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Cartella di pagamento: quando conviene impugnare

5 agosto 2018


Cartella di pagamento: quando conviene impugnare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 agosto 2018



Quando il pignoramento dell’Agenzia delle Entrate Riscossione può essere bloccato dal ricorso del contribuente contro la cartella esattoriale e quando invece la causa è del tutto inutile. Il caso degli indebitati nullatenenti. 

Se hai ricevuto una cartella di pagamento ti sarai fatto anche tu la domanda che, in milioni di contribuenti, si sono già posti prima di te: fare ricorso o pagare? Pagare subito o aspettare? Mettersi in regola o rischiare? In alcuni casi la scelta è obbligata; quando non ci sono soldi a sufficienza, la valutazione si riduce a due alternative: impugnare la cartella oppure sperare che il fisco non faccia nulla. Ed in altri casi ancora, se non c’è neanche la possibilità di pagare l’avvocato, non si pone alcuna opzione. Qualche filosofo moderno diceva che i problemi dell’uomo derivano dalle scelte. Evidentemente non si riferiva alle tasse: chi non ha alternative all’esecuzione esattoriale non è così sereno come vorrebbero i pensatori. Ma laddove c’è possibilità di valutare possibili scappatoie, è lecito chiedersi quando conviene impugnare la cartella di pagamento. Su un piatto della bilancia si pone infatti la possibilità di una soluzione definitiva e una cancellazione del debito; dall’altro però c’è l’incertezza, i tempi, la possibilità di subire nelle more un pignoramento e di dover comunque corrispondere l’onorario al difensore e anticipare le spese del giudizio. Insomma, valutare se conviene impugnare la cartella di pagamento non è così semplice come può sembrare e come vorrebbero far credere coloro che sono interessati al business dei ricorsi in commissione tributaria. Ecco perché qui di seguito faremo alcune considerazioni che, lungi dal voler costituire una regola per tutti, serviranno quantomeno ad orientare in questa difficile scelta.

Impugnare la cartella per chi non ha nulla da perdere

La prima domanda che ci si deve porre per valutare se conviene impugnare la cartella di pagamento è cosa si ha da perdere in caso di un pignoramento. Difatti l’attuale legge pone una serie di limiti all’esecuzione forzata che lascia fuori dal rischio numerosi contribuenti. Chi ad esempio non ha nulla intestato, difficilmente può subire un’aggressione da parte dell’Agente della Riscossione. Voler quindi impugnare una cartella di pagamento potrebbe essere solo la scusa per non lasciare debiti alla propria morte, fermo restando che, in vita, il creditore non potrà fare alcunché (al massimo si riceverà qualche raccomandata in più dal postino).

Non c’è però bisogno di essere nullatenenti per non rischiare un pignoramento. Non rischia neanche chi è al di sotto della soglia di povertà. In particolare non può essere pignorata:

  • l’unica casa di proprietà del debitore se vi ha fissato la residenza ed è adibita a civile abitazione; non deve inoltre essere di lusso (A/8 o A/9). Se però il debitore ha altri immobili intestati, saranno tutti pignorabili, a condizione che il debito sia superiore a 120mila euro;
  • la pensione se è al di sotto del minimo vitale, pari a una volta e mezzo l’assegno sociale: circa  679,50  euro;
  • il deposito sul conto corrente ove viene accreditato stipendio o pensione, se inferiore al triplo all’assegno sociale: circa 1.359 euro. Gli altri conti correnti sono interamente pignorabili salvo ovviamente che siano a zero o in rosso.

Anche il nullatenente – nell’accezione lata sposata dal legislatore – potrebbe però voler ripulire la propria posizione debitoria e cancellare i debiti non dovuti. In tal caso fare ricorso può essere vantaggioso per non lasciare debiti ai propri successori. Resta il fatto che, in caso di sconfitta, come non si rischiava nulla prima, non si rischia nulla neanche con la sentenza di condanna. Resterà però da pagare l’onorario al proprio difensore.

La casa ipotecata

Rischia un’ipoteca sulla casa solo chi ha debiti superiori a 20mila euro. Ma l’ipoteca è davvero un pregiudizio? In realtà non sempre. Chi non ha alcuna intenzione di vendere può ben vivere nella casa ipotecata, visto che tale misura non determina alcuna modifica circa la proprietà o rischio di pignoramento. Il pignoramento della casa scatterebbe solo se il debitore ha altri immobili intestati e il debito supera 120mila euro.

