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Foto ritoccate e fotomontaggi sono diffamazione?

2 Ago 2018


Foto ritoccate e fotomontaggi sono diffamazione?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Ago 2018



Pubblicare la foto di un’altra persona con delle modifiche che possono renderla ridicola o fare un fotomontaggio con il volto di una persona sul corpo di altre è reato.

Dei tuoi colleghi di lavoro ti hanno fatto un brutto scherzo. Hanno scaricato l’immagine del tuo viso dal tuo profilo Facebook e l’hanno unita al corpo di una pornostar. Il lavoro di fotoediting è di tale grossolanità da potersi chiaramente evincere che si tratta di un fotomontaggio, fatto peraltro da una mano principiante e poco esperta. Niente photoshop insomma: un banale copia e incolla. Ciò nonostante, il fatto che la foto sia stata inoltrata su una chat e diffusa tramite internet costituisce, a tuo avviso, una lesione dell’immagine e reputazione su cui non intendi soprassedere. Non vuoi certo essere associata a concetti osceni e spinti. Pensi allora di denunciare l’accaduto ai carabinieri. Per i colpevoli, invece, si tratta di un semplice scherzo, frutto di goliardia: una presa in giro da considerare piuttosto come espressione del diritto di satira. Peraltro il fatto di poter comprendere, con facilità, che si tratta di un fotomontaggio fa sì che non vi siano i presupposti del danno che il codice penale richiede per far scattare la lesione dell’onore. Chi ha ragione? Foto ritoccate e fotomontaggi sono diffamazione? La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione [1].

Secondo la Corte ciò che conta non è tanto la tecnica del fotomontaggio quanto il messaggio che con esso viene diffuso. Non c’è dubbio che prendere in giro una persona non implica infatti voler necessariamente accordare a un determinato fatto un valore reale, ma basta l’elemento della derisione per poter compromettere l’immagine della vittima. Lo scherno – vero o non vero che sia – può essere considerato quindi diffamazione.

I giudici supremi si sono trovati ad affrontare una vicenda molto simile a quella in cui sei caduta tu: un’insegnante veniva a sapere della pubblicazione, su un sito internet liberamente accessibile a tutti, di immagini che vedevano il proprio viso sovrapposto a corpi di attori hard. Non vi è quindi alcun dubbio del contenuto lesivo delle immagini in questione, composte dal volto delle parti lese apposto su immagini che ritraggono donne nude mentre compiono atti sessuali, con l’aggiunta di didascalie che alludono a talune delle persone lese, sia reato. Tutto ciò è idoneo ad integrare la condotta tipica della diffamazione, in quanto le immagini sono inserite in un concetto di oscenità e volgarità.

Si tenga conto che mentre l’ingiuria è stata depenalizzata, la diffamazione continua ad essere un reato. Peraltro  non c’è bisogno di ricordarti come la diffamazione a mezzo internet subisce una pena più elevata: l’aggravante scatta per l’uso di un mezzo di pubblicità quale appunto il web, che ha maggiore portata diffusiva rispetto a qualsiasi altro strumento ed è quindi suscettibile di amplificare il danno per la vittima. In più il reato si compie non solo se l’immagine viene pubblicata sul web ma inoltrata a più persone tramite una chat, come può ad esempio essere WhatsApp.

Secondo la Cassazione, dunque, il fotoritocco o il fotomontaggio possono integrare il reato diffamazione quando c’è una comunicazione di immagini dal significato intrinsecamente offensivo della reputazione del soggetto passivo.

Proprio in materia di fotoediting, la giurisprudenza ha anche detto che scatta il reato di pedopornografia quando si associano volti di bambini a corpi non esistenti, realizzati tramite la computergrafica. Tanto a conferma del fatto che l’alterazione del computer delle immagini non impedisce l’esistenza reato: ciò che conta, infatti, è il messaggio nel suo insieme che viene prima costruito e poi diffuso dal colpevole.

Fra l’altro la Cassazione aveva già fornito questa interpretazione in un’epoca in cui Internet non esisteva. In un lontano precedente del 1980 i giudici hanno espresso le seguenti parole [2]: «La comunicazione sociale e la comunicazione giornalistica non consistono soltanto in un testo parlato o scritto. Invero l’attività giornalistica ha forme diverse che vanno dallo scrivere un articolo, all’illustrarlo con immagini, fotografie e fotomontaggi, dalla impaginazione grafica (titolo, risalto tipografico, etc.) alle ricerche storiche o d’archivio, ecc. (fattispecie in cui è stata ritenuta offensiva la pubblicazione di un fotomontaggio)».

note

[1] Cass. sent. n. 36076/2018 del 27.07.2018.

[2] Cass. sent. del 5.02.1980.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 29 marzo – 27 luglio 2018, n. 36076

Presidente Vessichelli – Relatore Calaselice

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Lecce, con la sentenze impugnata, ha parzialmente riformato la sentenza del Tribunale di Brindisi del 29 maggio 2013 con la quale A.F. è stato condannato, per il reato di cui all’art. 595 cod. pen., alla pena di mesi sei di reclusione, concedendo all’imputato il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale e confermando le restanti statuizioni.

