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Si può essere licenziati per aver offeso il capo su WhatsApp?

20 Aprile 2017
Si può essere licenziati per aver offeso il capo su WhatsApp?

Una domanda alla quale risponderà un Giudice del lavoro di Parma, chiamato a pronunciarsi su un ricorso presentato da due dipendenti licenziate.

Una sentenza che, molto probabilmente, sarà destinata a fare giurisprudenza.

Stiamo parlando della vicenda che riguarda due lavoratrici di 29 anni, entrambe assunte a tempo indeterminato, che hanno perso il lavoro per aver offeso il loro capo su un gruppo di WhatsApp. E che hanno chiesto il reintegro un risarcimento danni.

Il Giudice che dovrà esprimersi sarà quello del lavoro di Parma, alla cui attenzione è arrivata la vertenza in questione.

 

Licenziamento per aver offeso il capo su WhatsApp

Come anticipato, la vicenda riguarda due lavoratrici di una piccola azienda di Parma che si occupa del confezionamento di prodotti alimentari e ortofrutticoli. Entrambe, all’epoca dei fatti, facevano parte di un gruppo WhatsApp adoperato per futili motivi organizzativi: come lo scambio dei turni, ad esempio. Ma anche per chiacchierare del più e del meno.

Un giorno, le due lavoratrici citate hanno, però, espresso parole un troppo pensati nei riguardi del loro datore di lavoro, tanto da spingere qualche collega a stampare le critiche mosse e farle leggere al capo.

Venuta a conoscenza della questione, la ditta prima ha inviato la contestazione disciplinare alle due dipendenti, facendo riferimento a «pesanti offese ricevute» e, successivamente, trascorsi i cinque giorni che la legge prevede per le repliche, ha comunicare loro la massima sanzione prevista: il licenziamento.

«Atti di goliardia – ha commentato l’avvocato che difende le due lavoratrici, Silvia Caravà, del Fai Cisl – probabilmente non troppo dissimili da quelli che si sentono in tutti i luoghi di lavoro».

La giurisprudenza

La difesa delle lavoratrici fa leva su due aspetti: la segretezza della conversazione e il contenuto – a loro dire tutt’altro che diffamante.

«Sul primo versante – ha detto l’avvocato Caravà – c’è una sentenza del Tribunale di Milano che, riferendosi a quanto scritto in una newsletter, dà ragione ai dipendenti, tirando in ballo l’articolo 15 della Costituzione (leggi anche I messaggi tra dipendenti non sono causa di licenziamento ndr.). E mi pare che un gruppo di WhattsApp sia perfettamente accomunabile a una newsletter. Quanto al contenuto delle esternazioni non c’è nulla che possa aver arrecato reale nocumento alla controparte».


note

Autore immagine: Pixabay.com


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