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Calcolo assegno mantenimento per i figli delle coppie di fatto

3 Agosto 2018


Calcolo assegno mantenimento per i figli delle coppie di fatto

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 Agosto 2018



Risarcimento del danno endofamiliare al figlio che non ha visto il padre stargli accanto; rimborso degli arretrati per tutte le annualità del mantenimento che non sono state versate dal giorno della nascita.

Per le coppie di fatto è sempre molto difficile comprendere come muoversi nel momento in cui nasce un figlio e i genitori decidono di separarsi. Non esiste, infatti, una disciplina specifica dettata dalla legge come per le coppie sposate. In realtà non si tratta di un vuoto normativo: visto che “tutti i figli sono uguali”, si applicano le stesse regole sia per i bimbi nati nel matrimonio che per quelli nati al di fuori. In pratica, si fa ricorso a quella che tecnicamente viene definita “applicazione analogica”. Ciò significa che i genitori – sia quelli sposati che non – devono mantenere i figli fino alla loro indipendenza economica. I problemi sorgono però quando non c’è un accordo tra i due e, con la separazione, bisogna definire il reciproco impegno economico. In questi casi si deve necessariamente ricorrere al giudice il quale quantificherà l’ammontare di un assegno di mantenimento per la gestione ordinaria e una partecipazione in percentuale alle spese straordinarie. Una recente sentenza del Tribunale di Reggio Emilia arriva addirittura a quantificare tali importi in modo differente a seconda dell’età del minore. Di tanto parleremo nel seguente articolo in cui spiegheremo come avviene il calcolo dell’assegno di mantenimento per i figli delle coppie di fatto.

Il padre non riconosce il figlio: come fare?

Il primo problema che spesso si trova ad affrontare la madre di un bimbo nato da una relazione di fatto è l’abbandono del padre. Non è raro che quest’ultimo, non appena sa della gravidanza, scappi a gambe levate e si rifiuti di riconoscere il bambino come proprio. La regola però è che il padre non può scegliere se e quando riconoscere il figlio. Il suo è un vero e proprio obbligo che può essergli addirittura imposto con un apposito giudizio di riconoscimento della paternità. In altre parole, sia la madre che il figlio – non appena divenuto maggiorenne – possono fare causa all’uomo affinché una sentenza dichiari il rapporto di paternità. L’accertamento avviene tramite l’esame del sangue e del DNA. Chi si rifiuta senza giustificato motivo di sottoporsi al prelievo ematico può essere, già solo per questo, considerato il vero padre: si tratta di un comportamento “concludente” – sostengono i giudici della Cassazione – che rivela tacitamente il rapporto di paternità.

L’uomo deve mantenere il figlio nato da una relazione di fatto?

Una volta accertata la paternità, l’uomo è obbligato a mantenere il figlio, versando alla madre un importo mensile. Lo deve fare anche per il periodo anteriore all’accertamento della paternità. Con la conseguenza che se la dichiarazione giudiziale di paternità avviene dopo diverso tempo dalla nascita del figlio, il giudice può condannare l’uomo a rimborsare alla madre tutti gli arretrati per gli anni in cui costei è stata costretta a prendersi cura da sola della nuova vita.

Dopodiché, il padre resta vincolato all’obbligo di mantenimento fino a quando il figlio non diventa autonomo, momento che non corrisponde necessariamente alla maggiore età ma potrebbe slittare molto più in avanti come di norma succede.

A quanto ammonta il mantenimento del figlio?

Padre e madre possono trovare un accordo che fissi la partecipazione dell’uomo al mantenimento del figlio. Questo accordo deve tenere conto di un importo mensile a titolo di spese ordinarie e una percentuale per le spese straordinarie e non preventivabili (come quelle mediche). Di solito le spese straordinarie vengono divise nella misura del 50% ciascuno.

Se manca l’accordo è il giudice a definire l’importo dell’assegno di mantenimento e, come detto, lo potrà fare condannano il padre a pagare gli arretrati anche per il periodo in cui non ha riconosciuto il figlio. La ripartizione delle spese tiene conto delle rispettive capacità economiche dei genitori per cui non deve necessariamente avvenire a metà.

Come anticipato, il padre può essere condannato a versare tutti gli arretrati dalla nascita del bambino fino alla sentenza del giudice, qualora non abbia adempiuto al proprio obbligo. E qui diventa spesso complicato definire un forfait per il mantenimento pregresso. L’aspetto più rilevante della sentenza del Tribunale di Reggio Emilia qui in commento riguarda proprio la quantificazione del rimborso, liquidato dai giudici all’esito di una minuziosa operazione di ricostruzione e diversificazione per fasce di età dei bisogni della figlia nell’arco temporale di riferimento, che va dalla nascita sino al momento dell’autosufficienza economica:

  • 250 euro mensili per il periodo della prima infanzia;
  • 350 euro mensili per il periodo dall’adolescenza all’epoca successiva alla fine del percorso di istruzione superiore;
  • 500 euro mensili per il periodo del percorso di studi universitari.

La somma così determinata poi, concludono i giudici, non dovrebbe essere divisa a metà, ma «si dovrebbe tenere conto del duplice criterio delle rispettive sostanze patrimoniali disponibili e della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno dei genitori».

Gli altri doveri del padre

Il padre naturale – come il padre di una coppia sposata – ha l’obbligo, oltre al mantenimento, di non far mancare la propria presenza al figlio e quindi di fargli visita e crescerlo amorevolmente. Questo significa che la madre non può impedirgli di vedere il bambino secondo turni preconcordati o definiti, in assenza di accordo, dal giudice. Di solito vengono stabiliti dei giorni nell’arco della settimana durante i quali avverranno gli incontri. La madre, dall’altro lato, non può trasferirsi in un’altra città impedendo al padre di vedere il bambino, salvo necessità oggettive di avere un lavoro garantito e un’assistenza.

Se l’uomo non si fa vivo e si limita a versare solo il mantenimento, il figlio può agire nei suoi riguardi per il risarcimento del danno non patrimoniale dovuto a causa della totale assenza del padre dalla sua vita. A riguardo il Tribunale afferma la responsabilità dell’uomo, il quale pur sapendo di essere genitore, e dunque pienamente consapevole di avere dei precisi doveri nei confronti della figlia, aveva deciso di sottrarsi ai suoi obblighi. Si parla, a riguardo, di illecito endofamiliare che «si verifica quando dalla violazione di obblighi di natura familiare derivino danni alla personalità di un componente della famiglia». I giudici ricordano come il disinteresse mostrato da un genitore nei confronti di un figlio integra la violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione della prole, e determina la lesione dei diritti nascenti dal rapporto di filiazione, integrando tale condotta gli estremi dell’illecito civile e legittimando l’esercizio di un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla prole, «ricollegabili agli effetti dell’assenza paterna anche sul quadro affettivo e sociale».


