Business | Storie di avvocati

Mariano Acquaviva: la solitudine dell’avvocato

6 Ago 2018


Mariano Acquaviva: la solitudine dell’avvocato

> Business Pubblicato il 6 Ago 2018



Ed eccomi qua, nel mio studio, alla mia scrivania, in una calda serata d’estate, a battere un articolo che mi vede protagonista in prima persona. Solo qualche anno fa non avrei mai potuto immaginare che qualcosa che portasse il mio nome potesse essere letto da migliaia di persone. Da dove cominciare? Attendo che il ventilatore faccia il suo giro e, voltando la testa verso di me, mi ispiri con il suo soffio fresco. È solo un attimo e poi, come la ragazza che ti degna di un solo sguardo per poi girare i tacchi, torna di nuovo dall’altra parte. Però forse ci sono.

Se dovessi raccontarvi il mio primo ricordo da avvocato, potrei cominciare da qui: ero in coda nella libreria del mio tribunale, quello di Salerno (mio, come se mi appartenesse! Aggettivo possessivo di indicibile arroganza), in attesa di essere servito. Ero l’ultimo della fila. Per ingannare l’attesa mi guardavo intorno, posando pigramente lo sguardo sulla moltitudine di libri che mi circondava; ad un tratto, non conscio del tempo che era trascorso, l’addetta alle vendite chiama: «Avvocato!». Istintivamente mi volto, per cercare alle mie spalle il collega che era stato invocato. Ovviamente non c’era nessuno: la commessa si riferiva a me.

Ancora oggi mi fa strano sentirmi chiamare in questo modo. È vero: non sono trascorsi nemmeno quattro anni da quando ho solennemente giurato di essere consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, e di impegnarmi ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini della giustizia ed a tutela dell’assistito. Forse troppo poco: devo ancora abituarmi. Ma penso che essere avvocato non significhi fregiarsi di un’onorificenza, seppur guadagnata con (tanto) sudore della fronte; avvocato significa lottare realmente per le ragioni del proprio assistito. Indossare una toga non è come indossare una giacca, poiché essa rappresenta l’armatura prima del duello, mentre le spade sono state sostituite da qualcosa di molto più nobile: la dialettica, l’ars oratoria, la padronanza linguistica.

Essere avvocato, però, non significa solo questo. Essere avvocato vuol dire anche prendere coscienza della relatività della verità, dell’incertezza costante dell’esito di una causa, della difficoltà di aiutare chi ti chiede aiuto ma poi non collabora. Ad un certo punto, penso che ogni avvocato si sia sentito solo: solo contro i giudici, contro i colleghi, contro il suo stesso cliente. In Italia ci sono centinaia di migliaia di avvocati: ma quando lavori, sigillato nel tuo studio, attaccato alla scrivania, in attesa che il computer riconosca la tua firma digitale, che la pec non sia intasata, che la connessione internet regga, allora non c’è scampo: sei solo. E vuoi rimanere solo, perché non vorresti mai che qualcuno ti disturbasse proprio mentre invii la busta telematica creata con tanto sforzo.

Ed eccomi qua, nel mio studio, alla mia scrivania, in una calda serata d’estate, a battere un articolo che mi vede protagonista in prima persona. Le finestre chiuse per attutire la musica del paese in festa, l’aeratore verticale come unica consolazione dalla calura. Alzo lo sguardo dal pc: alla mia sinistra Chaplin che mi guarda con aria malinconica ma maledettamente poetica; alla mia destra i Fab Four che attraversano sulle strisce pedonali; alle mie spalle James Stewart che cade in una spirale vertiginosa. Eh sì, ho deciso che il mio studio non fosse solo un ricovero di libri e manuali di diritto, ma che rispecchiasse anche la mia personalità e le mie passioni: e così l’ho arredato seguendo i miei gusti musicali e cinematografici.

Conto i secondi che mancano al prossimo getto di aria fresca: uno, due, tre, quattro. Ci vogliono quattro secondi perché il ventilatore si ricordi di nuovo di me. Non sono poi così solo.


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