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Nuova convivenza: come cambia l’assegno di mantenimento?

2 Ago 2018


Nuova convivenza: come cambia l’assegno di mantenimento?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Ago 2018



Si può ridurre il mantenimento se chi lo paga ha un altro figlio o se l’ex che lo riceve inizia una nuova convivenza?  

Per quanto tempo dura l’assegno di mantenimento? A chiederselo sono molte coppie divorziate. Da un lato c’è chi teme di perdere il sostegno economico; dall’altro chi ovviamente vorrebbe che fosse cancellato o quantomeno ridotto. Uno dei motivi più ricorrenti per cui il giudice rivede la precedente decisione sull’assegno divorzile è l’avvio di una nuova famiglia, anche se di fatto, sia da parte di chi lo paga che di chi lo incassa. In altre parole: si può ridurre o addirittura cancellare l’ammontare del mantenimento tanto nell’ipotesi in cui l’ex marito abbia deciso di farsi una nuova famiglia e magari abbia avuto un nuovo figlio, tanto nel caso in cui l’ex moglie abbia iniziato una convivenza stabile con un’altra persona. La giurisprudenza è piena di sentenze di questo tipo. Un recente decreto emesso dal tribunale di Ancona ci offre l’occasione per tornare sul punto e comprendere, in caso di nuova convivenza, come cambia l’assegno di mantenimento.

Assegno di mantenimento: se l’ex moglie va a convivere con un altro

Immaginiamo un’ipotesi tipo in cui una donna divorziata percepisce il mantenimento dall’ex marito. In tal caso, se la beneficiaria dell’assegno dovesse decidere di instaurare una nuova famiglia, anche se di fatto (ossia basata solo su una stabile convivenza), verrebbe meno in suo favore ogni diritto a percepire l’assegno divorzile. Questo diritto non si sospende, ma cessa definitivamente. Con la conseguenza che se la convivenza con il nuovo compagno dovesse interrompersi per qualsiasi ragione, anche se dopo poco tempo, l’ex moglie non potrebbe più rivendicare l’assegno divorzile e il precedente marito potrà dirsi definitivamente libero da ogni obbligo.

Così non è per i figli il cui mantenimento, invece, cessa solo con il raggiungimento, da parte loro, dell’indipendenza economica completa.

Perché cessi il mantenimento a favore della donna è necessario che vi siano le prove di una stabile convivenza con un nuovo partner. La circostanza che quest’ultimo, poi, abbia un’abitazione propria, di cui può disporre, non è sufficiente ad escludere la natura stabile della convivenza con la signora e l’esistenza di un comune progetto di vita.

Di recente la Cassazione ha detto che, nel caso in cui l’ex coniuge, percettore del mantenimento, dovesse risposarsi senza dire nulla all’ex e anzi continuando a percepire da questi il mantenimento, sarebbe poi costretto a restituire gli importi ricevuti dal giorno delle seconde nozze con tutti gli interessi nel frattempo maturati.

Come dimostrare che l’ex moglie convive con un’altra persona?

Sicuramente conta il dato anagrafico, ossia la residenza dichiarata in Comune, ma anche l’intestazione di bollette e fatture per la ristrutturazione della casa. La partecipazione alle spese comuni è un’altra valida dimostrazione del rapporto stabile di convivenza e di un progetto di vita comune.

Si fa spesso ricorso all’investigatore privato la cui relazione è considerata come un semplice indizio, che può però essere confermato da altre circostanze che attestano la non occasionalità della frequentazione e la sua risalenza nel tempo. Se la relazione non dovesse essere contestata dalla controparte sarebbe come prova documentale.

La nuova relazione da parte di chi percepisce il mantenimento

Ad avviso della prevalente giurisprudenza di legittimità l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, cancellando ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge. Pertanto, il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso.

Infatti, la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata dall’articolo 2 della Costituzione come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.

Mantenimento dei figli

Come abbiamo anticipato, la creazione di una nuova famiglia da parte del genitore con cui i figli convivono non implica la cessazione, da parte dell’altro genitore, dell’obbligo di versare loro il mantenimento. Quest’obbligo non  cessa automaticamente neanche con il raggiungimento della maggiore età ma perdura finché non si dimostri che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica, oppure è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta. L’aumento delle esigenze economiche di un figlio risulta legato, anche senza bisogno di specifica dimostrazione, alla sua crescita e allo sviluppo della sua personalità.

