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Disdetta corso: devo pagare le rate residue?

3 agosto 2018


Disdetta corso: devo pagare le rate residue?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 agosto 2018



Va pagata la penale per chi interrompe la frequenza di un master o di un corso di formazione professionale?

Hai firmato un contratto per partecipare a dei corsi di formazione professionale. Ti verrà rilasciato, all’esito delle lezioni, un attestato di partecipazione che potrai spendere ai fini della ricerca di un posto di lavoro. Non ti ci vuole molto però per capire che gli insegnanti non sono all’altezza delle aspettative. Così, già dopo la terza lezione, decidi di interrompere la frequenza. Parallelamente smetti anche di pagare le rate concordate all’atto della firma del modulo di iscrizione. La scuola però sostiene che, nonostante il recesso, devi versare tutto il residuo. Ti opponi: sostieni infatti che una prestazione non ricevuta non debba essere onorata. Ma loro, per tutta risposta, ti fanno vedere che, sul contratto da te sottoscritto, è disciplinata tale eventualità per la quale è stata prevista una apposita penale. Una clausola illegittima, a tuo modo di vedere, visto che era nascosta dalle altre e non ti è stata fatta firmare in modo espresso secondo le regole dettate dal codice civile per le clausole vessatorie. La società che gestisce il master ti preannuncia un ricorso al giudice, sicché ti chiedi: in caso di disdetta del corso, devo pagare le rate residue? Una identica questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco cosa hanno detto, in merito, i giudici della Suprema Corte.

Fermo restando che, nel nostro ordinamento, i contratti possono avere qualsiasi contenuto purché non contrario alla legge e ai diritti del consumatore, è ben possibile stabilire una penale per il caso di recesso anticipato, così come il pagamento di tutto il prezzo per chi, dopo aver sottoscritto l’accordo, decide immotivatamente di recedere. Il punto però è un altro: stabilire se una clausola di questo tipo debba considerarsi vessatoria o meno. La conseguenza sarebbe che, in presenza di una clausola vessatoria, la limitazione dei diritti per il cliente ha valore solo se sottoscritta da questi in modo espresso, affinché ne prenda espressa visione. Ci spieghiamo meglio.

Avrai notato che, molto spesso, quando firmi un contratto ti vengono chieste più di una firma. Ebbene, esclusa la firma per l’informativa sulla privacy, la seconda sottoscrizione è di solito apposta dopo una clausola che recita pressappoco così: «Ai sensi dell’articolo 1341 e seguenti del codice civile, il cliente dichiara di aver preso consapevole visione delle seguenti clausole: articoli 5, 8, 10, …» ecc. Questo avviene tutte le volte che un modulo prestampato contiene delle condizioni particolarmente svantaggiose per chi lo accetta e vantaggiose per chi lo predispone. Senza la seconda sottoscrizione la clausola non ha effetti.

Risultato: per capire se, in caso di disdetta del corso si devono pagare le rate residue è necessario valutare prima se una condizione di questo tipo può considerarsi vessatoria e, in tale ipotesi, se è stata apposta la firma del cliente.

Ebbene, secondo la Cassazione, la clausola, inserita dalla scuola di formazione nel contratto di iscrizione al master che prevede il pagamento dell’intero corso in caso di recesso per qualunque ragione è valida anche se non è stata sottoscritta in modo espresso. Per i giudici tale clausola è in realtà una normalissima “penale”, di quelle che si trovano nei contratti e che prevedono un “indennizzo” in caso di recesso anticipato.

La questione giuridica allora si sposta su un altro piano. Per essere legittima, la penale deve essere congrua, ossia non eccessiva rispetto alle prestazioni in gioco. Ad esempio, per la disdetta unilaterale di un appuntamento per un contratto del telefono non può essere prevista una penale di 10mila euro, in quanto sarebbe sproporzionata al valore del contratto.

Nel caso di specie, secondo i giudici, contrariamente a quanto sostenuto dallo studente, la clausola in commento «non era vessatoria» poiché «si trattava di una penale dall’importo non eccessivo ma proporzionato al costo che l’allievo avrebbe dovuto corrispondere» per il master.

Per i Magistrati del Palazzaccio è indiscutibile la legittimità della «clausola che impone il pagamento dell’intera annualità per l’ipotesi di un recesso anticipato da parte dell’allievo», poiché essa «limita il libero esercizio del recesso, comportante, in tale ipotesi, il pagamento di una penale».

