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Incapienti: non percepiscono gli 80 euro, ma li restituiscono

29 Marzo 2016 | Autore:
Incapienti: non percepiscono gli 80 euro, ma li restituiscono

Oltre al danno la beffa, anche i più poveri devono restituire gli 80 euro, che non avrebbero dovuto percepire. Un calcolo sperimentale su un reddito basso.

Gli incapienti potrebbero trovarsi a dover restituire un bonus che non hanno mai percepito.

Abbiamo detto qualche giorno fa dei contribuenti che avendo superato la soglia dei 26mila euro si sono trovati a dover restituire l’agognato Bonus Renzi di 80 euro e a doverlo restituire in un’unica soluzione, nonostante invece lo Stato li abbia dati mese dopo mese.

In questi giorni si sta verificando anche il caso limite opposto, che se volete è ancora più grave.

Il bonus mai dato agli incapienti

Si è discusso tanto al momento dell’attivazione del bonus Renzi, della possibilità di rendere strutturale lo sgravio anche per gli “incapienti” ovvero coloro i quali con la loro retribuzione non raggiungono la soglia di 8mila euro oltre la quale le imposte cominciano ad essere dovute.

Il sistema fiscale difatti prevede un livello di reddito minimo per il pagamento delle tasse, per i dipendenti al di sotto degli 8mila euro di retribuzione lorda annua si rientra in una soglia detta “soglia di esenzione”.

Il Bonus agli incapienti non è mai stato di fatto conferito, ufficialmente perché non si è mai trovata la copertura finanziaria adeguata.

Sulle ragioni per le quali ciò non sia stato fatto si possono fare molte congetture, tuttavia è evidente che non si è trattato soltanto di una scelta di natura economica. La fascia interessata che va dagli 8mila ai 24mila euro rappresenta difatti la platea più ampia di cittadini, una platea alla quale il Governo era particolarmente interessato.

Nessun giudizio di valore, naturalmente, è evidente che la politica è fatta anche di scelte che guardano ai numeri oltre che alle effettive necessità. E’ tristemente così. Tuttavia uno sguardo al sociale avrebbe forse portato a scelte differenti. Soprattutto in un momento di crisi, durante il quale è prevedibile che si verifichino, ad esempio, delle riduzioni di orario in grado di traghettare un soggetto dalla fascia di reddito basso a quella degli incapienti.

Sì perché ciò che oggi appare davvero una beffa, come dicevamo, è che quella fascia di soggetti non incapienti” ma certamente non benestanti, che guadagna dagli 8 ai 24mila euro lordi, spesso non arriva a percepire il reddito previsto ad inizio di anno.

Tale cambiamento può avvenire per le ragioni più disparate, legali e non.

Tra le legali, ad esempio, va annoverato l’accordo tra datore e dipendente relativo alla riduzione dell’orario di lavoro.

Chi oggi si dovesse trovare in quella condizione potrebbe dover ripagare anche 960 euro in un’unica soluzione per rimborsare il bonus indebitamente percepito. Facciamo un esempio pratico.

Un esempio pratico di restituzione del bonus da parte degli incapienti.

Ecco un esempio pratico.

Gianni è un Operatore Ausiliario, dipendente di una Cooperativa di “tipo A”. Egli prevede in base al suo contratto di prendere ogni mese uno stipendio di circa 800 euro lordi, corrispondenti a circa 10.400 euro se considera anche la tredicesima mensilità.

In base a tale previsione il suo stipendio viene aumentato dei famosi 80 euro del bonus Renzi derivanti dalla riduzione del cuneo fiscale. Gianni infatti avrebbe una retribuzione che è superiore alla soglia di incapienza di 8mila euro ma inferiore a 24mila euro.

Per percepire questo stipendio, Gianni rende un servizio alla cooperativa da cui dipende, attraverso una prestazione di 104 ore mensili a favore di 6 soggetti anziani o diversoabili che necessitano assistenza.

Nel corso dell’anno, diciamo a partire da luglio, tuttavia, la commessa viene ridotta perché i destinatari del servizio diminuiscono, dunque, onde evitare un licenziamento e per venire incontro alle esigenze di Gianni, la Cooperativa gli propone di ridurre le ore di lavoro.

Gianni pur di conservare quel posto di lavoro, accetta. Le sue ore vengono portate da 104 a 52: un accordo a denti stretti, ma comunque un accordo. Lo stipendio di Gianni, di conseguenza, si dimezza.

A questo punto Gianni da uno stipendio previsto di 10.400 euro lordi annui, arriverà a percepire:

  • 4.800 euro per il primo semestre,
  • 2.400 euro per il secondo semestre,
  • ulteriori 600 euro di tredicesima,

per un totale di 7.800 euro (si perdoni l’approssimazione dei costi orari, utile per la facilità di lettura del calcolo).

Ma ecco la beffa. Il nostro amico ha beneficiato intanto per il primo semestre di un bonus di 80 euro mensili, che a questo punto non sono dovute perchè con 7.800 euro egli rientra nella soglia di esenzione, dunque è incapiente. E agli incapienti il bonus non è dovuto.

Insomma, benchè Gianni sia notevolmente più povero e abbia subìto una riduzione dell’orario di lavoro, dovrà vedersi costretto a restituire, in un’unica soluzione, s’intende (!), l’importo di 480 euro, che gli verrà prevedibilmente decurtato nell’ultima busta paga (annullandola) e dalla tredicesima.

Si badi, infine, che in questo caso presupponiamo che vada tutto per il meglio e che al cambiare del numero di ore di lavoro previste, il consulente aziendale elabori una busta paga su un reddito presunto più basso e che non preveda dunque l’assegnazione del bonus nei mesi a “stipendio dimezzato”. Ma, ovviamente, anche per i consulenti l’errore è dietro l’angolo. Se il bonus venisse erroneamente concesso anche per quei mesi allora la restituzione ammonterebbe a ben 960 euro.

Bonus Incapienti: una distorsione a cui porre rimedio

Si tratta di una distorsione alla quale è fondamentale porre rimedio. La condizione di riduzione dell’orario di lavoro, che prevede un accordo tra datore e lavoratore, difatti, soprattutto in periodi di crisi, spesso non è una scelta ma una necessità. E questa è una condizione ben nota, della quale non si può far finta di non essere a conoscenza.



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