Assegno di mantenimento: se l’ex marito forma una nuova famiglia

Il diritto a formarsi una famiglia è garantito dalla Costituzione e non può essere pregiudicato dall’obbligo di mantenimento della precedente moglie. Questo significa che se il marito si rifà una vita può chiedere quantomeno una riduzione del mantenimento o, nel caso di nascita di un altro figlio, anche la cancellazione.

In materia di separazione personale dei coniugi – ha scritto il tribunale di Napoli [2] – la formazione di una nuova famiglia e la nascita di figli dal nuovo partner, pur non determinando automaticamente una riduzione degli oneri di mantenimento dei figli nati dalla precedente unione, deve essere valutata dal giudice come circostanza sopravvenuta che può portare alla modifica delle condizioni originariamente stabilite, in quanto comporta il sorgere di nuovi obblighi di carattere economico. In tal caso, il giudice deve verificare se si determini un effettivo depauperamento per l’obbligato, a meno che la complessiva situazione patrimoniale dell’obbligato sia di consistenza tale da rendere irrilevanti i nuovi oneri. Nel caso di specie, i giudici hanno negato rilievo alla costituzione di un nuovo nucleo familiare da parte dell’obbligato poiché i suoi mezzi patrimoniali erano da considerarsi di notevole entità.


note

[1] Trib. Ancona decreto n. 6360/18.

[2] Trib. Napoli, sent. n. 8452/2’17.

Tribunale di Ancona, sez. I Civile, decreto 2 – 21 maggio 2018, n. 6360

Presidente Mazzagreco – Relatore Fratini

Fatto e diritto

I) Con ricorso ritualmente notificato alla resistente e al PM, il ricorrente, coniuge divorziato di omissis…) in forza della sentenza emessa dal Tribunale di Ancona in data 15.6.2005, domandava la modifica delle condizioni di divorzio, chiedendo che fosse revocato l’assegno previsto a favore della moglie, adducendo quale sopravvenienza che la resistente ha intrapreso una stabile convivenza. Nel corso del giudizio il ricorrente offriva alla ricorrente una occupazione lavorativa e il pagamento di una polizza assicurativa. Assumeva, invocando recente giurisprudenza della Suprema Corte, che ricorrono i presupposti per la revoca, ovvero per una significativa riduzione dell’assegno.

La resistente si costituiva in giudizio contestando la domanda attorea e la stabile convivenza e domandava in via riconvenzionale l’aumento dell’assegno di mantenimento per sé e per i figli, rappresentando condizioni di salute ostative allo svolgimento di una attività di lavoro e reputando non congrua l’offerta lavorativa presentata dal ricorrente in corso di causa, negando la stabile convivenza.

Concessi alle parti i termini per integrare le rispettive difese anche con produzioni documentali il giudice istruttore riservava la decisione al Collegio e la riserva è sciolta con il presente provvedimento.

II) Il Collegio ritiene che la causa possa essere decisa sulla base della documentazione in atti senza il compimento di ulteriore attività istruttoria.

Secondo la prevalente giurisprudenza di legittimità “L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso. Infatti, la formazione di una famiglia di fatto – costituzionalmente tutelata ai sensi dell’art. 2 Così, come formazione sociale stabile e duratura in cui si svolge la personalità dell’individuo – è espressione di una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua, solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo” (Cass., n. 6855/2015; successiva conforme Cass., n. 2466/2016; precedente conforme Cass., n. 17195/2011).

La sentenza si inserisce nel solco tracciato dalla Corte Europea di Strasburgo la quale ha evidenziato che costituiscono famiglia anche le relazioni che si dipanano nell’ambito delle unioni non coniugali (Corte EDU, Shalk ando Kopfc. Austria 24 giugno 2010; Corte EDU, G.C. Vallianatos e. Grecia 7 novembre 2013) e dalla Corte Costituzionale che declina al plurale la stessa nozione di famiglia (C.Cost. 15 aprile 2010, n. 138).