2. Avverso la sentenza descritta propone ricorso per cassazione l’imputato, tramite il difensore di fiducia, deducendo quattro motivi, di seguito riassunti.

2.1. Il primo motivo denuncia violazione di legge e vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen., con riferimento all’art. 595 cod. pen..

I giudici di merito, a parere del ricorrente, hanno valutato esclusivamente gli elementi di attribuzione della responsabilità trascurando in motivazione, seppure sollecitati, di verificare la corretta qualificazione del reato. Per il ricorrente, invece, il fatto andava qualificato diversamente in quanto:

– le fotografie risultano modificate grossolanamente;

– solo in alcune si legge l’indicazione di un titolo (“professoressa di (…)”) o il nome, le stesse denuncianti non indicano quale sia la foto che le ritrae nel fotomontaggio, né vi è stato riconoscimento;

– il sito sul quale sono avvenute le pubblicazioni non ha generato commenti da parte dei visitatori.

Tali elementi, secondo il ricorrente andavano valutati, ai fini della qualificazione del fatto, in quanto nulla si è attribuito alle parti lese e la scarsa perizia nell’operare il fotomontaggio non ha, di fatto, ingenerato la convinzione che si trattasse effettivamente delle persone offese, riprese in atteggiamenti pornografici. Dunque si tratterebbe, secondo il ricorrente, esclusivamente di una violazione della privacy, non idonea a configurare il delitto contestato.

2.2. Il secondo motivo denuncia vizi di cui all’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen., in relazione agli artt. 192 e 530, comma 2, codice di rito. A parere del ricorrente la Corte di appello, avendo dichiarato inutilizzabili le dichiarazioni dell’imputato rese in assenza del difensore, quando rivestiva già lo status di indagato, avrebbe dovuto assolvere l’A. . Al contrario la Corte territoriale, fa discendere la responsabilità dalle dichiarazioni testimoniali del R. che confermano il fatto che le immagini incriminate siano state inserite nel sito dalla postazione in uso all’imputato, non accessibile ad altri. Per il ricorrente le dichiarazioni di R. sarebbero smentite dallo stesso imputato, il quale ha dichiarato che il suo personal computer era da un anno privo di password. Per il ricorrente, in assenza di riscontro sull’effettiva accessibilità ad altri del personal computer di A. , la sentenza è carente sotto il profilo della motivazione.

2.3. Con il terzo motivo si denuncia violazione di legge con riferimento all’articolo 46 CEDU, 649 e 530 cod. proc. pen., in quanto viene violato il divieto di bis in idem. Per il ricorrente l’imputato ha subito una sospensione di sei mesi dal lavoro, dallo stipendio ed una sospensione, dello stesso periodo, a fini pensionistici. Data la rigidità di tale sanzione amministrativa quest’ultima integra di per sé una condanna che, in quanto correlata ai fatti di cui al processo, non consentirebbe altra condanna, per il medesimo comportamento, in sede penale.

2.4. Si deduce, con il quarto motivo, vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento all’articolo 62-bis cod. pen. A parere del ricorrente la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, operata dal primo giudice, sulla base di un giudizio di particolare gravità del fatto, confermata dalla Corte territoriale, non è stata debitamente motivata, avendo la Corte di appello confermato soltanto il giudizio di gravità espresso dal primo giudice, omettendo ogni apprezzamento su sussistenza e rilevanza dei fattori attenuanti, specificamente indicati nei motivi di appello, in particolare del risarcimento dei danni operato nei confronti delle parti lese.

Considerato in diritto

1. Il ricorso, manifestamente infondato, deve essere dichiarato inammissibile.

2. Il primo motivo, seppure formalmente denuncia violazione di legge con riferimento alla qualificazione della condotta e vizio di motivazione, in sostanza richiede una diversa rilettura di elementi di fatto, già vagliati dai giudici di merito, inibita in sede di legittimità a fronte, peraltro, di pronunce di merito con le quali, invece, esaustivamente e senza incorrere in illogicità manifesta, è stata correttamente qualificata la condotta lesiva dell’imputato.

Risulta ampiamente spiegato, nella motivazione della Corte territoriale, che le fotografie dei volti delle insegnanti, parte del fotomontaggio contestato, erano senz’altro relative alle parti lese. Emerge, inoltre, dalle pronunce di merito che, al di là della presenza o meno sul sito, ove le immagini erano state pubblicate, di commenti da parte di terzi, le descritte immagini erano visibili da chiunque. Tanto che era stato possibile recuperarle ed allegarle al fascicolo del pubblico ministero, navigando sul sito indicato in denuncia, senza che l’imputato fornisse alcuna password.

