. L’accusa è quella che la UMG utilizzi per i propri artisti contratti standard ove sono applicate le royalties per le “vendite” e non quelle per le “licenze”, che invece dovrebbero applicarsi al caso dei download. Solo le seconde, invece, garantiscono all’artista delle percentuali superiori.

In verità Chuck D non ha fatto altro che scovare un precedente giurisprudenziale della Corte d’Appello del Nono Circuito nella causa proposta da Eminem (FBT Productions, Inc. v. Aftermath Records, 621 F.3d 958 (2010)). Anche in quel caso la Corte aveva condannato la UMG, colpevole di aver calcolato le royalties per le vendite digitali applicando i tassi previsti per le “vendite” piuttosto che per le “licenze”.

Insomma, la label voleva prendere due piccioni con una fava. E ora prenderà una sonora condanna.




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