Tribunale di Reggio Emilia – Sezione I civile – Sentenza 8 febbraio 2018 n. 177

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI REGGIO EMILIA

PRIMA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale in composizione collegiale, nelle persone dei Magistrati:

dott. Francesco Parisoli – Presidente

dott.ssa Francesca Malgoni – Giudice

dott. Lorenzo Meoli – Giudice est.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel procedimento n. R.G. 7974/2010, vertente

TRA

(…), c.f. (…), rappresentata e difesa dagli avv. Gi.Ca. e Ma.Ta., elett.te dom.ta presso lo studio dell’avv. Fu.Me. in Casalgrande, via (…);

– ATTRICE –

(…), c.f. (…), rappresentata e difesa dagli avv. Gi.Ca. e Ma.Ta., elett.te dom.ta presso loro studio dell’avv. Fu.Me. in Casalgrande, via A. (…);

– TERZA INTERVENUTA – CONTRO

(…), nato a (…) il (…), elett.te dom.to in Reggio Emilia, via (…), presso lo studio degli avv. Ga.Ma. e Ma.Te.;

– CONVENUTO/ATTORE IN RICONVENZIONALE Oggetto: filiazione naturale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

PREMESSA

Con atto di citazione notificato il 16 novembre 2010, (…) ha convenuto in giudizio (…) per chiedere che sia accertato che questi è il suo padre naturale, con conseguente condanna al pagamento della

somma di Euro 362.642, più interessi legali e rivalutazione monetaria, a titolo di risarcimento del danno.

A sostegno della propria domanda, l’attrice ha affermato: che la madre, (…), intrattenne pubblicamente con lo (…) una relazione sentimentale, durata dal 1972 al 1979, nel corso della quale fu concepita l’attrice; che nel 1979 (…) interruppe la relazione con lo (…) e da quel momento questi cessò qualsiasi contatto con la figlia e non le fornì mai alcun contributo economico; che solo nel 2006, su insistenza della madre, lo (…) accettò di vedere la figlia, incontrandola cinque volte in tre mesi e poi troncando di nuovo i rapporti; che l’assenza di una figura paterna ha provocato nella (…) disturbi e disagi (attacchi d’ansia e di panico, disturbo istrionico della personalità) che le hanno causato una riduzione dell’integrità psichica pari al 40%; che lei, al momento, non è autosufficiente.

La (…) ha pertanto chiesto che sia dichiarata la paternità naturale dello (…) e che quest’ultimo sia condannato al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale cagionatole, quantificati il primo in Euro 100.000 (pari a Euro 40.000 per mancata corresponsione di un contributo mensile di Euro 100, e a Euro 60.000 per perdita di prospettive di inserimento sociale e lavorativo) e il secondo in Euro 162.642, più Euro 16.000 per spese di psicoterapia. Ha inoltre chiesto che lo (…) sia condannato a pagare la somma di Euro 300 mensili a titolo di contributo al mantenimento.

In seguito, con comparsa del 21 febbraio 2011, è intervenuta nel giudizio (…), madre dell’attrice, aderendo alle domande della figlia e chiedendo la condanna dello (…) al rimborso pro quota delle spese sostenute per il mantenimento di (…).

Per supportare tale domanda, la madre ha dedotto di aver dovuto mantenere la figlia da sola con i propri redditi, sostenendo spese scolastiche (asili nido, scuola elementare, scuole medie e superiori) e universitarie, nonché spese di locazione e mediche.

Ha pertanto chiesto la condanna dello (…) al pagamento della somma di Euro 32.221,38 (per spese documentate) e di Euro 96.000 (per spese di mantenimento della figlia determinate equitativamente considerando il costo mensile di Euro 500 dalla nascita fino alla data odierna). Il tutto più interessi legali dalla domanda al saldo.

(…) si è costituito e ha chiesto il rigetto di tali domande. Non ha contestato di essere padre di (…), né di essere sempre stato a conoscenza di tale circostanza, ma ha affermato che: il concepimento di (…) non fu cercato di proposito dai genitori, anche perché lo (…) non intendeva lasciare la prima moglie; fu (…) a chiudere la relazione con lui nel 1979 proprio perché questi non voleva separarsi dalla moglie; dopo averlo lasciato, la (…), con l’aiuto dei propri familiari, gli impedì di riconoscere la figlia e di continuare a vederla; l’esclusione dalla vita della figlia fu un duro colpo per lui, e gli cagionò anche disturbi psicologici; fu la figlia (…), nel 2007, a rifiutare di proseguire gli incontri con lui.

Lo (…) ha pertanto chiesto il rigetto della domanda, e con riconvenzionale subordinata ha chiesto che (…) sia dichiarata responsabile o quanto meno parzialmente responsabile degli eventuali danni subiti dalla figlia per il mancato riconoscimento.

DIRITTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

Preliminarmente, deve darsi atto che, come riferito dalla stessa attrice, nelle more del giudizio lo (…) ha provveduto spontaneamente al riconoscimento della figlia. Tale circostanza, oltre a

determinare sul piano processuale la cessata materia del contendere in relazione alla richiesta di accertamento della paternità naturale, comporta anche che il rapporto di filiazione può darsi per acquisito e posto alla base della presente decisione.

Ciò premesso, deve procedersi a esaminare le altre richieste delle parti, che per comodità espositiva saranno trattate separatamente.

1. Domande di (…)

Partendo, per ragioni di praticità, dalla domanda proposta da (…), questa ha ad oggetto il rimborso delle somme sostenute per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione della figlia (…).

Tale domanda è ammissibile e fondata.

È principio consolidato in giurisprudenza, infatti, che “il coniuge che abbia integralmente adempiuto l’obbligo di mantenimento dei figli, pure per la quota facente carico all’altro coniuge, è legittimato ad agire iure proprio nei confronti di quest’ultimo per il rimborso di detta quota, ed anche per il periodo anteriore alla domanda, atteso che l’obbligo di mantenimento dei figli sorge per effetto della filiazione e che nell’indicato comportamento del genitore adempiente è ravvisabile un caso di gestione di affari, produttiva, a carico dell’altro genitore, degli effetti di cui all’art. 2031 c.c.” (Cass. 6819/17).

