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Cessioni intracomunitarie: serve la prova del trasferimento

19 Giugno 2014
Cessioni intracomunitarie: serve la prova del trasferimento

La dimostrazione della cessione può avvenire anche dopo l’operazione e con un documento firmato.

 

Le cessioni intracomunitarie beneficiano del regime di non imponibilità [1] se sono rispettati tutti i requisiti di legge. Fra questi, quello che pone le maggiori difficoltà, anche perché meno “controllabile” da parte del cedente (almeno nelle vendite “franco fabbrica”), è senz’altro rappresentato dalla prova dell’effettivo trasferimento dei beni dall’Italia allo Stato membro di destinazione. In mancanza di una normativa di dettaglio, sia a livello di direttiva comunitaria che di disciplina interna, gli operatori hanno dovuto aggiustare comportamenti e procedure seguendo i contributi interpretativi forniti nel tempo dalla giurisprudenza (della Corte di giustizia europea e nazionale) e dalla prassi, non sempre, peraltro, con carattere di sistematicità e intrinseca coerenza.

Allo stato attuale, tuttavia, sembra che la materia abbia trovato un assetto abbastanza stabile, anche se non particolarmente tranquillizzante per gli operatori.

Per quanto riguarda i trasporti su strada in particolare, l’agenzia delle Entrate [2] sembra avere definitivamente “consacrato” la validità della lettera di vettura Cmr (contratto di trasporto), firmata per ricevuta, oltre che dal vettore e dal cedente, anche dal cliente destinatario finale nello Stato comunitario di arrivo della merce, quale documento idoneo a comprovare il trasferimento dei beni.

In alternativa alla lettera di vettura così integrata, per quanto in modo non particolarmente chiaro, l’interprete ufficiale sembra ammettere la validità del documento di trasporto, pur esso firmato per ricevuta dal destinatario, da cui siano desumibili gli stessi elementi presenti nella Cmr, oppure anche di una dichiarazione sottoscritta dallo stesso soggetto che attesti l’avvenuta ricezione della merce nel Paese di destinazione.

Per quanto il recente orientamento rappresenti un passaggio importante (e forse decisivo) sul tema della prova del trasferimento dei beni, resta un aspetto che pare opportuno segnalare. Esso concerne la tempistica entro la quale l’operatore dev’essere in grado di disporre della documentazione.

Le Entrate, dopo aver preso atto che, in base alla giurisprudenza comunitaria [3], la prova dell’avvenuta cessione intracomunitaria può essere fornita anche in un momento successivo all’effettuazione dell’operazione, avvertono, tuttavia, che il cedente è tenuto ad acquisire “senza indugio” i documenti rilevanti, ovverossia non appena la prassi commerciale lo renda possibile.

La Cassazione

Il rigido orientamento manifestato dall’Amministrazione finanziaria ha trovato immediata conferma nelle conclusioni della Corte di cassazione. In una sentenza dello scorso anno [4], infatti, i giudici mostrano di ritenere che neppure la lettera di vettura (verosimilmente non firmata dal destinatario, nella fattispecie oggetto d’esame) sarebbe idonea, nelle cessioni ex works (franco fabbrica), a provare l’effettivo trasferimento dei beni nello Stato Ue di destinazione e, conseguentemente, a permettere di considerare realizzata la cessione intracomunitaria non imponibile Iva, purché in presenza degli altri requisiti di legge.

Dalla lettura della sentenza, infatti, emerge che occorrerebbe ulteriore documentazione, sempre firmata dal destinatario dei beni, dalla quale sia possibile desumere che i beni venduti sono effettivamente giunti a destinazione in altro Paese comunitario; in pratica, un’attestazione sottoscritta dal ricevente che la merce è materialmente stata consegnata nel territorio dello Stato comunitario.

Ove manchino tali documenti, pertanto, non sarebbe possibile fornire la prova del trasferimento, se non ricorrendo a mezzi abbastanza “anomali” (secondari, nella definizione della pronuncia), quali potrebbero essere le ricevute di pagamento, complete di data, timbro e indicazione del chilometraggio dell’automezzo, sottoscritte dalla stazione di rifornimento ubicata fuori del territorio di partenza delle merci ovvero nel territorio di arrivo.

L’aspetto forse più interessante della pronuncia, tuttavia, è quello relativo alle circostanze che, in mancanza della suddetta documentazione (mancanza assai probabile, in caso di frode perpetrata dal cessionario), potrebbero essere considerate rilevanti, in sede di giudizio, per provare (quantomeno) la buona fede del cedente. Poiché il venditore deve dimostrare di essersi comportato con la diligenza dell’operatore commerciale professionale, egli sarà tenuto a provare di aver previsto la restituzione dei predetti documenti direttamente nei contratti stipulati con il cessionario, il vettore e lo spedizioniere e che, nonostante la richiesta, l’obbligo di restituzione è rimasto inadempiuto, anche, eventualmente, in esito alle opportune iniziative giudiziarie.

Se l’obbligo di prevedere contrattualmente la trasmissione dei documenti (Cmr, documenti di trasporto, attestazioni di ricezione dei beni) che comprovano l’arrivo della merce, pare del tutto normale nell’ottica di un corretto rapporto commerciale e se, anzi, è ipotizzabile una loro implementazione al fine d’incentivarne il rispetto (prevedendo, ove possibile, idonee garanzie), qualche perplessità sorge con riferimento alla necessità di adire le vie legali, qualora i soggetti interessati non adempiano i loro impegni. E, in effetti, l’indicazione dei giudici appare esagerata, ma solo se l’operazione non è economicamente rilevante.

Avendo riguardo al fatto che ciò che è qui in discussione è la buona fede dell’operatore, non sembra infatti irragionevole ipotizzare una qualche forma di collusione fra cedente e cessionario, se, posto di fronte al rischio di un pesante recupero fiscale in termini d’imposta e sanzioni, il contribuente non si attiva per ottenere dalla controparte e dagli altri soggetti coinvolti, ogni e qualsiasi elemento e documento potenzialmente utile alla propria difesa, tanto più se la consegna dei suddetti documenti era già prevista dagli accordi contrattuali.


note

[1] Previsto dall’art. 41 del Dl 331/1993.

[2] Ag. Entrate, risoluzione n. 19/E/2013.

[3] C. Giust. UE causa C-146/05.

[4] Cass. sent. n. 19747/2013.


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