La sussistenza di un legame affettivo tra la signora (omissis…) e il compagno non solo è stata ammessa dalla stessa resistente, ma ha trovato riscontro anche nelle fotografie pubblicate sui social network, non contestate.

La circostanza che gli stessi trascorrano insieme alcuni periodi di vacanza assume valore in ordine alla natura del rapporto, a nulla rilevando le modalità di ripartizione tra essi delle spese delle vacanze.

Tali evidenze probatorie devono essere poste in correlazione con la relazione investigativa in atti da cui emergono ulteriori elementi a conferma della natura stabile della convivenza.

Il signor (omissis…) ha libero accesso alla abitazione della resistente anche quando la stessa non è presente in casa, dove lo stesso pernotta e che costituisce punto di partenza e di arrivo dei conviventi quando gli stessi si recano in viaggio.

In ordine alla rilevanza probatoria della relazione investigativa, il Collegio intende dare continuità all’orientamento giurisprudenziale che assegna valore a detti documenti quali prove atipiche aventi valore indiziario (cfr Cass. n. 11516/2014 e in generale n. 73/2010 secondo cui “gli scritti provenienti da terzi estranei alla lite, pur non avendo efficacia di prova piena e non essendo soggetti né alla disciplina sostanziale di cui all’art. 2702 cod. civ., né a quella processuale di cui all’art. 214 cod. proc. civ., possono essere, però, liberamente apprezzati nel loro valore indiziario dal giudice del merito”) utili ai fini del decidere se suffragati, come nel caso di specie, da altre evidenze probatorie, che attestano la non occasionalità della frequentazione e la sua risalenza nel tempo.

La tesi della resistente tesa ad affermare la natura occasionale della presenza del signor (omissis…) presso la propria abitazione durante la rilevazione dell’investigatore dovuta ai lavori di ristrutturazione della casa dello stesso, corrobora e non smentisce la tesi della convivenza stabile, posto che nella impossibilità di utilizzare la propria abitazione lo stesso ha fatto riferimento proprio alla abitazione della compagna.

La sussistenza di una abitazione propria di cui il signor (omissis…) può disporre d’altro canto non costituisce valido motivo per escludere la natura stabile della convivenza e la sussistenza di un comune progetto di vita con la signora (omissis…).

L’assenza di evidenze anagrafiche, valorizzate dalla resistente, non può assumere di per sé rilievo dirimente al fine di escludere la convivenza o la natura stabile di essa, soprattutto ai fini che ci occupano ossia l’accertamento del diritto al perdurare dell’assegno divorzile che, ove dipendesse dalle sole risultanze anagrafiche, potrebbe essere inficiato da condotte strumentali.

La relazione, insorta dopo la sentenza di divorzio (circostanza non contestata), perdura da alcuni anni per espressa ammissione della resistente e ciò aggiunge un ulteriore tassello alla ricostruzione che ravvisa nel rapporto affettivo instaurato dalla resistente una convivenza stabile che fa venir meno il presupposto per il perdurare dell’obbligo di versamento dell’assegno divorzile da parte del signor (omissis…).

Nel caso di specie sussistono plurimi elementi che inducono il Collegio ad affermare che la resistente abbia costituito una famiglia di fatto con il signor (omissis…) il quale, per la stessa amissione della resistente, gode di adeguati redditi propri e ciò appare sufficiente per affermare che lo stesso goda di proventi sufficienti per creare con la signora (omissis…) quella comunanza di risorse economiche che giustifica la revoca dell’assegno divorzile a favore della stessa.

E’ meritevole di accoglimento la domanda della resistente diretta ad ottenere la revisione dell’assegno a favore dei figli.

Secondo la prevalente giurisprudenza l’obbligo di contribuire al mantenimento del figlio divenuto maggiorenne cessa qualora lo stesso abbia conseguito l’indipendenza economica e tale status “può considerarsi raggiunto in presenza di un impiego tale da consentirgli un reddito corrispondente alla sua professionalità e un’appropriata collocazione nel contesto economico-sociale di riferimento, adeguata alle sue attitudini ed aspirazioni” (Cass. n. 4765/2002; n. 21773/2008; n. 14123/2011; n. 1773/2012).

