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Denunciare per molestie

7 settembre 2018 | Autore:


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Ecco tutti i casi in cui è possibile denunciare per molestie: molestie telefoniche, molestie sessuali, molestie sul posto di lavoro, molestie dei vicini, rumori molesti.

Sicuramente anche tu, almeno una volta nella vita, avrai avuto la tentazione di alzare la cornetta del telefono e di chiamare i carabinieri a causa dei rumori e dagli schiamazzi che provenivano dal locale vicino; oppure, ti sarà capitato davvero di dover sporgere denuncia per le continue telefonate anonime che ricevevi sul telefono di caso o sul cellulare. Questi sono solamente alcuni esempi di molestie che una persona può subire; accanto a questi, ne esistono tanti altri molto più seri, ove davvero non c’è da pensarci due volte sulla possibilità di sporgere denuncia o meno: pensiamo solamente per un attimo alle molestie sessuali e a quelle sul luogo di lavoro. Ad ogni modo, la denuncia consente sempre di perseguire penalmente l’autore del crimine, cioè di intraprendere un procedimento contro di lui affinché, se i fatti dovessero essere confermati, all’autore possa essere inflitta una condanna (di norma, il carcere). Sebbene appaia tutto facilissimo, in realtà per molte persone sporgere una denuncia per molestie non è cosa facile: un po’ per la generale sfiducia che gli italiani nutrono nei riguardi della giustizia; un po’ perché il crimine subito non è sempre facile da raccontare, come spesso avviene nel caso della violenza sessuale. Se questo argomento ti interessa, e cioè se vuoi sapere cosa fare in caso di molestie di ogni tipo, prosegui nella lettura: troverai una vera e propria guida su come e quando denunciare per molestie.

Denuncia: cos’è?

Se ti stai chiedendo come e quando denunciare per molestie, devi prima sapere cos’è una denuncia. La denuncia è quell’atto, scritto od orale, con cui una persona porta a conoscenza dell’autorità competente (pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria) un fatto che presenta i tratti del reato. Anche quando meramente orale, la denuncia va sempre raccolta in un verbale che deve poi essere sottoscritto dal denunciante. La denuncia, quindi, consente alle forze dell’ordine di venire a conoscenza di crimini di cui era all’oscuro.

Denuncia: come funziona?

La denuncia (anche quella per molestie, ovviamente) può essere presentata in forma orale o scritta. Nel primo caso l’ufficiale di polizia giudiziaria (carabinieri, polizia, guardia di finanza) redige verbale che andrà poi firmato dal denunciante, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale [1]. Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto: si potrà dire, ad esempio, che al rientro da lavoro è stata trovata la porta scassinata e alcuni oggetti mancanti in casa; oppure, che il cellulare che si custodiva nella tasca della giacca è stato sottratto alla fermata di un autobus. È sempre consigliabile, comunque, essere il più precisi possibili: è importante descrivere dettagliatamente l’episodio, in modo da poter aiutare le forze dell’ordine nel compiere il loro lavoro. Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

La denuncia non è (normalmente) un atto obbligatorio: in presenza di un fatto che mostra i connotati del reato, il normale cittadino non è tenuto a sporgere denuncia. Allo stesso modo, la vittima di un reato non è obbligata a querelare l’autore del crimine. Quindi, se assisti ad un furto oppure ad altri reati, perfino ad un omicidio, non sei obbligato a fare denuncia (si ripete, salvo rare eccezioni previste dalla legge).

Querela: cos’è e come funziona?

La querela è molto simile alla denuncia; anzi, per certi versi è del tutto identica, salvo il fatto che essa deve essere sporta direttamente dalla vittima del reato entro determinati limiti di tempo, e deve contenere l’esplicita manifestazione di volontà in ordine alla punizione del responsabile del crimine. Secondo il codice di procedura penale [2], la querela è una condizione di procedibilità con la quale si esprime l’intenzione di procedere in ordine ad un fatto che costituisce reato. In termini più semplici, la querela è la volontà, manifestata per iscritto o verbalmente da chi è vittima del reato, di perseguire l’autore del fatto delittuoso. Senza questo consenso la legge non può punire l’autore del reato.

Chi riceve la querela provvede all’attestazione della data e del luogo della presentazione, all’identificazione della persona che la propone e alla trasmissione degli atti all’ufficio del pubblico ministero. Anche chi presenta la querela ha diritto di ottenerne l’attestazione di ricezione [3]. A differenza della denuncia, la querela deve manifestare inequivocabilmente la volontà che si proceda in ordine a un fatto previsto dalla legge come reato. Il diritto di querela, inoltre, deve essere esercitato, a pena di decadenza, entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce reato. Il termine è di sei mesi soltanto per alcuni particolari delitti (ad esempio, violenza sessuale e stalking).