Impossibile, quindi, parlare di vincolo vessatorio nei confronti della professionista. E, allo stesso modo, è illogico, secondo i Giudici, considerare eccessivo «l’importo della clausola penale inserita nel contratto relativo al master», poiché esso è «proporzionato al costo» previsto per il corso di specializzazione professionale.

note

[1] Cass. ord. n. 20422/2018 del 2.08.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 17 maggio – 2 agosto 2018, n. 20422

Presidente Amendola – Relatore Pellecchia

Fatto e diritto

Rilevato che:

1. Con ricorso per decreto ingiuntivo la scuola Campana di Neurologia Clinica Riabilitativa e Forense ‘Lightner Witmer’ chiedeva ed otteneva dal Giudice di pace di Portici ingiunzione di pagamento per la somma di Euro 2.800 quale residuo delle somme così pattuite contrattualmente e relative ad un Master. Espose che: la Dott.ssa Va. Ma. aveva sottoscritto un modulo per l’ammissione ad un master con la Scuola Campana di Neurologia Clinica Riabilitativa e Forense “Lightner Witmer”;

in tale contratto, al capo n. 11, si sprevedeva che “l’interruzione a qualsiasi titolo da parte dello studente della frequenta delle legioni e/o della fruizione delle attività didattiche non solleva dall’obbligo di versare le rimanenti rate”;

la Dott.ssa Ma. comunicava disdetta alla Scuola organizzante il master.

La Dott.ssa Ma. proponeva appello avverso la sentenza del Giudice di Pace che veniva respinto dal Tribunale di Napoli con sentenza n. 13691 del 20 dicembre 2016, che ha ritenuto che la clausola di cui al capo n. 11 del contratto non fosse vessatoria ma che si trattava di una clausola penale dall’importo non affatto eccessivo ma proporzionato al costo che l’alunno avrebbe dovuto corrispondere.

3. Avverso tale sentenza la Dott.ssa Ma. propone ricorso per Cassazione sulla base di un motivo. La Scuola intimata non svolge attività difensiva.

4. È stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso.

Considerato che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la proposta del relatore.

6.1. Con il primo motivo parte ricorrente denuncia la erronea, contradditoria e carente motivazione della sentenza d’appello in ordine agli artt. 1469 bis, 1341 e 1342 c.c.: il Tribunale di Napoli avrebbe errato nel non qualificare il rapporto tra la Ma. e la Scuola “Lightner Witmer” come rapporto tra professionista e consumatore; avrebbe, inoltre, errato nel non considerare la clausola inserita al capo n. 11 del contratto come vessatoria, perché, nel prevedere il pagamento dell’intero prezzo in caso di recesso, comportava una eccessiva sproporzione tra le prestazioni richieste alle parti contrattuali.

Il motivo è inammissibile. La ricorrente non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata.

Il Tribunale di Napoli, nel decidere il merito della controversia, rilevava che “la clausola che impone il pagamento dell’intera annualità per l’ipotesi di un recesso anticipato da parte dell’alunno sia riconducibile ad una clausola che limita il libero esercito del recesso comportante, in ipotesi di recesso, il pagamento di una penale”. Dunque, secondo il Tribunale campano, la clausola inserita nel contratto di iscrizione al master era una clausola penale.

Parte ricorrente, invece, nulla censura in relazione a quanto sostenuto dal Tribunale di Napoli, ma si limita ad una disamina della disciplina professionista/consumatore e delle clausole vessatorie, senza centrare il punto della decisione: è una clausola penale e la sua eventuale vessatorietà va analizzata in relazione alla sua natura e funzione. Infatti, tale richiamo sulla disciplina della vessatorietà risulta del tutto ininfluente nel censurare la pronuncia del Tribunale, dal momento che esso prescinde dalla qualificazione del rapporto come rapporto tra professionista e consumatore o come business to business, avendo importanza solo la funzione e la natura della clausola penale. Inoltre, nel caso concreto il Tribunale di Napoli, in relazione alla manifesta eccessività dell’importo della clausola penale inserita nel contratto del master, ha sostenuto che non fosse eccessivo ma che fosse, invece, proporzionato al costo che lo studente avrebbe dovuto corrispondere qualora il debitore avesse adempiuto correttamente alle sue obbligazioni. Ciò, alla luce di quanto stabilito nell’ordinanza n. 17731/2015 di questa Corte, preclude comunque ogni sindacato di legittimità sull’operato del Giudice del grado precedente, se questi ha correttamente argomentato l’apprezzamento sull’eccessività dell’importo fissato dalla penale, avendo riguardo all’effettiva incidenza dell’adempimento sull’equilibrio delle prestazioni e sulla concreta situazione attuale.

7. Pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Non occorre disporre sulle spese in considerazione del fatto che la Scuola intimata non ha svolto attività difensiva.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della L. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

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