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Parlare male di una azienda concorrente non è concorrenza sleale

3 Aprile 2013
Parlare male di una azienda concorrente non è concorrenza sleale

Screditare l’attività dell’azienda concorrente costituisce concorrenza sleale, a meno che non si tratti di singoli e sporadici apprezzamenti.

Parlare male dei competitors, esprimendo giudizi personali, non costituisce una pubblicità denigratoria – sostiene la Cassazione in una recente sentenza [1] – tuttavia integra sempre l’illecito di concorrenza sleale [2]. Ad ogni modo, per garantire il diritto di critica e di libera manifestazione del pensiero di ogni persona, gli apprezzamenti, qualora siano stati occasionali e non abbiano comportato alcun effettivo danno economico all’impresa altrui, si devono considerare leciti.

L’azienda concorrente che voglia agire per ottenere il risarcimento del danno contro le altrui esternazioni screditanti dovrà sempre dimostrare, in giudizio, di aver subìto una grave – e non futile – perdita patrimoniale.

Inoltre è necessario che i pareri denigratori siano stati divulgati in presenza di un pubblico ampio e indifferenziato e non, quindi, nel corso di separati e limitati colloqui.


Per agire contro il competitor che abbia diffuso giudizi diffamatori sull’altrui attività commerciale è necessario:

– che i giudizi non siano stati occasionali e riferiti nel corso di limitati colloqui;

– che, al contrario, tali giudizi siano stati riferiti nei confronti di un pubblico indifferenziato;

– che tale comportamento abbia determinato un danno economico grave.

note

[1] Cass. sent. n. 5848 dell’8.03.2013.

[2] Art. 2598 n. 3 cod. civ.


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