Parimenti, è stato affermato che il riconoscimento del figlio “implica per il genitore tutti i doveri propri della procreazione legittima, incluso quello del mantenimento ex art. 148 c.c.. La relativa obbligazione si collega allo “status” genitoriale ed assume, di conseguenza, pari decorrenza, dalla nascita del figlio, con il corollario che l’altro genitore, il quale nel frattempo abbia assunto l’onere del mantenimento anche per la porzione di pertinenza del genitore giudizialmente dichiarato (secondo i criteri di ripartizione di cui al citato art. 148 c.c.), ha diritto di regresso per la corrispondente quota, sulla scorta delle regole dettate dall’art. 1299 c.c. nei rapporti fra condebitori solidali” (Cass. 7960/17).

Quanto alla natura di tale rimborso, è stato poi precisato che “il rimborso delle spese spettanti al genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, ancorché trovi titolo nell’obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all’altro genitore, ha natura in senso lato indennitaria, essendo diretto ad indennizzare il genitore che ha riconosciuto il figlio per gli esborsi sostenuti da solo per il mantenimento della prole” (cfr. Cass. 16657/14)

Nel caso in esame ricorrono tutti i presupposti per l’accoglimento della domanda di regresso.

È, infatti, del tutto pacifico che (…) abbia integralmente sostenuto le spese per il mantenimento della figlia, senza alcun aiuto da parte dello (…).

Non può essere accolta, invece, la tesi del convenuto secondo cui la donna avrebbe rinunciato, con il proprio comportamento, a pretendere un contributo economico. Lo (…), infatti, non ha allegato e tanto meno provato di aver mai fatto alla (…) alcuna offerta di denaro, e tale mancanza non può certamente essere sanata richiamando una condotta genericamente ostile della donna nei confronti dell’uomo, oltretutto non provata. Inoltre, considerato che, come ammesso dallo stesso (…), i rapporti tra le parti si sono interrotti nel 1979, non vi è stata per oltre vent’anni alcuna condotta della (…) nei confronti dello (…) alla quale si potesse assegnare univocamente il significato di una rinuncia a richiedere le somme pagate nel corso della vita di (…) (somme che oltretutto sono maturate progressivamente nel corso degli anni).

Il Collegio ritiene pertanto che lo (…) debba essere condannato al rimborso di tali somme.

Ciò posto, queste vanno individuate e quantificate.

Innanzitutto, è necessario definire l’arco temporale in cui lo (…) doveva ritenersi obbligato a contribuire al mantenimento della figlia. Com’è evidente, questo deve essere individuato nel periodo che va dalla nascita dell’attrice al momento in cui questa ha raggiunto l’autosufficienza economica. Si deve infatti applicare il principio giurisprudenziale secondo cui “l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli, a norma degli artt. 147 e 148 c.c., non cessa ipso facto con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi, ma permane fintanto che il figlio non sia autosufficiente, ovvero tenga un comportamento di inerzia ingiustificata, che il genitore interessato deve dimostrare” (cfr. Cass. n. 19589/11, n. 15756/06).

Ebbene il Collegio ritiene che, benché l’attrice abbia sostenuto di non essere tuttora autosufficiente, in realtà vi siano elementi per ritenere che questa abbia raggiunto l’indipendenza economica all’età di 30 anni. Ciò si ricava, in particolare, dalle dichiarazioni della stessa (…), che ha riferito di aver cominciato a lavorare come apprendista dal 1999 al 2001, di essersi trasferita da sola a Firenze per studiare dal 2002 al 2008, di aver continuato a lavorare part-time durante tutto il percorso di studi per potersi permettere l’università e il soggiorno a Firenze, nonché di essere stata assunta (presumibilmente prima del 2010) come sarta a tempo indeterminato presso una ditta. Ha, inoltre, riferito di convivere con un compagno a Firenze.

Deve ritenersi, pertanto, che l’età dell’attrice (32 anni al momento dell’instaurazione del processo), l’aver svolto attività lavorativa per oltre dieci anni, la scelta di andare a vivere da sola e la circostanza della convivenza con un uomo rappresentino elementi sintomatici di una raggiunta indipendenza familiare ed economica, che appare opportuno collocare alla fine del 2008 (anno della laurea), momento in cui l’attrice, terminati gli studi, ha potuto dedicarsi interamente al lavoro, che comunque già praticava da tempo.

Ovviamente, non rileva la circostanza, riferita in comparsa conclusionale dall’attrice, dell’attuale stato di disoccupazione della (…), dal momento che l’obbligo di mantenimento del genitore, raggiunta l’autosufficienza del figlio, cessa definitivamente.

Il convenuto dovrà dunque essere condannato a rifondere la propria quota delle spese sostenute tra l’8 settembre 1978 e il 31 dicembre 2008.

Passando alla quantificazione delle stesse, va innanzitutto richiamato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui ai fini della liquidazione delle somme da restituire, pur potendosi ricorrere a un criterio equitativo, non può prescindersi da una valutazione “del complesso delle specifiche e molteplici esigenze effettivamente soddisfatte o notoriamente da soddisfare nel periodo in considerazione né dalla valorizzazione delle sostanze e dei redditi di ciascun genitore quali all’epoca goduti ed evidenziati, eventualmente in via presuntiva, dalle risultanze processuali, né infine dalla correlazione con il tenore di vita di cui il figlio ha diritto di fruire, da rapportare a quello dei suoi genitori” (Cass. 22506/2010).

Partendo dall’esame delle prove documentali, da queste si ricava che (…) ha sostenuto tutte le spese relative all’istruzione di (…), e in particolare quelle relative all’Istituto Tecnico Commerciale Statale “Carlo Levi” (con spese per viaggi d’istruzione), e all’Università degli Studi di Firenze. Sono poi documentate spese mediche (odontoiatriche, analisi del sangue, consulenze psicologiche) e spese di locazione, nonché bonifici relativi al soggiorno dell’attrice a Firenze durante il corso di studi.

Tali elementi costituiscono gli unici punti di riferimento per la ricostruzione delle spese sostenute per (…), non essendo stato dedotto altro, neppure sul piano del tenore di vita.