Denuncia: cosa comporta?

Spiegato cosa sono la denuncia e la querela, vediamo quali sono i principali effetti che conseguano ad  essi. In pratica, se denunci o quereli una persona per molestie stai invitando le autorità ad indagare su di lui: in buona sostanza, dai il via alle indagini preliminari guidate dal magistrato del pubblico ministero territorialmente competente. Ed infatti, appena ricevuta la denuncia, la polizia o i carabinieri la trasmettono immediatamente alla procura, così che il nominativo del denunciato o del querelato venga iscritto nell’apposito registro delle notizie di reato (cosiddetto registro degli indagati). Nel caso in cui la denuncia sia contro ignoti, la notizia di reato viene comunque iscritta, ma nel registro degli ignoti. L’iscrizione segna ufficialmente l’avvio delle indagini preliminari.

Orbene, se le autorità, dopo i primi rilievi (interrogatori, ispezioni, perquisizioni, escussione di persone informate sui fatti, ecc.) ritengono che la notizia di reato sia fondata, provvederanno a comunicare al denunciato/querelato che le indagini stanno per sfociare in un rinvio a giudizio vero e proprio: verrà quindi invitato a nominare un difensore di fiducia e a prepararsi al processo.

Denuncia per molestie telefoniche

Dopo aver spiegato cos’è una denuncia, qual è la differenza con la querela e cosa comporta segnalare alle autorità un fatto costituente reato, vediamo ora qualche ipotesi di denuncia per molestie, iniziando dalle molestie telefoniche. Il codice penale punisce con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516 chi, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo [4]. Dalla lettura della norma si evince che il legislatore ha previsto un generico reato di molestia o disturbo alle persone arrecato per una ragione riprovevole. Il bene giuridico tutelato è sia la tranquillità pubblica che quella del privato (reato cosiddetto plurioffensivo): nel primo caso, rileva che la condotta molesta avvenga in luogo pubblico o aperto al pubblico; nel secondo, invece, l’utilizzo del mezzo telefonico o di qualsiasi altro idoneo ad arrecare disturbo. Trattasi di una contravvenzione, cioè di un reato minore, non punito con la reclusione e suscettibile di prescrizione più breve di quella prevista per i delitti.

Secondo la Corte di Cassazione integra il reato di molestie la condotta di continuo ed insistente corteggiamento che risulti sgradito alla persona destinataria [5]. Nel caso affrontato dai giudici, l’ex fidanzato della persona offesa le aveva rivolto frasi ed attenzioni per ore, alla presenza di numerosi avventori del locale pubblico ove la donna lavorava come cameriera. Ancora, costituisce il reato di molestie l’insistente corteggiamento di una donna che si estrinsechi in ripetuti pedinamenti e in continue telefonate [6]. Commette la stessa contravvenzione anche la donna che segue metodicamente in automobile l’ex fidanzato e lo infastidisce [7], nonché l’uomo che, durante una proiezione cinematografica, taglia una ciocca di capelli alla ragazza che gli siede davanti [8].

Denuncia per molestie sessuali

Sebbene nel gergo comune si senta spesso parlare di molestie sessuali, in realtà la legge italiana non prevede un reato del genere; questo non significa, però, che una molestia a sfondo sessuale resti impunita. A meno che la condotta non rientri in una di quelle viste nel paragrafo precedente, la molestia sessuale può essere punita addirittura a titolo di violenza vera e propria. Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [9]. Si parla in questi casi di violenza per costrizione. Secondo la legge, alla stessa pena soggiace anche chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima, ovvero traendo in inganno la stessa sostituendosi ad altra persona. In queste circostanze, non essendovi nessuna coercizione, si parla di violenza per induzione.

La violenza sessuale è un reato comune, cioè un reato che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). L’elemento soggettivo del delitto è il dolo generico, ovvero la consapevolezza di compiere atti sessuali costringendo o inducendo la vittima a subirli contro il proprio volere. È indifferente il fine specifico dell’aggressore: l’atto sessuale può essere compiuto per dare mero sfogo alla propria libidine, per vendetta, per un malato innamoramento. L’atto sessuale è la condotta oggettiva che l’autore deve realizzare per poter incorrere nella sanzione penale. È importante capire cosa si intende con tale nozione, essendo il fulcro del delitto di violenza sessuale

Atti sessuali: quando si possono denunciare?

Al fine di definire cosa siano gli atti sessuali al centro del reato di violenza sessuale si è soliti fare riferimento ad un criterio oggettivo e ad uno soggettivo. Secondo il primo, l’atto sessuale è solamente quelle inerente alle parti del corpo che la scienza medica definisce come zone erogene, cioè quelle zone capaci di stimolare l’istinto sessuale (organi genitali, cosce, labbra, ecc.). L’identificazione della natura sessuale dell’atto, pertanto, deve passare per la previa individuazione della zona corporea che l’autore ha cercato di violare con la propria condotta: se la parte del corpo rientra tra quelle erogene, si integra il reato di violenza sessuale.

