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Bonifici sul conto dei genitori: il fisco può fare controlli?

2 Ago 2018


Bonifici sul conto dei genitori: il fisco può fare controlli?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Ago 2018



Accertamento fiscale valido quando le somme transitate sul conto corrente dei parenti possono essere riferite alla propria attività commerciale o professionale.

Svolgi un’attività di lavoro autonomo. Di tanto in tanto ti capita di ricevere dei pagamenti per i quali non emetti fattura. Lo fai per “spirito di sopravvivenza” – così almeno giustifichi a te stesso l’evasione – visto che, altrimenti, la pressione fiscale andrebbe a erodere quei pochi utili che riesci a realizzare . Il “nero” insomma ti serve per andare avanti e non chiudere l’attività. Tuttavia, quando i pagamenti arrivano con bonifico sul conto corrente, sai bene quali rischi corri: l’Agenzia delle Entrate potrebbe facilmente risalire all’accredito del denaro tramite la tracciabilità bancaria e, di qui, notificarti un accertamento. Così hai pensato di aggirare l’ostacolo facendo accreditare la somma sul conto dei tuoi genitori, oggi quello di tuo padre, domani quello di tua madre. Sono infatti “piccoli” pensionati che, di norma, non rientrano nelle attenzioni del fisco, impegnato a controllare contribuenti ben più a rischio. Per poter poi gestire il denaro che transita sui loro conti ti farai rilasciare una delega con la scusa di dover gestire la loro pensione: in questo modo potrai eseguire prelievi, bonifici, pagamenti, versamenti. Ti chiedi però quali potrebbero essere i rischi di un’operazione del genere: se mai l’Agenzia delle Entrate dovesse accorgersi del passaggio del denaro, come potrebbe risalire a te e dire che il denaro è, in realtà, un reddito derivante dalla tua attività? Insomma, in caso di bonifici sul conto dei genitori, il fisco può fare controlli?

La questione della riferibilità a un contribuente delle operazioni effettuate sul conto corrente altrui – di solito familiari – è stata oggetto di numerose pronunce della Cassazione. I giudici hanno stilato una sorta di vademecum per stabilire quando si può presumere che il denaro che transita su un rapporto bancario può essere imputato all’attività commerciale o professionale di un figlio, del coniuge, di un nipote, di un altro convivente. Proprio di recente la Suprema Corte è ritornata sull’argomento: ecco cosa ha stabilito con una pronuncia dello scorso 1° agosto [1].

Anche se è vero che, in linea generale, ciascuno risponde solo del denaro che transita sul proprio conto corrente, ciò non esclude che l’Agenzia delle Entrate possa riferire al contribuente le operazioni effettuate anche su conti correnti intestati a terzi. Ma affinché ciò sia possibile è necessario che il fisco fornisca degli indizi di colpevolezza, indizi che possono essere di qualsiasi tipo. Anche la delega a operare sul conto e il fatto che l’intestatario di quest’ultimo sia titolare di una semplice pensione può consentire di allargare le indagini ad altri familiari, effettivi utilizzatori del rapporto bancario. Insomma, l’Agenzia delle Entrate può agire per “presunzioni”.

La presunzione è un procedimento logico che, da un fatto noto, consente di risalire a uno ignoto. È quello che comunemente chiamiamo indizio. Non ha il valore e l’autorevolezza di una vera e propria prova, la quale ha ad oggetto il fatto stesso (pensa al contratto di compravendita che dimostra la proprietà), ma è indice di una determinata circostanza a cui si risale tramite un fatto parallelo (pensa alle frenate lasciate sull’asfalto  da un’auto da cui si può intuire la velocità con cui questa procedeva prima dell’incidente).

Un solo indizio non fa una prova, dice una massima di comune esperienza, e ciò vale anche per il diritto: affinché le presunzioni possano diventare prove è necessario che siano: almeno due, gravi e tra loro concordanti.

Torniamo al bonifico sul conto corrente dei genitori, dei nonni o del coniuge: come fa l’Agenzia delle Entrate a ritenere che il destinatario dei soldi non sia lo stesso titolare del conto ma un altro soggetto (il figlio, il nipote, il marito, ecc.) e spiccare l’accertamento fiscale nei confronti di quest’ultimo? Non ci sarà certo una prova a dimostrarlo (a meno che chi esegue il pagamento non sia talmente ingenuo da indicare, nella causale del bonifico, il nome dell’intestatario dell’operazione) ma potrebbero sussistere delle presunzioni. È ad esempio – dice la Cassazione – il caso in cui l’effettivo beneficiario del bonifico ha la delega ad operare sul conto ove è transitato il denaro. Ma tale indizio da solo potrebbe non bastare. E difatti, prosegue la Corte, è anche necessario fornire ulteriori elementi come ad esempio la circostanza che i familiari intestatari dei conti siano sforniti di propri redditi o siano titolari di una pensione fissa.

Nel caso di specie, è stato ritenuto valido un accertamento nei confronti di un contribuente, titolare di un’attività imprenditoriale, il quale aveva fatto transitare sul conto corrente dei propri nonni, alcuni pagamenti. Da un lato l’imprenditore aveva la delega a operare sul conto dei due anziani e questi ultimi, nello stesso tempo, non avevano mai presentato la dichiarazione dei redditi, né svolgevano alcuna attività, professionale o d’impresa, produttiva di reddito. Elementi, questi, ritenuti sufficienti a far presumere che le somme fossero indirizzate al nipote. Contro questa presunzione la “vittima” dell’accertamento può sempre difendersi, ma dovrà fornire la prova  della propria estraneità alle operazioni, dimostrazione di certo difficile da garantire. Ancora una volta l’onere della prova si sposta a carico del contribuente.


Vale la presunzione se manca una prova di attività svolte dagli intestatari dei conti e c’è la dimostrazione di un contestuale rapporto con la società.

note

[1] Cass. ord. n. 20408/18 dell’1.08.2018.


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