La quantificazione – da effettuarsi in via equitativa – delle stesse deve quindi basarsi su tali documenti, nonché sulle capacità reddituali di (…) per come sono state rappresentate e documentate: in particolare, dall’esame della documentazione allegata si ricava che questa ha lavorato presso la (…) S.r.l. con redditi medio – bassi dal 1978 fino al 1992, e poi presso (…) S.r.l. dal 1993 al 2002 (cfr. cedolini agli atti). È, infine, divenuta pensionata nel 2003 (cfr. CUD agli atti).

Ebbene, sulla base di tali elementi, il Collegio ritiene opportuno quantificare le spese sostenute dalla (…) distinguendo tra i diversi periodi di vita di (…), applicando il principio per cui costituisce fatto notorio che con il crescere dei figli aumentino le esigenze dei medesimi.

Stante la parzialità delle spese documentate, nonché la circostanza che (…) ha per molti anni – pur non essendo autonoma – contribuito al proprio mantenimento sostenendo alcune delle proprie spese (rendendo pertanto arduo distinguere tra spese sostenute dall’attrice e spese anticipate dalla madre, anche con riferimento a quelle straordinarie, ad es. quelle universitarie), il Collegio ritiene opportuno utilizzare la documentazione prodotta da (…) sulle spese straordinarie al solo fine di ricostruire in via equitativa l’ammontare medio del mantenimento, mentre non si ritiene di poter accogliere, per i medesimi motivi, la domanda di rimborso diretto delle spese documentate.

Pertanto, appare equo ricostruire le spese come segue:

1) per il periodo compreso tra l’8 settembre 1978 e l’8 settembre 1988 (corrispondente alla prima infanzia della (…)), può essere quantificato un mantenimento medio di Euro 250 al mese, stanti le minori esigenze della bambina, per una somma complessiva pari a Euro 30.000;

2) per il periodo compreso tra il 9 settembre 1988 e l’8 settembre 1998 (corrispondente al periodo che va dall’adolescenza all’epoca successiva alla fine del percorso di istruzione superiore), per via delle maggiori esigenze di (…), può essere quantificato un mantenimento medio di Euro 350 al mese, per una somma complessiva pari a Euro 42.000;

3) per il periodo compreso tra il 9 settembre 1998 e il 31 dicembre 2000 (corrispondente ai 27 mesi in cui l’attrice ha presumibilmente lavorato prima di cominciare gli studi universitari), può essere quantificato un mantenimento medio di Euro 300 al mese, in ragione del fatto che (…) ha svolto una attività lavorativa seppur minima, per una somma complessiva pari a Euro 8.100;

4) per il periodo compreso tra l’1 gennaio 2001 e il 31 dicembre 2008 (corrispondente, approssimativamente, all’epoca del percorso di studi universitari), può essere quantificato un mantenimento medio di Euro 500 al mese, visti anche i bonifici in atti, per una somma complessiva pari a Euro 42.000.

L’ammontare complessivo delle spese sostenute da (…) per (…) deve quindi essere equitativamente fissato in Euro 122.000. Tenuto conto della quantificazione ex post, la somma è giudicata congrua all’attualità, e dunque già comprensiva degli interessi e della rivalutazione.

Tanto stabilito, bisogna osservare che, secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, le spese sostenute da un singolo genitore non andrebbero divise a metà, ma si dovrebbe tenere conto del duplice criterio delle rispettive sostanze patrimoniali disponibili e della capacità di lavoro professionale o casalingo di ciascuno dei genitori (cfr. Cass. 27523/2016).

In effetti, dalla documentazione in atti si ricava che lo (…) ha sempre goduto di un reddito superiore a quello della donna: ha infatti lavorato come idraulico fino al 1998, con retribuzioni certamente più elevate rispetto a quelle della (…) (cfr. denunce annuali in atti), e ciò anche al netto di quanto presumibilmente corrisposto per mantenere il primo figlio.

Tuttavia, dal momento che (…) ha chiesto il rimborso di una quota pari alla metà delle spese anticipate, nel rispetto del principio della domanda, la condanna dello (…) non può eccedere il 50% di tale somma, a prescindere dalla sua maggiore capacità reddituale.

Il convenuto andrà quindi, in conclusione, condannato al pagamento, in favore di (…), della somma di Euro 61.000, più interessi legali dalla domanda al saldo.

2. Domande di (…)

Passando alle domande proposte da (…), questa ha, innanzitutto, chiesto il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale subito per la totale assenza del padre dalla sua vita, assenza che l’avrebbe costretta a vivere in ristrettezze economiche e le avrebbe inflitto danni di natura psicologica, cagionandole sofferenze, nonché vere e proprie patologie medicalmente accertate.

Bisogna subito osservare che, benché le due richieste risarcitorie ex artt. 2043 e 2059 c.c. abbiano a oggetto diverse tipologie di danni – da valutare, quindi, in via autonoma – esse comunque condividono alcuni presupposti, che possono essere trattati in via unitaria: si tratta, in particolare, della condotta dannosa e dell’elemento soggettivo.

Quanto alla prima, consistente nell’omissione, da parte dello (…), di contributi morali ed economici alla crescita della figlia, essa deve ritenersi accertata, perché incontestata. Il convenuto ha infatti ammesso di non aver mai pagato somme a (…) per il sostentamento di (…), e di non essere mai stato presente nella vita della figlia: dal 1979 al 2006, infatti, l’uomo non l’ha neppure incontrata, e dopo i brevi contatti del 2006, ha smesso nuovamente di vederla.

Nessun dubbio può esservi, quindi, sulla sussistenza della condotta di totale abbandono prospettata dall’attrice.

Quanto all’elemento soggettivo, consistente nella natura quanto meno colposa delle omissioni dello (…), essa deve allo stesso modo ritenersi accertata. Posto che infatti l’uomo, per sua stessa ammissione, sapeva sin dall’inizio di essere il padre di (…), ed era dunque pienamente consapevole di avere dei precisi doveri nei confronti della figlia, la sua scelta di sottrarsi ad essi non può che configurare una grave ed inescusabile condotta in violazione degli obblighi di legge.