Avere casa ipotecata significa solo che, qualora si dovesse decidere di cederla, il nuovo titolare acquisirebbe anche l’ipoteca. Il che rende difficilmente appetibile l’acquisto del bene. A meno che, con il prezzo di vendita, non si vada subito ad estinguere l’ipoteca. Un’operazione, quest’ultima, che richiede la collaborazione del notaio affinché certifichi che, effettivamente, il venditore, nel momento in cui riceve il corrispettivo, destini questo o una parte di questo alla cancellazione dell’ipoteca.

Per il resto, c’è chi vive in una casa ipotecata da diversi anni senza alcun pregiudizio: l’ipoteca è solo una garanzia per il creditore che, in caso di cessione dell’immobile, potrà ugualmente conservare i suoi diritti nei confronti del nuovo intestatario.

Come detto l’Agente della Riscossione, se anche ha un’ipoteca sulla casa, non necessariamente può pignorarla. Potrebbe passare dall’ipoteca al pignoramento solo a condizione che:

  • non sia l’unico immobile di proprietà del debitore
  • il debito sia superiore a 120mila euro.

Il fermo dell’auto

L’eventuale fermo amministrativo dell’auto è un rischio che si corre con qualsiasi ammontare di debito. Ma secondo molti giudici l’auto cointestata non può essere oggetto di fermo.

Resta che se si si dimostra che l’auto è strumentale all’esercizio di un’attività imprenditoriale o professionale non può essere pignorata.

Rischi nell’impugnare una cartella di pagamento

Chi decide di impugnare una cartella deve sapere che non sempre il ricorso garantisce la sospensione della stessa, anche se di solito il giudice, alla prima udienza, lo concede quando i motivi appaiono fondati. Quindi è ben possibile che, fino a quando non arriva la sentenza, si può essere oggetto di pignoramento.

Il rischio di un ricorso infondato è di dover pagare le spese processuali e ovviamente il proprio difensore (la cui parcella va onorata sempre, anche in caso di insuccesso).

Inoltre l’avvio del ricorso interrompe la prescrizione e fa sì che questa, in caso di sconfitta, diventi di dieci anni (tale è la prescrizione della sentenza di condanna).

Vantaggi nel non fare ricorso

Non fare ricorso può garantire il decorso del tempo per la prescrizione, sempre che il fisco, nel frattempo, non invii atti che interrompono i termini (un sollecito, un’intimazione di pagamento, un fermo, un’ipoteca o un pignoramento).

Ad esempio, se sono decorsi già quattro anni da quando è stata ricevuta l’ultima cartella per il mancato pagamento dell’imposta sui rifiuti bisogna valutare il fatto che, attendendo un altro solo anno, il debito cadrà in prescrizione.

Si ricordi a tal fine che la prescrizione è di 10 anni per le imposte erariali (Irpef, Iva, Irap, Ires, bollo, ipotecaria, registro); di 5 per le imposte locali (Imu, Tasi, Tari), per le sanzioni amministrative (multe stradali, protesti, ecc.), per i contributi previdenziali (Inps) e assistenziali (Inail); di 3 anni per il bollo auto.

Si può anche presentare una istanza di dilazione (rateazione) e nel frattempo valutare se fare ricorso o meno: l’eventuale domanda infatti non costituisce un’ammissione di debito.

Vantaggi nel fare ricorso contro la cartella

Indubbiamente chi ha ampi margini di vittoria (si pensi a un pignoramento avviato su una cartella mai notificata, o a una cartella notificata senza il previo avviso di accertamento) ha più interesse a fare ricorso contro la cartella e, in caso di vittoria, potrebbe sperare nella condanna della controparte al rimborso delle spese legali (tuttavia sino ad oggi i giudici tributari hanno dimostrato di applicare la cosiddetta “regola della soccombenza” con estrema parsimonia, solo nelle ipotesi di ragione conclamata da parte del contribuente).

I vantaggi sono inoltre dettati dalla possibilità, in caso di accoglimento della domanda, di un totale annullamento del debito.

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