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Dimissioni del lavoratore: la guida

7 luglio 2017


Dimissioni del lavoratore: la guida

> Business Pubblicato il 7 luglio 2017



Le regole base per rassegnare le dimissioni e il periodo di preavviso. Ecco cosa fare.

Con le dimissioni il lavoratore interrompe unilateralmente il rapporto con il proprio datore di lavoro. Si tratta di un atto che non deve essere motivato e che va effettuato rispettando un termine di preavviso determinato dai contratti collettivi nazionali di lavoro: di norma le dimissioni vengono presentate quando il dipendente trova un impiego a condizioni più favorevoli o quando per altre ragioni ritiene conclusa la propria esperienza professionale alle dipendenze di una determinata ditta. L’effetto delle dimissioni è quello di interrompere il rapporto di lavoro.

Dimissioni volontarie

Presentando le dimissioni volontarie il lavoratore con una scelta consapevole lascia il proprio lavoro.

Se da una parte è vero che le dimissioni non vanno giustificate e che quindi il lavoratore può interrompere il rapporto di lavoro sulla base delle proprie valutazioni, la legge richiede che tale interruzione debba essere comunicata con un congruo preavviso al datore di lavoro. ll termine di tempo relativo [1] viene stabilito all’interno dei contratti collettivi di lavoro e varia, in genere, a seconda base alle mansioni del lavoratore e dell’anzianità di servizio del lavoratore. Il preavviso è sempre obbligatorio, nel caso in cui lavoratore dia le proprie dimissioni «in tronco», quindi smettendo di lavorare da un giorno all’altro o comunque prima della scadenza del preavviso, il datore di lavoro può richiedere un risarcimento al lavoratore, pari di solito alle giornate di mancato preavviso.

 

Dimissioni per giusta causa

Le dimissioni per giusta causa vengono presentate dal lavoratore non per ragioni personali, ma perché il rapporto di lavoro si è rovinato irrimediabilmente e il lavoratore non ritiene più di poter proseguire il lavoro neanche temporaneamente. Si considerano dimissioni per giusta causa le dimissioni determinate [2]:

  • dal mancato pagamento della retribuzione;
  • dall’aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro;
  • dalle modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative;
  • dal c.d. mobbing, ossia di crollo dell’equilibrio psico-fisico del lavoratore a causa di comportamenti vessatori da parte dei superiori gerarchici o dei colleghi;
  • dalle notevoli variazioni delle condizioni di lavoro a seguito di cessione dell’azienda ad altre persone (fisiche o giuridiche) [3] ;
  • dallo spostamento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le «comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive» previste dal codice civile [4];
  • dal comportamento ingiurioso posto in essere dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente [5] .

Nel caso di dimissioni per giusta causa non è necessario dare alcuna comunicazione preventiva al datore di lavoro e, anzi, il preavviso di licenziamento che spetterebbe al lavoratore e del quale egli non fruisce deve essere compensato dal titolare attraverso un’indennità (l’ «indennità di preavviso» appunto).

Cosa si intende per dimissioni in bianco

Le dimissioni in bianco sono un fenomeno diffuso per il quale il datore di lavoro al momento dell’assunzione impone (illecitamente) al proprio dipendente di firmare una dichiarazione di dimissioni lasciando in bianco la data, in modo tale da potere utilizzare questo documento come strumento di ricatto, violando di fatto le norme che regolano il licenziamento individuale.

Con la riforma Fornero [6] si è cercato di ridurre questo fenomeno: le dimissioni devono essere convalidate dal dipendente dimissionario presso la Direzione territoriale del lavoro, presso il Centro per l’impiego o presso le sedi previste all’interno dei contratti collettivi. In alternativa il lavoratore può limitarsi a firmare una dichiarazione di conferma sulla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto al Centro per l’impiego. Se il dipendente non convalida le dimissioni l’imprenditore ha tempo trenta giorni dalla data delle dimissioni per inviare al lavoratore una lettera con la quale lo invita ad attivarsi e ad andare presso le sedi competenti per effettuare la convalida.

A questo punto il lavoratore ha sette giorni per:

  • replicare al datore di lavoro contestando le dimissioni;
  • dichiarare di ritirare le dimissioni offrendosi di continuare il rapporto di lavoro;
  • convalidare le dimissioni;
  • firmare la dichiarazione sulla ricevuta di trasmissione delle dimissioni al Centro per l’impiego.

Se nel termine di sette giorni il lavoratore non effettua nessuna delle attività di cui sopra allora il rapporto di lavoro si conclude validamente.

La procedura di dimissione dal lavoro si effettua oggi online, per sapere come operare consigliamo di leggere il nostro approfondimento Dimissioni e risoluzioni online: ecco come fare.

Dimissioni online: maggiore tutela per il lavoratore

In attuazione Il Ministero del lavoro ha emanato con decreto le regole tecniche per rendere effettiva la procedura di recesso dal rapporto di lavoro dal 12 marzo 2016 : il lavoratore è tenuto ad utilizzare per la comunicazione di recesso un modulo appositamente messo a disposizione sul sito internet del Ministero. Il modulo può essere compilato dal lavoratore:

  • in proprio, dopo aver richiesto e ottenuto un Pin dispositivo dall’ Inps (leggi anche Cos’è il Pin dispositivo Inps?)
  • tramite un patronato, un’organizzazione sindacale, un ente bilaterale o una commissione di certificazione (i c.d. soggetti abilitati).

Il modulo telematico (ormai obbligatorio) è un ulteriore salvaguardia a garanzia del lavoratore.

Esso deve contenere la volontà del lavoratore di recedere (o di revocare un precedente recesso): una volta firmato digitalmente (in proprio dal lavoratore o tramite il soggetto abilitato), il lavoratore riceve dal sistema informatico ministeriale una certificazione che attesta provenienza, data e ora della sottoscrizione digitale.

note

[1] Codice Civile art. 2118.

[2] Circolare Inps 163/2003.

[3] Corte di Giust. Europea sent. del 24.01.2002.

[4] Corte di Cass. sent. n. 1074/1999.

[5] Corte di Cass. sent. n. 5977/1985.

[6]  L. n. 92/2012 (Legge Fornero).

Autore immagine: Pixabay.com

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