Lo (…) ha cercato di giustificare le proprie omissioni attribuendone la responsabilità a (…), che gli avrebbe impedito di vedere la figlia e di riconoscerla, “imponendole” il proprio cognome per eliminare qualsiasi possibilità di rapporto con il padre, e a sostegno di questa tesi, ha chiamato a testimoniare l’ex moglie (…) e il cognato (…), i quali hanno, in effetti, riferito di condotte ostili dei familiari della (…) ai danni dello (…).

La ricostruzione del convenuto non può però essere accolta. A parte il fatto che le testimonianze assunte non provano nulla, trattandosi di dichiarazioni che riportano circostanze riferite dallo stesso (…) – oltretutto generiche – in ogni caso deve escludersi che eventuali resistenze della (…) giustificassero una totale e definitiva rinuncia del padre ad avere contatti con (…). È lo stesso (…), del resto, a riferire che, dopo la chiusura manifestata dalla donna nel 1979, lui smise completamente

di provare a vedere la figlia. Non vi fu quindi in nessuna occasione, da parte del padre, il tentativo di riavvicinarsi a lei, né tanto meno di adire le vie giudiziali per vedersi riconosciuti i diritti genitoriali.

Tale condotta costituisce manifestazione, se non di un vero e proprio dolo, quanto meno di una grave colpa, che non può essere esclusa dalle crisi d’ansia di cui soffriva il convenuto, le cui caratteristiche non appaiono tali da compromettere seriamente la sua capacità di autodeterminarsi (cfr. certificazioni mediche agli atti, che parlano di disturbi “lievi”).

Osservazioni analoghe valgono anche per il periodo successivo al 2006, dovendosi parimenti ritenere colposa la condotta dello (…) che, dopo i primi approcci con la figlia, chiuse di nuovo i rapporti con lei. Peraltro, tale responsabilità sussisterebbe anche qualora si volesse accogliere la tesi dell’uomo secondo cui fu (…) a “non richiamarlo”, dal momento che l’eventuale ostilità della figlia non basterebbe comunque a giustificare una seconda totale rinuncia al rapporto genitoriale.

In base a queste considerazioni, il Collegio ritiene che sussistano, quindi, sia l’elemento oggettivo che l’elemento soggettivo della condotta addebitata dall’attrice allo (…).

Bisogna pertanto passare a esaminare le conseguenze dannose di tale condotta. Dal momento che l’attrice ne ha chiesto il risarcimento sia sul piano patrimoniale che sul piano non patrimoniale, è necessario esaminare separatamente entrambi.

Partendo dal primo, la (…) ha chiesto il risarcimento del danno patrimoniale determinato dalla mancata partecipazione dello (…) al suo mantenimento – danno consistente, a suo dire, nella perdita netta di un contributo mensile maggiore rispetto a quello offerto dalla madre (che l’attrice ha quantificato in Euro 100), nonché nella perdita di occasioni favorevoli alla costruzione di una migliore carriera professionale.

La prima richiesta, relativa alla perdita del maggior mantenimento, diversamente da quanto osservato dal convenuto, è ammissibile perché non consiste in una duplicazione della richiesta di rimborso delle spese di mantenimento sostenute dalla madre, bensì in una diversa somma consistente nella perdita del maggior reddito di cui l’attrice avrebbe potuto giovarsi, nel corso della sua vita, qualora il padre, oltre a dividere le spese con la madre, avesse contribuito con la propria maggiore capacità reddituale al suo mantenimento, assicurandole un miglior tenore di vita.

Tuttavia, benché ammissibile sul piano processuale, tale domanda deve ritenersi infondata nel merito.

Il Collegio, infatti, non condivide la ricostruzione dell’attrice secondo cui il danno patrimoniale astrattamente subito dalla (…) andrebbe distinto nelle due diverse voci proposte (omesso mantenimento e occasioni perdute). Come la stessa attrice ha osservato, infatti, la mancata contribuzione dello (…) non può essere considerata una perdita patrimoniale diretta della (…) – che non avrebbe percepito tali somme – bensì soltanto una perdita indiretta, nel senso che una maggiore disponibilità economica della madre avrebbe potuto garantire alla figlia maggiori possibilità di istruzione e formazione. Concettualmente, quindi, tale danno non si distingue dalla perdita di occasioni favorevoli, che pure l’attrice lamenta e di cui chiede il risarcimento in via autonoma.

La richiesta di risarcimento del danno patrimoniale va dunque valutata in via unitaria, guardando esclusivamente a tale perdita.

Ebbene, il Collegio ritiene che, così configurata, tale domanda non possa essere accolta, perché non adeguatamente supportata dall’attrice tanto sul piano delle allegazioni quanto sul piano probatorio. La (…) si è infatti limitata a dolersi genericamente del fatto che il mancato contributo paterno le avrebbe impedito di arricchire la propria formazione e di accedere a migliori opportunità di carriera, ma non ha indicato specificamente e concretamente quali opportunità avrebbe perso (quanto meno con riguardo al percorso di studi e di lavoro intrapreso).

Difetta, altresì, qualsiasi documentazione in tal senso.

Unica prospettazione più specifica, su questo punto, è rappresentata dal richiamo alle occasioni formative offerte dallo (…) al figlio (…), il quale secondo la (…) avrebbe potuto, tramite l’aiuto del padre, permettersi studi costosi all’estero e una brillante carriera. Tale circostanza è stata tuttavia smentita dall’istruttoria, nella quale (…), sentito all’udienza del 15 maggio 2015, ha riferito di lavorare come impiegato e ha negato di aver mai fatto studi all’estero, ad eccezione di un soggiorno presso una famiglia per migliorare l’inglese.

In difetto di qualsiasi deduzione e prova a sostegno di tale domanda, deve quindi escludersi che (…) abbia dimostrato la sussistenza di occasioni perdute cagionate dalle omissioni paterne, che non possono essere desunte in re ipsa, né quantificate equitativamente dal giudice in assenza di parametri di riferimento ed elementi concreti a cui ancorare tale quantificazione.

Passando alla richiesta di risarcimento del danno non patrimoniale, questa può, invece, essere accolta.

Va premesso che da un esame più approfondito dell’atto di citazione deve ritenersi che la (…) abbia lamentato due tipologie di danno non patrimoniale: una relativa al danno subito per l’assenza di una figura paterna che potesse contribuire alla sua crescita e fornirle supporto di natura affettiva, e una seconda relativa al danno causato dalle patologie di natura psichica che si sono manifestate in lei nel corso della crescita, che sarebbero anch’esse imputabili al padre.

