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Stop accertamento fiscale per studi di settore se le perdite sono per la crisi

17 Marzo 2015
Stop accertamento fiscale per studi di settore se le perdite sono per la crisi

L’imprenditore costretto a tagliare i prezzi e a sforare gli studi di settore può opporsi al richiamo dell’Agenzia delle Entrate.

Se la necessità di praticare gli sconti, per via della crisi economica e dalla forte competitività della zona, fanno contrarre gli utili per l’azienda e, nello stesso tempo, portano l’imprenditore a sforare gli studi di settore, l’eventuale accertamento fiscale, notificato dall’Agenzia delle Entrate, è impugnabile. Non importa che, almeno in prima battuta, un comportamento di questo tipo potrebbe apparire antieconomico, portando l’azienda a ricevere utili inferiori ai costi.

A favore del contribuente si schiera la Commissione Tributaria Provinciale di Napoli che, con una recente sentenza [1], ha sposato in pieno la tesi del ricorrente e la necessità di una maggiore flessibilità degli standard del fisco.

In tema di accertamento da studi di settore – si legge nel provvedimento in commento – laddove l’Agenzia delle Entrate rettifichi la percentuale di ricarico applicata sul costo del venduto, deducendo la gestione antieconomica, deve comunque valutare le argomentazioni del contribuente, specie se la non congruità sia da imputare alla presenza, in zona, di più esercizi della grande distribuzione (tra cui un discount), che spingono a praticare prezzi più contenuti per garantire la sopravvivenza sul mercato.

 

La vicenda

Un commerciante al dettaglio di prodotti alimentari si è visto piombare un avviso di accertamento basato sull’incongruenza della ditta, con specifico riferimento all’indice di ricarico dichiarato (pari al 14 per cento), rispetto alla forbice prevista dal relativo studio di settore, variante da un minimo del 24 per cento ad un massimo del 100, nonché al margine operativo lordo per addetto, alla resa commerciale e alla durata delle scorte.

Dinanzi alla Commissione tributaria, l’imprenditore ha eccepito l’infondatezza della pretesa sostenendo che l’amministrazione finanziaria non aveva tenuto conto della natura del piccolo esercizio commerciale, dell’attività espletata in zona popolare, con la necessità di fronteggiare la concorrenza della grande distribuzione presente in loco con ben cinque esercizi.

La sentenza

I giudici tributari hanno condiviso le argomentazioni del contribuente ritenendo che egli abbia portato elementi di prova tali, se non da escludere in toto la valenza dell’accertamento impugnato, da ridurne fortemente la portata quanto alla percentuale di ricarico applicata sul costo del venduto, stimata dall’Ufficio nella media aritmetica tra quella minima (del 24 per cento) e quella massima (del 100 per cento).

La percentuale può essere applicata in misura prossima al minimo, dunque nella percentuale del 30, se il contribuente dimostra di dover competere, pur in una zona popolare già segnata da prezzi competitivi, con più esercizi della grande distribuzione presenti sul territorio, nel breve raggio delle distanze risultanti dall’allegata aerofotogrammetria di zona.

Difatti, osservano i giudici, il piccolo contribuente per garantire la sopravvivenza dell’esercizio, si trova spesso a praticare prezzi più contenuti che consentano la tendenziale conservazione della clientela, altrimenti attratta dalle offerte della grande distribuzione.


note

[1] CTP Napoli, sent. n. 3780/2015.

Autore immagine: 123rf com


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