Business | Articoli

Chi smette di lavorare prende la disoccupazione?

3 giugno 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 3 giugno 2018



Chi si dimette per giusta causa ha diritto alla Naspi. Ma non è tutto: in determinati casi il dipendente potrà addirittura smettere di lavorare e prendere comunque la disoccupazione. Vediamo quando

L’assegno di disoccupazione spetta solo a chi viene licenziato; chi, invece, si dimette volontariamente non ha diritto alla Naspi. È questa la regola generale. Ciò in quanto, la situazione di chi si dimette (magari per motivi personali, quali ad esempio l’esigenza di trovare un posto di lavoro migliore) è molto diversa da quella del collega che viene licenziato. Come per ogni regola, tuttavia, ci sono delle eccezioni. E allora ci si domanda: chi si dimette ha diritto alla disoccupazione? Il lavoratore può smettere di lavorare e prendere ugualmente l’assegno di disoccupazione? La risposta, in alcuni casi, è affermativa. In determinate ipotesi, dunque, il dipendente potrà dimettersi ed avere, al contempo, il diritto di percepire la Naspi.

Non solo. In alcuni casi, il dipendente potrà addirittura smettere di lavorare e prendere comunque la disoccupazione. Vediamo allora quando chi smette di lavorare prende la disoccupazione. Ma procediamo per gradi.

 

Dimissioni: quando spetta la disoccupazione

Quando il lavoratore si dimette, le motivazioni alla base di tale scelta possono essere le più disparate ed in taluni casi determinate da cosiddetta giusta causa. Ebbene, quando il dipendente si dimette per giusta causa avrà diritto all’assegno di disoccupazione. In sostanza, ciò avviene quando le dimissioni del dipendente sono il frutto di una scelta “obbligata”; è il caso, ad esempio, di chi venga “mobbizzato” o di chi non riceve il pagamento dello stipendio. Dunque, il dipendente che si dimette per giusta causa potrà percepire la Naspi. Vediamo, allora, quando sussiste una giusta causa di dimissioni e quando, di conseguenza, il dipendente che si dimette ha diritto all’indennità di disoccupazione.

Quando sussiste una giusta causa di dimissioni

Come anticipato, quando il lavoratore si dimette le motivazioni alla base di tale scelta possono essere le più varie. Sul punto, però, è possibile operare una distinzione fondamentale. Ed infatti, la situazione di chi si licenzia per motivi o valutazioni personali è diversa da quella del collega  costretto a dimettersi per via di circostanze che si riflettono negativamente su di lui e che rendono non più proseguibile il rapporto di lavoro; in tali casi il dipendente è di fatto obbligato a dimettersi per non subire un’ingiustizia. Ebbene, solo in quest’ultimo caso le dimissioni danno diritto all’ottenimento dell’assegno assistenziale dell’Inps (attualmente si chiama Naspi). In altre parole, non sempre se il dipendente si dimette prende la disoccupazione: ne ha diritto solo quando la sua scelta è dettata dalla necessità di evitare un’ingiustizia ai suoi danni, vale a dire solo quando sussiste una giusta causa di dimissioni [1].

Quando le dimissioni sono per giusta causa

Ebbene, sulla base di quanto finora indicato dalla giurisprudenza e dall’Inps [2], si considerano “per giusta causa” le dimissioni determinate:

  • dal mancato pagamento dello stipendio [3];
  • dall’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • dalle modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative;
  • dal mobbing, ossia in caso di crollo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore a causa di comportamenti vessatori da parte dei superiori gerarchici o dei colleghi (spesso, tra l’altro, tali comportamenti consistono in molestie sessuali o “demansionamento”, già previsti come giusta causa di dimissioni).
  • dalle notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda;
  • dallo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le cosiddette “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive”;
  • dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

 

Dimissioni: a cosa ha diritto il lavoratore?

Il lavoratore che dà le dimissioni per giusta causa ha diritto:

  • all’indennità sostitutiva del preavviso;
  • a richiedere l’indennità di disoccupazione.