Nonostante l’esiguità della casistica in materia, entrambe le domande devono considerarsi ammissibili e fondate.

Partendo dalla prima, questa è infatti riconducibile alla figura dell’illecito cd. “endofamiliare”, che si verifica quando dalla violazione di obblighi di natura familiare derivino danni alla personalità di un componente della famiglia.

Con riguardo, in particolare, al diritto del figlio alla genitorialità, va richiamato quell’orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui esiste un “automatismo tra procreazione e responsabilità genitoriale, declinata secondo gli obblighi specificati negli artt. 147 e 148 c.c., che costituisce il fondamento della responsabilità aquiliana da illecito endofamiliare, nell’ipotesi in cui alla procreazione non segua il riconoscimento e l’assolvimento degli obblighi conseguenti alla condizione di genitore” (Cass. 26205/2013).

Allo stesso modo, è stato sancito che “il disinteresse mostrato da un genitore nei confronti di una figlia naturale integra la violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione della prole, e determina la lesione dei diritti nascenti dal rapporto di filiazione che trovano negli articoli 2 e 30 della Costituzione – oltre che nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento – un elevato grado di riconoscimento e tutela, sicché tale condotta è suscettibile di integrare gli estremi dell’illecito civile e legittima l’esercizio, ai sensi dell’art. 2059 cod. civ., di

un’autonoma azione volta al risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla prole” (Cass. 3079/2015).

Queste pronunce si fondano sul presupposto che il diritto del figlio a essere educato e mantenuto dai genitori sia sancito dall’art. 147 c.c. (norma a carattere precettivo), che sia direttamente connesso al semplice fatto materiale della procreazione (e prescinda pertanto dal riconoscimento o dalla dichiarazione giudiziale di paternità), e che debba essere interpretato nel senso che il figlio ha diritto a condividere fin dalla nascita con il proprio genitore la relazione filiale, sia nella sfera intima ed affettiva, sia nella sfera sociale: la violazione di tale diritto costituisce una grave violazione degli obblighi sanciti dalla Costituzione (artt. 2 e 30), della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (art. 24), nonché della Convenzione di New York del 20 novembre 1989 sui diritti del fanciullo.

Ne deriva che, laddove si accerti che tale violazione abbia determinato un vuoto affettivo e sociale nel figlio (e dunque un danno apprezzabile), si configura certamente un danno ingiusto, risarcibile allorché ricorra l’elemento soggettivo (rappresentato dalla consapevolezza del legame genitoriale da parte del genitore che sia rimasto assente).

Ebbene, nel caso per cui si procede – posto che, come visto, sussistono sia la condotta omissiva che l’elemento soggettivo – il Collegio ritiene che il danno endofamiliare subito dall’attrice sia stato adeguatamente provato: nel corso del processo, infatti, è stata svolta una C.T.U. che ha consentito di accertare che (…) ha sempre sofferto per la mancanza del padre nella propria vita.

Va precisato che tale C.T.U. è stata espletata principalmente allo scopo di accertare la sussistenza di patologie in capo alla (…), per valutare il danno psichico da essa lamentato, diverso da quello in esame. Tuttavia, le risultanze della consulenza appaiono utili anche ai fini dell’accertamento del danno endofamiliare, dal momento che evidenziano circostanze ricollegabili agli effetti dell’assenza paterna anche sul quadro affettivo e sociale dell’attrice (in una prospettiva, quindi, non patologica).

Nella perizia si legge infatti che, secondo il C.T.U., l’attrice è cresciuta con la consapevolezza e il dolore di non avere un padre. In particolare, ha sofferto per i confronti con gli altri bambini e soprattutto, dopo aver appreso dell’esistenza del padre, ha dovuto confrontarsi con la prospettiva di essere stata rifiutata. Tale tema, secondo il C.T.U. è “molto ricorrente nel suo psichismo”, al punto da essere divenuto “il tema prevalente, l’organizzatore dei suoi processi mentali”.

Un ulteriore, importante elemento di convincimento può poi trarsi in via presuntiva dalla circostanza – che si esaminerà meglio nel prosieguo, trattando del danno biologico – che l’aver appreso del rifiuto del padre abbia cagionato nella (…) disturbi psicopatologici dal 2002 in poi. Il fatto che la verità sullo (…) abbia avuto un impatto così devastante sulla psiche della ragazza appare infatti coerentemente spiegabile alla luce di un quadro di partenza già fragile, segnato dal vuoto morale ed affettivo causato dall’assenza di una figura paterna.

Vi sono quindi elementi concreti da cui desumere che l’assenza del padre abbia prodotto nell’attrice un vuoto emotivo di rilevante gravità.

In tale prospettiva, non appare condivisibile l’assunto del C.T.P. di parte convenuta, secondo cui l’attrice avrebbe potuto avvalersi del supporto affettivo dello zio, che le avrebbe fatto da padre colmando il vuoto lasciato dallo (…). Tale assunto è, infatti, una semplice ipotesi che non trova alcun riscontro né nella consulenza, né tanto meno in tutti gli altri elementi emersi nel processo, che anzi lo smentiscono, stante la comprovata fragilità dell’attrice nei rapporti con il padre biologico (fragilità che non vi sarebbe stata, se la (…) avesse potuto contare su una figura paterna sostitutiva).

Da tutte queste valutazioni discende che, dunque, può ritenersi accertata la sussistenza di un danno endofamiliare patito dalla (…), consistente nella perdita della figura paterna sin dalla nascita.

Tale danno è integralmente riferibile allo (…), senza che assumano rilievo, a differenza di quanto sostenuto dal convenuto, né la condotta inerte della madre – dal momento che i doveri genitoriali sanciti dagli artt. 147 e 148 c.c. gravano integralmente e autonomamente su ciascun genitore senza che possa immaginarsi una corresponsabilità dell’uno per le violazioni dell’altro – né la circostanza che (…) abbia intrapreso il presente processo solo molti anni dopo aver appreso l’identità del padre – perché, una volta maturato il danno, il momento scelto per l’iniziativa giudiziale è liberamente determinabile da parte del titolare del diritto, ed è ininfluente rispetto alla configurazione e determinazione del danno non patrimoniale riconosciuto (cfr. Cass. n. 26205/2013 cit.).

Passando alla seconda voce di danno non patrimoniale lamentato dall’attrice, esso consiste nel danno psichico subito dalla (…) a seguito dell’abbandono paterno, che avrebbe cagionato in lei veri e propri disturbi medicalmente accertati.

