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Soci amministratori: tassati anche i compensi a cui si rinuncia

19 Agosto 2016


Soci amministratori: tassati anche i compensi a cui si rinuncia

> Business Pubblicato il 19 Agosto 2016



Anche quando un socio rinuncia al credito, quel credito deve essere tassato: confermato il cosiddetto “incasso giuridico”. Ecco come funziona. 

Si chiama correntemente incasso giuridico e consiste nella presunzione che le somme che dovrebbero essere incassate dai soci, ma alle quali si rinuncia espressamente, dovrebbero essere comunque soggette alla ritenuta fiscale da parte della società. Di conseguenza anche il percettore che ha rinunciato dovrebbe essere tassato, pur non avendo mai soddisfatto il proprio credito.

La tesi, sottolineata dall’Agenzia delle Entrate in passato [1], ha trovato da ultimo conferma in una sentenza della Cassazione. Vediamo in cosa consiste questo istituto.

Incasso giuridico: perchè vengono tassati crediti non soddisfatti?

L’incasso giuridico è stato teorizzato per la prima volta a metà degli anni ’90 dal Fisco, che ha sottolineato con una circolare [1] come i crediti correlati a redditi la cui imposizione avviene “per cassa” (ovvero al momento della percezione dei compensi) devono essere tassati anche se sono oggetto di rinuncia. Il caso per il quale l’istituto è stato a suo tempo teorizzato era quello di un Amministratore che intendesse rinunciare al proprio compenso.
Secondo la teoria delle Entrate, il credito costituisce di fatto una patrimonializzazione della società, con un incremento del costo fiscale del patrimonio detenuto dal socio. Da ciò deriva la necessità di tassare quella rinuncia al credito. La società dovrà dunque effettuare le relative ritenute [2].

Per dirla in parole semplici, insomma, se un socio rinuncia ad un credito, questo credito costituisce un valore aggiunto per la società – è come se quel credito non riscosso venisse di fatto versato nel capitale sociale. Si tratta di una scelta espressa di un socio e ciò la rende tassabile. Non sono infatti tassabili i proventi derivanti da debiti rimessi da soggetti esterni, ma solo quelli relativi ai crediti vantati dai soci.

Una successiva risoluzione dell’Agenzia avrebbe 8 anni più tardi confermato l’orientamento [3], e varie sentenze della Corte di Cassazione hanno nel tempo confermato la correttezza degli accertamenti effettuati su crediti per i quali a seguito di rinuncia non è stata effettuata ritenuta [4].

La rinuncia al compenso dell’amministratore peggiora le cose per le aziende in crisi

Naturalmente la previsione dell’incasso giuridico, ormai come visto comunemente accettata dalla giurisprudenza, potrebbe portare degli effetti distorsivi anche in capo alle società che – paradossalmente – si dovessero trovare in crisi.

Qualora si richiedesse all’amministratore di rinunciare al proprio compenso e questi accettasse, con una delibera di rinuncia al compenso si potrebbe andare incontro ad un accertamento qualora le ritenute relative non venissero comunque versate.

Il nostro consiglio è dunque di fare attenzione alla determinazione di compensi in capo agli amministratori, la scelta di non assegnare alcun compenso all’AD sin dal principio o di revocarlo comunque prima della relativa maturazione, potrebbe risultare nei fatti economicamente più vantaggiosa, sia per i soci che per la società in sé.

note

[1] Agenzia delle Entrate, circ. n. 73/94.

[2] TUIR, art. 94 c.6 e 101 c.7.

[3] Agenzia delle Entrate, ris. n. 152/2002.

[4] Tra le altre, Cass. sent. n. 26842/2014.


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