Nel caso di specie è pacifico che i figli siano maggiorenni, ma non economicamente indipendenti. L’art. 155, comma 4, c.c., tra i criteri di quantificazione del contributo di mantenimento per i figli minorenni (ma applicabili, analogicamente, anche ai figli maggiorenni non indipendenti economicamente), attribuisce preminenza alle “attuali esigenze del figlio”. Tale criterio valorizza, chiaramente, l’età dei figli e le effettive esigenze personali, di relazione e scolastiche degli stessi, non limitate al vitto, all’alloggio ed alle spese correnti, ma estese all’acquisto di beni durevoli (quali, ad es., indumenti e libri), che non rientrano necessariamente nella nozione di “spese straordinarie”. La sopravvenienza di «giustificati motivi» idonei a modificare le condizioni di separazione o divorzio può consistere, pertanto, anche, nelle accresciute esigenze di vita dei figli (ad es., di studio, di svago o di vestiario).

L’aumento delle esigenze del figlio è notoriamente legato alla sua crescita e non ha bisogno di autonoma dimostrazione (Cass. n. 400/2010; Cass. n. 2191/2009; Cass.n. 17055/2007) e legittima la revisione dell’assegno, anche in mancanza di miglioramenti reddituali e patrimoniali del coniuge obbligato (Cass. n.26123/2008) ancor più nel caso di specie considerato che la sentenza di divorzio è stata emessa nel 2005.

Nel caso di specie le prove in atti evidenziano che il ricorrente gode di una solidissima condizione economico reddituale che di per sé legittima l’aumento dell’assegno per la prole, a nulla rilevando a tal fine l’offerta di lavoro fatta alla resistente, che in nessun caso avrebbe consentito alla stessa di provvedere in modo paritario al mantenimento dei figli, ma che deve in ogni caso essere valutata al fine di determinare la misura dell’assegno, posto che anche la resistente gode di una capacità lavorativa, sia pure generica e non vi è prova che le condizioni di salute la rendano inabile al lavoro ed al reperimento di una occupazione che le consenta di contribuire al mantenimento dei figli.

Il Collegio a tal proposito non può non considerare che la resistente ha rifiutato in corso di causa una valida offerta di lavoro senza alcuna solida motivazione al solo evidente fine di non vedersi negare l’assegno divorzile, offerta che costituiva e costituisce una opportunità rara nel mondo del lavoro, anche perché accompagnata da una polizza assicurativa che poteva assicurare alla stessa una certa stabilità economica anche al raggiungimento dell’età pensionistica.

Da ultimo occorre considerare che la resistente gode di una abitazione propria ed è proprietaria di beni immobili e tali circostanze vanno comunque valutate ai fini della determinazione dell’obbligo di contribuzione gravante sui genitori, a cui il ricorrente in questi anni non si è mai sottratto come evidenziato dalla copiosa documentazione in atti, che attesta elargizioni considerevoli a favore dei figli da parte del padre.

Ai fini della determinazione dell’importo dell’assegno rileva infine il risparmio di spesa di cui beneficerà il signor (omissis…) a seguito della revoca dell’assegno divorzile.

Alla luce delle superiori argomentazioni è fondata la domanda di aumento dell’assegno di mantenimento per la prole, che il Collegio ritiene equo determinare nella misura di Euro (omissis…) per ciascun figlio, oltre al 75 % delle spese straordinarie già previsto in sede di divorzio.

Spese di lite compensate in ragione della reciproca soccombenza.

P.Q.M.

il Collegio, visto l’art. 9 della Legge 898/70, così provvede:

– revoca l’assegno divorzile a favore di (omissis…) posto carico di (omissis…);

– (omissis…) verserà a (omissis…) a titolo di contributo per il mantenimento dei figli (omissis…) la somma di Euro (omissis…) mensili per ciascun figlio, entro il giorno 10 di ogni mese, annualmente rivalutata secondo le variazioni degli indici ISTAT, oltre al 75% delle spese straordinarie occorrenti per la prole.

– spese di lite compensate.


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