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Parcella avvocato e decreto ingiuntivo: ultime sentenze

1 Agosto 2018


Parcella avvocato e decreto ingiuntivo: ultime sentenze

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 Agosto 2018



Esiste ancora il potere di opinamento delle parcelle da parte del Consiglio dell’Ordine degli avvocati in materia di ricorso per decreto ingiuntivo su parcelle non pagate dai clienti?

Sei un avvocato e hai emesso un avviso di parcella nei confronti di un cliente che non ti ha ancora pagato. Ritieni di dover agire contro di lui per ottenere l’onorario che ti spetta; ma ti chiedi, ai fini della presentazione di un ricorso per decreto ingiuntivo, se è necessaria l’emissione della fattura o la richiesta di un parere di congruità all’Ordine degli avvocati. La questione è stata analizzata più volte dalla giurisprudenza e, da ultimo, da una interessante ordinanza della Cassazione [1]. La pronuncia è l’occasione per fare il punto della situazione e riprendere le ultime sentenze in materia di parcella dell’avvocato e decreto ingiuntivo. Vediamo dunque qual è l’iter processuale che il legale deve seguire per il recupero delle proprie spettanze professionali.

La pronuncia appena richiamata costituisce un’inversione di tendenza rispetto al passato in merito alla presunta necessità del parere dell’Ordine degli avvocati sulla parcella presentata in tribunale ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo. Tale parere (cosiddetto potere di opinamento delle parcelle) non sarebbe più necessario.  Ecco spiegato il perché.

Come noto, l’articolo 2233 comma 1 del codice civile prevede, per l’emissione del decreto ingiuntivo relativo a prestazioni d’opera, il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene. La legge 27 del 2012, all’articolo 9, ha abrogato la predetta norma del codice civile nella parte in cui prevedeva, ai fini della determinazione del compenso del professionista, l’acquisizione giudiziale del parere dell’associazione professionale [2]. Pertanto, ad oggi, per ottenere un decreto ingiuntivo, l’avvocato e, più in generale, il professionista deve depositare in tribunale l’accordo scritto con il cliente e il preventivo scritto, previsti dall’articolo 9, comma 5, legge 24 marzo 2012, n. 27.

È vero però che l’articolo 636 del codice di procedura civile stabilisce ancora che la domanda di decreto ingiuntivo deve essere accompagnata dalla parcella delle spese e prestazioni, munita della sottoscrizione del ricorrente e corredata dal parere della competente associazione professionale. Il parere non occorre se l’ammontare delle spese e delle prestazioni è determinato in base a tariffe obbligatorie. Secondo il consiglio nazionale forense (CNF) l’abrogazione delle tariffe minime non ha comportato anche l’abrogazione del potere del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di esprimersi sulla congruità della parcella. In passato la Cassazione ha avallato questa tesi. La Corte, in particolare, ha ritenuto insufficiente, ai fini della richiesta di decreto ingiuntivo dell’avvocato, la presentazione della fattura o la copia autentica del registro Iva [3]. È vero che il codice di procedura civile [4] classifica la fattura come una valida prova scritta per il provvedimento monitorio, ma tale norma si riferisce alle diverse ipotesi dei crediti per somministrazione di merci e di denaro ovvero per prestazioni di servizi. La medesima pronuncia della Suprema Corte ha ritenuto necessaria però – a differenza della ordinanza richiamata in apertura – la parcella munita della sottoscrizione del ricorrente e del parere della competente associazione professionale.

Già all’inizio di quest’anno la Cassazione aveva iniziato prendere le distanze dalla necessità del parere dell’ordine [5]. In materia di liquidazione delle competenze professionali dell’avvocato – aveva scritto la Corte – il giudice non è vincolato al parere di congruità del Consiglio dell’Ordine, dal quale può discostarsi indicando, sia pure sommariamente, le voci per le quali ritiene il compenso non dovuto oppure dovuto in misura ridotta; nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non è più sufficiente la prova dell’espletamento dell’opera e dell’entità delle prestazioni fornita con la produzione della parcella e del relativo parere della competente associazione professionale e spetta al professionista, nella sua qualità di attore, fornire gli elementi dimostrativi della pretesa, per consentire al giudice la verifica delle singole prestazioni svolte e la loro corrispondenza con le voci e gli importi indicati nella parcella».

Ancora più chiara una Cassazione del 2016 [6] secondo cui il parere del consiglio dell’ordine sulla parcella attesta unicamente la conformità della stessa alla tariffa professionale, ma non prova, in caso di contestazione del debitore, l’effettiva esecuzione delle prestazioni in essa indicate. Non diversamente, nella controversia tra il professionista e il proprio cliente il parere espresso dall’ordine di appartenenza del professionista sulla parcella del professionista stesso, pur costituendo titolo idoneo alla emissione del decreto ingiuntivo a carico del cliente, è privo di valenza probatoria nel giudizio a cognizione ordinaria, in quanto si limita a dare atto della conformità alle tariffe professionali degli onorari e dei diritti richiesti in corrispettivo delle voci indicate in parcella, senza alcun preventivo controllo in ordine alla loro effettiva esecuzione. La sua produzione in giudizio, pertanto, non esonera il professionista dal provare, in caso di contestazione, l’avvenuto svolgimento dell’incarico e la entità delle relative prestazioni [7]. Dello stesso segno una pronuncia del tribunale di Roma [8]:  mentre ai fini dell’emissione del decreto ingiuntivo la prova dell’espletamento dell’opera e dell’entità delle prestazioni può essere utilmente fornita con la produzione della parcella e del relativo parere della competente associazione professionale, tale documentazione non è più sufficiente nel giudizio di opposizione, il quale si svolge secondo le regole ordinarie della cognizione e impone al professionista, nella sua qualità di attore, di fornire gli elementi dimostrativi della pretesa, per consentire al giudice di merito di verificare le singole prestazioni svolte dal professionista stesso e la loro corrispondenza con le voci e gli importi indicati nella parcella.

Il tribunale di Firenze invece [9] ha detto che, in tema di prestazioni professionali, il compenso spettante all’avvocato non richiede l’acquisizione del parere dell’Ordine professionale che invece, è obbligatoria, soltanto nel procedimento d’ingiunzione, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 636, comma 1, del codice di procedura civile,quando l’ammontare del relativo credito non sia determinato in base a tariffe fisse. Al di fuori del predetto ambito, la necessità del parere non è in funzione del procedimento giudiziale adottato, camerale o a cognizione piena, né dipende dal fatto che il credito sia azionato dal professionista stesso o dai suoi eredi, ma è dettata dalla tipologia del corrispettivo, nel senso che è indispensabile soltanto se esso non possa essere determinato in base a tariffe, ovvero queste, pur esistenti, non siano vincolanti. Ne consegue che il predetto parere è necessario solo quando oggetto di liquidazione siano attività non rientranti nelle previsioni della tariffa professionale, per le quali la liquidazione debba avvenire opera del giudice.

note

[1] Cass. ord. n. 17911/2018 del 6.07.2018.

[2] Trib. Varese, sent. del 11.10.2012.

[3] Cass. sent. n. 22655/2011.

[4] Art. 634 cod. proc. civ.

[5] Cass. ord. n. 712/18 del 15.012018.

[6] Cass. sent. n. 26065/2016.

[7] Cass. sent. n. 7413/2015.

[8] Trib. Roma, sent. n. 13500/2017 del 4.07.2017.

[9] Trib. Firenze sent. n. 2170/2014 del 1.07.2014.


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