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Fallimento anche se pende ancora la causa in Cassazione

12 Gennaio 2016
Fallimento anche se pende ancora la causa in Cassazione

Una società può essere dichiarata fallita anche se pende nei suoi confronti la decisione della Cassazione sull’esistenza del credito nei confronti della società che fa istanza di fallimento: l’accertamento del debito in sede giudiziale non deve essere necessariamente definitivo.

Si può essere dichiarati falliti anche se si è contestato il credito sulla base del quale è stato richiesto il fallimento: la pendenza di una causa per l’accertamento di tale importo non blocca infatti la procedura concorsuale. A dirlo è una recente ordinanza della Suprema Corte [1]. In particolare, la Cassazione, nel respingere il ricorso di una società, ha sentenziato che l’istanza di fallimento è consentita nonostante la decisione sull’esistenza del credito sia ancora pendente, in quanto impugnata in Cassazione.

 

 

La vicenda

Una SRL veniva dichiarata fallita dal Tribunale su istanza di una SPA, nonostante le somme da quest’ultima richieste fossero contestate con giudizio ancora in corso ed il giudice non si fosse ancora pronunciato in via definitiva (la causa era, infatti, dinanzi alla Cassazione).

La procedura per la dichiarazione di fallimento

La legge [2] stabilisce che il fallimento può essere dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero, e non più d’ufficio dal Tribunale. Competente a decidere sul ricorso per la dichiarazione di fallimento è il tribunale del luogo dove l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa.

Dopo la presentazione del ricorso, il tribunale fissa, con decreto, l’udienza cosiddetta “prefallimentare” per l’accertamento dei presupposti. Ricorso e decreto devono essere notificati, a cura della cancelleria, all’indirizzo di posta elettronica certificata del debitore risultante dal registro delle imprese ovvero dall’Indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata delle imprese e dei professionisti. Se tale notifica non dà esito positivo, spetta al creditore procedere alla notifica “tradizionale” (ossia con l’ufficiale giudiziario).

Il decreto con la fissazione dell’udienza per la dichiarazione di fallimento dà al debitore un termine non inferiore a sette giorni prima dell’udienza per la presentazione di memorie e il deposito di documenti e relazioni tecniche. In ogni caso, il Tribunale dispone che l’imprenditore depositi i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi, nonché una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata; può richiedere eventuali informazioni urgenti.

L’esistenza del credito

Secondo i giudici, per valutare la legittimazione a proporre l’istanza di fallimento è necessaria la probabile esistenza del credito vantato dall’istante, il che è sufficientemente garantito da una sentenza di primo grado, anche se su di essa vi sia appello o ricorso per cassazione.

Non viene, quindi, richiesto un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, essendo viceversa a tal fine sufficiente un accertamento incidentale da parte del giudice, all’esclusivo scopo di verificare la legittimazione dell’istante.

In tal senso l’accertamento incidentale fatto dal giudice nella presente controversia non si presta a censure non risultando lo stesso basato su un motivazione illogica.

D’altronde, con le censure prospettate la SRL ricorrente chiede alla Cassazione di effettuare in sostanza un accertamento del credito e, dunque, una valutazione di merito inammissibile in sede di legittimità.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.


note

[1] Cass. ord. n. 163/15 dell’8.01.2015.

[2] Art. 6, del R.d. 267/1942.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 3 dicembre 2015 – 8 gennaio 2016, n. 163
Presidente Dogliotti – Relatore Ragonesi

Fatto e diritto

La Corte rilevato che sul ricorso n. 1008812014 proposto dalla Neva Srl nei confronti di S.Z. World Wide Italia SpA + altri, il consigliere relatore ha depositato ex art 380 bis cpc la relazione che segue.
” Il relatore Cons. Ragonesi, letti gli atti depositati, ai sensi dell’art. 380-bis c.p. c. osserva quanto segue.
Con sentenza del 14.3.2014 , la società Neva veniva dichiarata fallita dal Tribunale di Ferrara, che rilevava la legittimazione attiva della società S.Z. World Wide Italia SpA a proporre istanza di fallimento. Contro tale sentenza proponeva reclamo Neva, insistendo sul difetto di legittimazione attiva di S.Z.
`perché le somme dalla stessa richieste sono contestate con giudizio ancora in corso e comunque non dovute per una evidente compensazione legale che ha operato ex tunc l’estinzione del suo credito “.
La Corte d’Appello di Bologna ha rigettato il gravame proposto, sostenendo che in tema di valutazione della legittimazione ad agire è necessario valutare la probabile esistenza del credito vantato dall’istante e rilevando che sul credito di Euro 162.708, 48 era intervenuta una sentenza di condanna della Neva, che era stata impugnata successivamente dalla stessa con ricorso per Cassazione. Avverso provvedimento di rigetto del reclamo la Neva ha proposto ricorso per cassazione con quattro motivi. La S.Z. si e difesa con controricorso.
Con il primo motivo la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 6 R.D. 267/1942 e l ‘omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione del provvedimento. Il motivo deve essere considerato inammissibile in quanto, in realtà non contiene alcuna censura sotto il profilo della violazione di legge di prospettando sostanzialmente un vizio di motivazione non più previsto dall’art. 360, n.5 c.p. c. applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame.
Con il secondo, il terzo ed il quarto motivo il ricorrente lamenta la violazione di legge in relazione agli istituti della transazione, compensazione, affitto d’azienda e successione nel contratto di affitto.
I motivi, che possono essere trattati congiuntamente data la loro stretta connessione, sono inconferenti perché in primo luogo l’art. 6 legge fall., laddove stabilisce che il fallimento é dichiarato, fra l’altro, su istanza di uno o più creditori, non presuppone un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, né l’esecutività del titolo, essendo viceversa a tal fine sufficiente un accertamento incidentale da parte del giudice, all’esclusivo scopo di verificare la legittimazione dell’istante.
In tal senso l’accertamento incidentale datto dal giudice nella presente controversia non si presta a censure non risultando lo stesso basato su un motivazione illogica.
D’altronde, con le censure prospettate il ricorrente chiede a questa Corte di effettuare in sostanza un accertamento del credito e, dunque, una valutazione di merito inammissibile in sede di legittimità.
Alla luce di quanto detto, il ricorso proposto appare integralmente inammissibile.
Ricorrono i requisiti di cui all’art 375 cpc per la trattazione in camera di consiglio.
P.q.m.
Rimette il processo al Presidente della sezione per la trattazione in Camera di Consiglio Roma 10.7..15
Il Consigliere ”
Considerato che non emergono elementi che possano portare a diverse conclusioni di quelle rassegnate nella relazione di cui sopra e che pertanto il ricorso va rigettato con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come da dispositivo

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio in favore della contro-ricorrente Segafredo liquidate in euro 6000,00 oltre euro 100,00 per esborsi ed oltre accessori di legge e spese forfettarie; sussistono le condizioni per l’applicazione del doppio del contributo ex art 13 comma 1 quater, del d.lgs 115/02.


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