Tale danno, seppur interconnesso a quello endofamiliare appena esaminato, di cui condivide il fatto generatore, deve considerarsi autonomo, in quanto operante non sul piano della sfera emotiva e relazionale della danneggiata, quanto su quello della salute, andando a intaccare beni diversi.

Per come prospettato dalla (…), il danno in parola deve quindi essere ricondotto al genus del “danno biologico”, che si distingue dal cd. “danno morale” perché mentre quest’ultimo rappresenta una situazione di sofferenza temporanea, il danno biologico – psichico corrisponde a una menomazione definitiva dell’integrità psichica della persona (cfr. Cass. S.U. 26972/2008).

Ebbene, il Collegio ritiene che (…) abbia effettivamente dato prova di aver subito lesioni psichiche a causa della condotta dello (…).

Tale prova si ricava innanzitutto dalla consulenza di parte, che ha fornito un primo quadro clinico della (…), descrivendolo come patologico perché contrassegnato da tendenze alla depressione, disregolazione delle emozioni, aggressività, variazioni brusche dell’umore, facile irritabilità, e un “disturbo istrionico della personalità”, con una compromissione dell’integrità psichica pari al 40%. Questi disturbi, secondo la consulente, si sarebbero manifestati in modo stabile dal 2004, dopo la fine di una relazione sentimentale con un ragazzo.

Ovviamente la consulenza di parte ha una valenza probatoria limitata, trattandosi di scritto di provenienza unilaterale, ma la sua utilità, nel caso in esame, è accresciuta a fronte della C.T.U. espletata in corso di causa che – con valenza probatoria molto maggiore – ne ha confermato in larga parte i contenuti.

In particolare, il C.T.U. ha accertato che (…) soffre di un disturbo della personalità “di tipo evitante”, che incide sulla sua integrità psichica complessiva in maniera stabile, nella misura del 30- 40% (percentuale comprensiva del cd. “danno esistenziale”).

Va, comunque, subito precisato che tale valore non esprime una vera e propria invalidità dell’attrice. Esso è stato infatti determinato dal consulente facendo riferimento ai parametri contenuti nelle Linee Guida dell’Ordine degli Psicologi del Lazio del 30 novembre 2009, e non può essere direttamente convertito in equivalenti “punti” di invalidità permanente. Sono le stesse Linee Guida, infatti, a precisare che “le attuali tabelle medico legali (per le invalidità permanenti superiori al 15%) non possono ritenersi utili, perché concepite per il danno di tipo fisico e non psichico, che

presenta aspetti e dinamiche del tutto diverse; neanche sono utili quelle ministeriali per i danni c.d. micro permanenti in ambito rc auto, perché inidonee a cogliere i profili lesivi della psiche e delle conseguenze sugli aspetti dinamico relazionali comuni e non comuni a tutti”.

Deve, allora, ritenersi che la stima del C.T.U. abbia natura soltanto indicativa dei disturbi dell’attrice e svolga, soprattutto, una funzione descrittiva della loro gravità. È pertanto utile, in questa prospettiva, rilevare che, secondo le Linee Guida in parola, a una menomazione del 30-40% corrispondono alterazioni psichiche di “media gravità”, consistenti in disturbi che comportano, ad esempio, tendenze all’isolamento, perdita di interesse alle relazioni sociali, autoesclusione, lievi diminuzioni delle capacità di autorealizzazione sul piano progettuale, lavorativo e sessuale.

Si può dare pertanto per dimostrata la circostanza che l’attrice soffra di un disturbo psichico di media gravità, e ciò anche a fronte dei rilievi del C.T.P. del convenuto, che non hanno contestato tale assunto, quanto soltanto la riferibilità dei disturbi all’abbandono da parte dello (…).

Resta, quindi, soltanto da valutare la sussistenza del nesso di causalità.

Ebbene, il Collegio ritiene che, dall’esame della C.T.U., si ricavi anche la prova di tale elemento. Il perito ha infatti ricostruito dettagliatamente l’evoluzione del quadro psicologico dell’attrice, evidenziando come il disturbo di (…) abbia “origini antiche, consolidate in età puberale e si ormai cronicizzato” (vd. pag. 17), e sia con tutta probabilità ricollegabile “alla carenza della figura del padre” (vd. pag. 23).

Va peraltro osservato che il C.T.U. ha anche rilevato la parziale imputabilità del disturbo, quanto meno sul piano del nesso di causalità, anche alla madre dell’attrice, la quale non sarebbe riuscita a compensare l’assenza del padre, né a gestire adeguatamente la percezione che la figlia ha sempre avuto di tale circostanza (vd. pag. 8)

Il Collegio ritiene di condividere le conclusioni del C.T.U., sia per l’accuratezza e la logicità dell’analisi effettuata (come riconosciuto al consulente anche dai C.T.P.), sia perché il convenuto non è riuscito a confutare tale ricostruzione rappresentando decorsi causali alternativi. In particolare, è rimasta del tutto teorica e sfornita di prova la tesi secondo cui i disturbi dell’attrice sarebbero in qualche modo ereditari.

Tanto chiarito in relazione all’an debeatur per entrambe le voci di danno non patrimoniale (endofamiliare e biologico – psichico), è necessario passare a definire il quantum.

Il Collegio ritiene opportuno, a tal fine – nonostante la già chiarita autonomia tra i due eventi dannosi – procedere a una liquidazione unitaria dello stesso, stante l’unicità della condotta dannosa e la circostanza che, in sostanza, nel caso in esame il danno biologico – psichico ha comunque rappresentato una sorta di evoluzione del danno endofamiliare. L’opportunità di procedere a una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale appare altresì coerente con i più recenti orientamenti giurisprudenziali, che hanno sancito la tendenziale unitarietà di tale danno e la funzione solo descrittiva delle singole categorie (Cass. n. 24864/10; 4484/10; 25236/09).

Dal momento che, come precisato, il danno endofamiliare si è manifestato per primo e ha costituito la base su cui si è poi innestato il danno biologico, appare opportuno porre alla base della liquidazione la prima specie di danno.