Secondo il criterio soggettivo, invece, si commette violenza sessuale anche quando la parte del corpo oggetto di attenzioni non può essere definita erogena, ma il comportamento del soggetto è comunque inequivocabilmente teso a raggiungere un piacere sessuale. Secondo questa teoria, quindi, anche un bacio sulla guancia (zona non erogena), se dato all’evidente scopo di godere di una particolare voluttà, può integrare il delitto di cui stiamo parlando. Anche la giurisprudenza oscilla tra le due teorie: secondo la Corte di Cassazione, la nozione di atti sessuali comprende tutti quegli atti indirizzati verso zone erogene della vittima e quindi anche i toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime, anche sopra i vestiti, suscettibili di eccitare la voluttà dell’autore [10]. Sempre secondo la Suprema Corte, la condotta vietata nel delitto di violenza sessuale ricomprende, oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, anche senza contatto fisico diretto con la vittima, sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà della persona attraverso l’eccitazione o il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente [11].

Violenza sessuale e molestie: differenze

Come anticipato, la differenza tra i due reati sta nel grado di invasività della sfera intima della vittima, di gran lunga maggiore nel caso di violenza sessuale. Ed infatti, secondo la Corte di Cassazione, in tema di reati sessuali, il toccamento non casuale di una parte del corpo non considerata come zona erogena ma suscettibile di eccitare il desiderio sessuale configura il delitto di violenza sessuale tentata e non quello di molestia sessuale, dovendosi quest’ultimo ritenere integrato solo in presenza di espressioni volgari a sfondo sessuale ovvero di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi dall’abuso sessuale vero e proprio [12]. Sempre la Suprema Corte ha ritenuto che il toccamento dei glutei va considerato violenza sessuale e non molestia, atteso che nel reato di violenza la condotta sanzionata (cioè gli atti sessuali) comprende qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, pur se fugace ed estemporaneo, ponga in pericolo la libera autodeterminazione della vittima [13]. Una sentenza più recente ha invece stabilito che quando il corteggiamento molesto consiste in gesti a sfondo sessuale ed esplicite allusioni, può integrarsi il tentativo di violenza sessuale nel caso in cui la vittima non abbia possibilità di fuga [14]. Anche in questa circostanza, infatti, la libertà sessuale della vittima aveva subito una costrizione intollerabile poiché il reo si era rifiutato di aprire la porta del mezzo di trasporto da lui condotto, impedendo il passaggio alla donna e costringendola ad osservare i suoi osceni atteggiamenti.

Denuncia per molestie sul lavoro

Purtroppo il fenomeno delle molestie sul posto di lavoro è tristemente noto, tanto da aver assunto una denominazione propria: quella di mobbing. Il mobbing consiste nei reiterati e prolungati comportamenti ostili del datore di lavoro ai danni del dipendente: si parla, in questo caso, di mobbing verticale (o di bossing). Al contrario, quando le pratiche moleste giungono dai colleghi, si discorre di mobbing orizzontale. In entrambi i casi, comunque, la vittima subisce dei soprusi che hanno dei risvolti negativi sia sulla sua carriera che sulla sua salute.

La Corte di Cassazione [15] ha individuato i cinque elementi fondamentali del mobbing, in presenza dei quali v’è sicuramente responsabilità del datore o dei colleghi:

  • molteplicità dei comportamenti ostili;
  • ripetitività delle vessazioni per un congruo periodo di tempo: è stato ritenuto congruo un periodo pari a circa sei mesi;
  • lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
  • tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto;
  • l’intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti. In altre parole, il mobbing deve essere finalizzato proprio a danneggiare la vittima.

Per essere più chiari possiamo fare qualche esempio. Ipotesi ricorrente di mobbing è quella in cui il datore di lavoro svuoti di mansioni il dipendente, obbligandolo a una forzata inattività, per umiliarlo e farlo sentire inadeguato. Un altro caso di mobbing frequente è quello del demansionamento, ossia quando si costringe il dipendente a svolgere mansioni di livello inferiore rispetto a quelle per cui è stato assunto. Come detto, ciò deve avvenire in più situazioni e con il medesimo intento, non solo occasionalmente (magari per colmare lacune del personale). La giurisprudenza attribuisce significativo valore alla durata del demansionamento e richiede un ampio dislivello tra le mansioni precedentemente svolte e quelle successivamente assegnate.