 

A quali condizioni, se mi dimetto, prendo la disoccupazione?

In aggiunta alla perdita involontaria dell’occupazione, occorre che il lavoratore sia in possesso, congiuntamente, dei seguenti requisiti:

  • stato di disoccupazione involontaria;
  • almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;
  • 30 giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei 12 mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

 

Come ottenere la disoccupazione in caso di dimissioni

Alla luce di quanto detto, il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione potrà avvenire soltanto a condizione che il lavoratore si sia dimesso per giusta causa.  Vediamo, allora, come fare per ottenere la disoccupazione in caso di dimissioni per giusta causa.

Il lavoratore interessato, per rendere esigibile il diritto, deve presentare all’Inps una domanda corredata da una dichiarazione in autocertificazione da cui risulti:

  • l’essersi dimesso per giusta causa;
  • la volontà di agire in giudizio contro il comportamento illecito subito;
  • qualsiasi documento che dimostri tale volontà (diffida, denuncia, istanza al giudice del lavoro ecc.);
  • l’impegno a comunicare all’Inps l’esito della controversia, sia che avvenga in sede extragiudiziale (conciliazione in sede amministrativa o sindacale) o giudiziale (sentenza del giudice).

Fino alla conclusione del contenzioso, l’erogazione dell’indennità deve considerarsi provvisoria; in caso di esito favorevole al lavoratore l’indennità viene confermata; mentre in caso contrario – se cioè non fosse riconosciuta la sussistenza della “giusta causa” – il lavoratore dovrà rimborsare all’Inps quanto percepito.
Pertanto è necessario che ci sia una particolare attenzione da parte del lavoratore alla fase di stesura delle dimissioni, all’avvio della vertenza e al momento di una eventuale conciliazione in sede sindacale o presso la Direzione Provinciale del Lavoro. In questa ultima ipotesi, il verbale deve contenere l’esplicito riferimento alla particolare motivazione della vertenza quale presupposto e causale dell’accordo conciliativo, in modo da non pregiudicare il diritto del lavoratore all’indennità.

Chi smette di lavorare prende la disoccupazione

Come anticipato, in alcuni casi, chi smette di lavorare può prendere comunque la disoccupazione.

Può succedere di non riuscire più a tollerare il rapporto di lavoro alle dipendenze del proprio datore, da qui la drastica decisione di “cambiare aria”. Tuttavia, non è sempre facile trovare un altro impiego; di conseguenza, oltre alla paura di non riuscire a trovare un altro lavoro vi è quella di restare senza soldi.

E allora ci si domanda: cosa può fare in questi casi il dipendente per prendere comunque la disoccupazione? La risposta vi sorprenderà.

Ed infatti, secondo il Ministero del Lavoro e l’Inps, si ha diritto alla disoccupazione non solo in caso di dimissioni per giusta causa o quando si viene licenziati per volontà del datore di lavoro o a causa della crisi o di circostanze comunque dipendenti dall’azienda; ma anche quando il dipendente viene licenziato per motivi disciplinari.