Ebbene, per procedere al calcolo del danno endofamiliare, in mancanza di strumenti ad hoc e dovendo ricorrere necessariamente all’equità, il Collegio ritiene opportuno, inserendosi in un filone

giurisprudenziale che va consolidandosi, avvalersi dalle tabelle adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano, e fare applicazione, in particolare, delle tabelle del 2014 riferite al cd. “danno parentale”, cioè al danno risarcibile al figlio per la morte di un genitore. Tale danno presenta infatti indubbi punti di contatto con le ipotesi in esame, dal momento che anche in tali casi il figlio è costretto a rinunciare all’apporto affettivo e relazionale del genitore.

Naturalmente, dal momento che in caso di abbandono genitoriale la perdita non può ritenersi totale e definitiva come nel caso del decesso, appare necessario procedere ad una rideterminazione dell’importo tabellare che tenga conto degli elementi emersi nel caso specifico, e che pertanto consideri le tabelle del danno parentale solo un “punto di riferimento” (cfr. T. Matera, sent. 7 dicembre 2017; T. Milano, sent. 23 luglio 2014; Cass. 11657/2014; Cass. 26205/2013).

Ebbene, il Collegio ritiene che nel caso di specie, tenuto conto del lasso di tempo trascorso tra la nascita della (…) e i primi contatti con lo (…) (avvenuti a 28 anni) e dell’età in cui la ragazza ha appreso l’identità del padre (17 anni), appare equo adottare come base di calcolo l’importo tabellare minimo, ridotto a circa 1/3 per complessivi Euro 54.300. Tale somma deve essere poi ulteriormente ridotta di 1/5 in considerazione del fatto che lo (…) accettò di incontrare in alcune occasioni, tra il 2006 e il 2007, la figlia, con ciò fornendo un apporto genitoriale minimo, benché tardivo e insufficiente.

Fissata, pertanto, in Euro 43.440 la somma base dovuta dal convenuto all’attrice a titolo di danno da illecito endofamiliare, questa può poi essere aumentata dell’80% per comprendervi il risarcimento del danno psichico, così come accertato dal C.T.U. (il danno è aumentato dell’80% e non del 100% in ragione della parziale imputabilità del disturbo alla madre).

Lo (…) deve essere, in conclusione, condannato al pagamento della somma onnicomprensiva di Euro 78.192 a titolo di danno non patrimoniale, somma da considerarsi già congrua all’attualità.

Per quanto riguarda la domanda relativa al rimborso delle spese di terapia, pari a Euro 16.000, questa non può essere accolta, perché non è sufficientemente documentata. L’unico elemento prodotto dall’attrice è infatti la consulenza di parte, che ipotizza tale cifra in modo assolutamente generico e senza indicare le specifiche cure di cui la (…) necessita.

Infine, va esaminata la domanda dell’attrice di condanna dello (…) al pagamento di una somma mensile quale contributo al mantenimento.

Tale domanda è infondata, dal momento che, come si è già visto trattando della domanda proposta da (…), deve ritenersi che l’attrice abbia raggiunto l’indipendenza economica già da anni, e non rileva l’attuale stato di disoccupazione, dal momento che l’obbligo di contribuzione paterno, una volta cessato, non è suscettibile di rivivere.

Peraltro, che i presupposti per la condanna dello (…) al pagamento di tale contributo non sussistessero al momento dell’instaurazione del processo si ricava già dall’atto di citazione, in cui l’attrice ha rappresentato di lavorare a tempo indeterminato presso una ditta (ancorché part-time), nonché di vivere stabilmente con un compagno in un appartamento a Firenze: tali elementi bastano da soli a comprovare la raggiunta autonomia economica e familiare della (…).

3. Domanda riconvenzionale

Quanto, infine, alla domanda riconvenzionale con cui lo (…) ha chiesto che (…) fosse condannata a risarcire alla figlia una parte del danno causato dall’assenza paterna, questa deve essere rigettata perché infondata.

Come già più volte precisato, infatti, è rimasta del tutto sfornita di prova la tesi del convenuto secondo cui la (…) avrebbe impedito al convenuto di vedere la figlia durante il corso della sua vita. Non vi è, dunque, spazio per ravvisare alcun profilo di responsabilità della donna per l’assenza paterna.

Né può porsi alla base di tale domanda la circostanza che, come rilevato dal C.T.U., il danno biologico-psichico subito dall’attrice sia in parte riferibile anche al comportamento della madre, che non ha gestito in modo ottimale l’assenza del padre durante la crescita della figlia.

A tale circostanza, infatti, è stata riconosciuta un’incidenza sul piano oggettivo (con riguardo cioè al nesso causale) e dunque sulla liquidazione del danno non patrimoniale, determinando una riduzione della somma finale; tuttavia, non appare possibile addebitarla alla madre anche sul piano soggettivo, non essendo emerso dall’istruttoria alcun elemento di dolo o colpa nel comportamento della (…), la quale, al contrario, risulta aver sempre cercato di crescere la figlia al meglio delle proprie possibilità. Lo stesso C.T.U., del resto, ha osservato che la condotta della madre – pur avendo inciso sulla determinazione del danno – si è mantenuta all’interno di una gestione normale del rapporto genitoriale, tenendo conto delle caratteristiche socioculturali del nucleo familiare.

4. Spese di lite

Le spese di lite seguono il principio della soccombenza, e sono liquidate come da dispositivo, applicando i parametri medi del D.M. n. 55 del 2014, per tutte le quattro fasi di giudizio, tenendo conto della somma concretamente liquidata.

Dal momento che i difensori dell’attrice e della terza intervenuta hanno difeso soggetti con diverse posizioni processuali, sono dovute integralmente le spese di lite per ciascuna delle parti.

P .Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, così provvede:

– dichiara cessata la materia del contendere in relazione alla domanda di dichiarazione giudiziale di paternità;

– condanna (…) a pagare a (…), a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, la somma di Euro 78.192, più interessi legali dalla domanda al saldo;

– condanna (…) a pagare a (…), a titolo di rimborso per le spese sostenute per la figlia, la somma di Euro 61.000, più interessi legali dalla domanda al saldo;

– rigetta le altre domande;

– condanna (…) a pagare a (…) le spese di lite, che si liquidano in Euro 950 per spese, 13.500 per onorari, più rimborso forfetario, IVA e CPA;

– condanna altresì (…) a pagare a (…) le spese di lite, che si liquidano in Euro 13.500 per onorari, più rimborso forfetario, IVA e CPA.

Così deciso in Reggio Emilia l’1 febbraio 2018. Depositata in Cancelleria l’8 febbraio 2018


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