Altri esempi di mobbing sono l’emarginazione sul lavoro (si pensi a un lavoratore cui nessun collega rivolge la parola); la diffusione di maldicenze; le continue critiche; la persecuzione sistematica; le limitazioni alla possibilità di carriera. Spesso il lavoratore mobbizzato si sente isolato e non sa come provare le vessazioni che subisce. Quindi, in caso di mobbing, è possibile sporgere denuncia?

Mobbing: come denunciarlo?

Il problema del mobbing è che esso non costituisce reato; almeno, non tecnicamente. Un po’ come per le molestie sessuali di cui abbiamo parlato qualche paragrafo fa, il mobbing diventa reato solamente se finisce per integrare altre ipotesi delittuose. Ad esempio, se il datore o il collega di lavoro ti corteggia in maniera asfissiante, tanto da obbligarti a cambiare stile di vita, allora potrai sporgere denuncia/querela per stalking [16]; se invece sei minacciato, potrai denunciare per minacce [17].

In caso contrario, cioè nell’ipotesi in cui non dovessero esservi gli estremi per procedere penalmente, la persona che ritiene di essere vittima di mobbing può, per prima cosa, diffidare per iscritto (mediante raccomandata a/r, ad esempio) il proprio datore di lavoro, denunciando il mobbing subito e comunicandogli che l’illegittimo comportamento può essere provato davanti all’autorità giudiziaria competente per far valere il risarcimento dei danni.

Il mobbing può essere denunciato anche rivolgendosi agli sportelli anti-mobbing presenti in numerose città: per avere l’indirizzo di quello più vicino basta rivolgersi al Comune, ai sindacati o fare una ricerca su internet. Questi sportelli garantiscono assistenza gratuita e forniscono consigli su cosa fare.

Denuncia per rumori molesti

I rumori molesti dei vicini di casa, specie se notturni e provenienti da locali di intrattenimento, sono un costante problema per tantissime persone. È bene sapere che tenere la musica ad alto volume per tutta la notte, può integrare addirittura il reato di disturbo delle occupazioni e del riposo. Stabilisce infatti il codice penale che chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, o ancora suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda sino a 309 euro [18].

La norma prevede quindi due ipotesi diverse a seconda della fonte del rumore:

  1. nella generalità dei casi per far scattare il reato è necessario che i rumori superino la normale tollerabilità ed investano un numero indeterminato di persone, disturbando le loro occupazioni o il riposo;
  2. invece, quando il rumore provenga dall’esercizio di una professione o di un mestiere rumorosi (come quella che svolge all’interno di un pub e/o di un ristorante con musica dal vivo), si presume la turbativa della pubblica tranquillità e l’intollerabilità del rumore.

Mentre la prima ipotesi è, dunque, volta a tutelare il riposo e la tranquillità del vicinato e richiede l’accertamento concreto del disturbo arrecato, nella seconda invece, si prescinde dalla verificazione della misura del disturbo, integrando un’ipotesi di presunzione legale di rumorosità, al di là dei limiti tempro-spaziali e/o delle modalità di esercizio imposto dalla legge, dai regolamenti o da altri provvedimenti adottati dalle competenti autorità.

La Corte di Cassazione [19] ha detto che, quando i rumori provengono da un locale notturno (si pensi una discoteca o un cabaret) il reato scatta solo se i rumori siano in grado di disturbare un numero indeterminato di persone, così da soddisfare il requisito della turbativa della pubblica tranquillità. Se tale prova non viene raggiunta in giudizio, il titolare del locale in cui si è svolto lo spettacolo musicale va assolto.

Questo non significa, però, che non ci sia responsabilità civile. Come ricordato, se i suoni o rumori sono intollerabili, si potrà comunque chiedere al giudice il risarcimento del danno e la cessazione della molestia.

note

[1] Art. 333 cod. proc. pen.

[2] Art. 336 cod. proc. pen.

[3] Art. 107 disp. att. cod. proc. pen.

[4] Art. 660 cod. pen.

[5] Cass., sent. n. 19483 del 23.04.2007.

[6] Cass., sent. n. 6905 del 28.01.1992.

[7] Cass., sent. del 17.10.1961.

[8] Cass., sent. del 06.03.1953.

[9] Art. 609-bis cod. pen.

[10] Cass., sent. n. 21167 del 25.05.2006.

[11] Cass., sent. n. 1040 del 15.11.1996.

[12] Cass., sent. n. 27762 del 06.06.2008.

[13] Cass., sent. n. 7369 del 25.01.2006.

[14] Cass., sent. n. 38719 del 04.10.2012.

[15] Cass., sent. n. 2142 del 27.01.2017.

[16] Art. 612-bis cod. pen.

[17] Art. 612 cod. pen.

[18] Art. 659 cod. pen.

[19] Cass., sent. n. 25424 del 20.06.2016.


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