Diritto e Fisco | Editoriale

Il Tribunale ordina a Twitter di rivelare i nomi degli utenti razzisti

26 Gennaio 2013 | Autore:
Il Tribunale ordina a Twitter di rivelare i nomi degli utenti razzisti

Twitter potrebbe essere costretto a rivelare gli indirizzi dei propri utenti per consentire alle autorità di scovare e punire i reati più gravi: la lesione della privacy è un vessillo fin troppo sfruttato per le battaglie dei netizen.

Si ripete lo scontro tra magistratura e new economy per la trasparenza dei dati degli utenti che utilizzano piattaforme e social network.

Questa volta il campo di battaglia è Twitter e, in particolare, alcuni cinguettii in lingua francese che avrebbero sbeffeggiato il popolo ebreo. I messaggi antisemiti hanno risvegliato l’indignazione dell’Unione Studenti Ebrei che si è rivolta alla magistratura d’oltralpe e, quest’ultima, a sua volta, al social network affinché fornisca i nomi degli utenti razzisti.

Quando qualche magistrato si azzarda a scardinare l’anonimato della rete puntualmente si alza l’indignazione popolare. Rivelare i nomi dei “social users” viene avvertito come un attentato ai capisaldi costituzionali. Basta poco per spaventare una folla: è sufficiente che una persona inizi a scappare, che tutti gli corrono dietro. La vittima sacrificale è ancora una volta la parola “privacy”.

Tuttavia, quella che viene professata come una campagna anti-liberticida, contraria alla limitazioni sul web, non è che una populistico ribaltamento della realtà, cui dietro si nasconde un comunissimo interesse economico.

Nessuno si scandalizzerebbe di un’eventuale ordinanza giudiziale restrittiva se gli utenti di Twitter fossero soliti incappucciarsi e organizzare manifestazioni razziste con le croci di fuoco, a mo’ del Ku Klux Klan. Ma quando c’è di mezzo la rete, le verità riescono sempre a essere stravolte.

Sebbene sia innegabile che una sconsiderata minoranza di utenti non rappresenti tutto il network e che Twitter stesso non possa essere responsabile per ciò che fanno i suoi iscritti, tuttavia non perché un illecito venga commesso dietro uno schermo e una tastiera non deve essere punito. Esiste il reato di incitamento all’odio raziale e le metodologie con cui esso viene realizzato non rilevano.

Credere alle favole fa male. I paladini della libertà di espressione, Google e Facebook sopra tutti, sono tra le aziende che spendono più in lobbying. Solo nel 2012, BigG ha investito ben 16,48 milioni di dollari per orientare le decisioni del Congresso (un aumento del 70% rispetto all’anno precedente). In regalo, l’antitrust USA – la Federal Trade Commission – ha graziato Google e Mark Zuckerberg da sanzioni per l’uso improprio di alcuni brevetti di Motorola.

Insomma, giova sempre all’immagine delle aziende impersonare il ruolo dei difensori delle libertà. Ma è bene ricordare anche che, dove una libertà viene estesa oltre il suo normale confine, un’altra viene sempre uccisa.



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