Indubbio, infine, è il contenuto lesivo delle immagini in questione, composte dal volto delle parti lese, apposto su immagini che ritraggono donne nude mentre compiono atti sessuali, con l’aggiunta di didascalie che appellano “professoressa di XXXXXXXX” talune delle persone effigiate. Si tratta senz’altro di immagini, riprodotte nel fotomontaggio confezionato dall’A. , in un contesto tale da implicare una valutazione peculiare, anche negativa, sulle persone effigiate, comunque idonee ad integrare la condotta tipica della diffamazione. Questa, infatti, come è noto consiste nell’offesa della reputazione che ricorre anche in casi, come quello di specie, in cui, attraverso la comunicazione di immagini, tenuto conto del mezzo attraverso cui queste vengono veicolate, del concetto che hanno trasmesso, presentino un significato intrinsecamente offensivo della reputazione del soggetto passivo, in quanto indebitamente inserite in un concetto di oscenità e volgarità e, dunque, di significato deteriore (Sez. 5, n. 42130 del 15/07/2011, Fantauzzi, Rv. 251706 in cui si è escluso che la pubblicazione di foto di un’attrice ritratta nuda, in contesto non osceno e immune da connotazione negativa, possa assumere significato deteriore ed integrare il delitto ex art. 595 cod. pen.; Sez. 2, n. 36721 del 21/02/2008, Buraschi, Rv. 242085 che ha ritenuto configurabile il reato di diffamazione consistente nell’immissione nella rete Internet di immagini denigratorie).

3. Il secondo motivo è inammissibile in quanto manifestamente infondato. Risulta ampia ed articolata motivazione del giudice di appello, relativa alla mancanza di elementi di prova, forniti dallo stesso A. , dai quali trarre la convinzione che il personal computer fornitogli in dotazione dall’Istituto scolastico, presso il quale lavorava, fosse privo di password ed accessibile da parte di chiunque. Inoltre si osserva che la deposizione del teste R. viene reputata convergente con altro elemento di prova, rappresentato dalle dichiarazioni della Dirigente scolastica dell’Istituto scolastico I.T.I.S. XXXXXX, con le quale il ricorso non si confronta, risultando sotto tale profilo, non specifico.

4. Quanto alla dedotta violazione di legge con riferimento all’articolo 46 CEDU, 649 e 530 cod. proc. pen., per violazione del divieto di bis in idem, si osserva che nella specie non vi è prova che la sanzione in sede amministrativa, adottata nei confronti dell’A. , sia stata irrogata per il medesimo fatto contestato, né che la stessa sia divenuta definitiva.

Sul punto è stato, di recente, affermato da questa Corte, con un ragionamento che va condiviso (Sez. 3, n. 48591 del 26/04/2016, Pellicani, Rv. 268493) che è preclusa la deducibilità della violazione del divieto di ne bis in idem in conseguenza dell’irrogazione, per un fatto corrispondente sotto il profilo storico-naturalistico a quello oggetto di sanzione penale, di una sanzione formalmente amministrativa, della quale venga riconosciuta la natura sostanzialmente penale secondo l’interpretazione di cui alle decisioni della CEDU nelle cause Grande Stevens contro Italia” del 4 marzo 2014 e Nykanen contro Finlandia del 20 maggio 2014, quando manchi qualsiasi prova della definitività dell’irrogazione della sanzione amministrativa. Si è anche sostenuto che non integra violazione del divieto di bis in idem l’irrogazione, per un fatto corrispondente a quello oggetto di sanzione penale, di una sanzione disciplinare che, per qualificazione giuridica, natura e grado di severità non può essere equiparata a quella penale, secondo l’interpretazione di cui alla citata sentenza emessa dalla CEDU nella causa Grande Stevens contro Italia (Sez. 6, n. 31873 del 09/05/2017, Basco, Rv. 270852).

5. Il quarto motivo è manifestamente infondato tenuto conto che nella motivazione di appello si è stata debitamente giustificata la ragione per la quale le circostanze attenuanti generiche non vengono riconosciute ed è stata anche valutata la disponibilità dell’imputato a risarcire le parti lese, oltre alla circostanza dell’avventa eliminazione delle immagini lesive dal sito ove erano state pubblicate.

Il motivo dedotto, quindi, risulta manifestamente infondato, avendo la Corte territoriale, con apprezzamento di fatto immune da illogicità e, dunque, incensurabile in sede di legittimità, motivato il diniego delle circostanze attenuanti generiche, in ragione anche dell’assenza di elementi favorevoli oltre alla mera incensuratezza (Sez. 2, n. 3896 del 20/01/2016, De Cotiis, Rv. 265826: nel senso che in tema di diniego delle circostanze attenuanti generiche la ratio della disposizione non impone al giudice di merito di esprimere una valutazione in ordine a ciascuno dei elementi indicati dalla difesa, essendo sufficiente indicare gli indici di preponderante rilevanza, ritenuti ostativi, tanto da poter fondare il diniego anche soltanto in base ai precedenti penali, perché in tal modo viene formulato, comunque, un giudizio di disvalore della personalità).

6. Il ricorrente, per quanto sin qui esposto, va condannato al pagamento delle spese del procedimento nonché, non ricorrendo ipotesi di esonero, al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di Euro duemila, così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 a favore della Cassa delle ammende.


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