Immaginiamo allora questo caso di specie. Il dipendente vorrebbe dimettersi, ma allo stesso tempo prendere l’assegno di disoccupazione. L’azienda, tuttavia, non ha alcuna intenzione di licenziarlo, perché teme che un domani il lavoratore possa impugnare il licenziamento e fare causa; il capo dell’azienda, inoltre, non ha alcuna intenzione di dichiarare il falso, facendo figurare un licenziamento quando in realtà si tratta di dimissioni per volontà del lavoratore. E allora cosa può fare il dipendente per smettere di lavorare e prendere comunque la disoccupazione?Ebbene, come detto sopra, la disoccupazione spetta anche a seguito di licenziamento determinato da motivi disciplinari. In altre parole, anche quando il licenziamento è causato dalla condotta colpevole del lavoratore quest’ultimo avrà diritto alla disoccupazione. Ciò posto, sebbene possa sembrare paradossale, il dipendente che vuole dimettersi potrà ottenere la disoccupazione anche in assenza di una giusta causa di dimissioni. Gli basterà comportarsi colpevolmente e farsi licenziare per motivi disciplinari.  Essere insofferenti a lavoro, arrivare in ritardo, presentare continui certificati medici e collaborare poco con i colleghi. Sono tanti i comportamenti che un lavoratore può assumere per esasperare il datore di lavoro ed arrivare ad uno scopo preciso: farsi licenziare e prendere la disoccupazione. Si può essere licenziati, e quindi ricevere la disoccupazione, per abbandono del posto di lavoro, assenza ingiustificata, falso certificato medico e altri comportamenti che mettono a repentaglio anche l’immagine aziendale, come ad esempio la diffamazione. Insomma, il dipendente che non vuole più lavorare per una determinata azienda, ma non vuole nemmeno dimettersi, può attuare una serie di comportamenti che costringono il datore di lavoro a licenziarlo per giusta causa o per motivi disciplinari.

Attenzione, però, queste condotte non sono prive di rischi.

Licenziarsi per prendere la disoccupazione: quali rischi

Il lavoratore “scorretto”, che per prendere la disoccupazione si fa licenziare, il più delle volte non resta impunito. Nulla vieta, infatti, che in queste ipotesi il datore di lavoro trascini il dipendente in Tribunale per dimostrare che, nella realtà dei fatti, il rapporto di lavoro è volto al termine per il comportamento del lavoratore. Il datore di lavoro, infatti, ben potrebbe affermare dinanzi ad un giudice la sua volontà di proseguire il rapporto di lavoro, evidenziando il palese rifiuto del dipendente. A ben vedere, infatti, il lavoratore che non vuole più lavorare per una determinata azienda può comunicarlo formalmente e dimettersi, invece di fare dell’ostruzionismo.

In questi casi, dunque, il giudice trasformerà il licenziamento in dimissioni volontarie, traducendo la formula del licenziamento nella volontà da parte del dipendente di voler interrompere le proprie prestazioni lavorative. Risultato? Il dipendente perderà sia il posto di lavoro che l’indennità di disoccupazione.

Le conseguenze negative non finiscono qui.

Sempre per quanto concerne il piano economico, infatti, farsi licenziare “fraudolentemente” per ottenere la disoccupazione, può costringere il lavoratore dipendente a pagare una somma di denaro che corrisponde al preavviso obbligatorio che il dipendente deve fornire quando decide di licenziarsi. L’ammontare può, inoltre, essere detratto dalla liquidazione.

Farsi licenziare per prendere la disoccupazione: è reato?

Ma non è tutto. Gli artefici della furbizia descritta potrebbero incorrere anche in spiacevoli conseguenze di natura penale. Ed infatti, fare di tutto per farsi licenziare e ottenere la disoccupazione può tradursi in due reati. Il primo, riguarda la frode alla legge per ottenere un pagamento indebito da parte dell’Inps [4]. Il secondo, ancora più grave, viene in rilievo perché farsi licenziare “fraudolentemente” per ottenere la disoccupazione altro non integra se non una truffa ai danni dello Stato [5].

Ciò posto, a fronte dei rischi e delle possibili punizioni sia sul piano civile che sul fronte penale, è bene fare molta attenzione. Anche perché, in conseguenza di simili atteggiamenti, il dipendente rischia anche di farsi una brutta reputazione e di non riuscire a trovare mai più un posto di lavoro.

 

note

[1] Cfr. Art. 2119 Cod. Civ.

[2] Cfr. Circolare Inps n. 163 del 20.10.2003.

[3] Cfr. da ultimo, Corte d’Appello Milano, sent. n. 1713/2017.

[4] Cfr. Art. 2033 Cod. Civ.

[5] Art. 640, comma 2, n. 1 Cod. Pen.


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI