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Tari: come pagare il giusto

7 Agosto 2018 | Autore:


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Cosa controllare sull’avviso di pagamento, quali possono essere gli errori e cosa fare se l’importo della tassa rifiuti è sbagliato.

Quel che è dovuto è dovuto. Ma quel che si può evitare, perché pagarlo? Oltretutto, visto che già di tasse ne versiamo fin troppe, non è il caso di regalare al Comune dei soldi per una Tari con l’importo sbagliato. Come pagare il giusto di tassa sui rifiuti? Sapendo quando spetta versarla, quando c’è l’esonero, come viene calcolata e che cosa fare nel caso in cui ci arrivi il conto errato.

I parametri fondamentali per sapere quanto si deve pagare di Tari sono due: la superficie ed il numero di persone che vivono in quella casa. Quindi conta quanto è grande l’immobile ma anche la composizione del nucleo familiare. Questo per rispettare un vecchio principio (voluto anche dall’Europa) secondo cui chi produce più rifiuti deve pagare di più. Forse chi ha avuto questa intuizione ha dimenticato di inserirci la parola «potenzialmente». Non è dimostrabile, infatti, che tre persone con un certo comportamento abbiano il secchio della spazzatura più pieno rispetto a chi vive da solo ed ha un altro tipo di atteggiamento. Il single che, ad esempio, è abituato a comprare del cibo confezionato produrrà più rifiuti di carta e di plastica rispetto alla famiglia che compra la carne dal macellaio, il pesce dal pescivendolo e la frutta e la verdura sciolte e si cucina tutto a casa riducendo l’immondizia al minimo possibile. Non è dimostrabile, dicevamo. Ma è ipotizzabile e, pertanto, appunto, possibile. Resta da capire come adempiere all’obbligo di pagare la Tari e come versare quello che è giusto, senza aggiungere «mance» al Comune. Vediamo la procedura ed i parametri giusti per il calcolo della tassa sui rifiuti.

Tari: l’obbligo di dichiarazione

La legge impone ai cittadini di presentare al Comune una dichiarazione di inizio occupazione dei locali. Significa, per quanto riguarda le abitazioni, che bisogna dire in Municipio che stai vivendo in quell’appartamento. Di norma, la comunicazione deve essere fatta entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello in cui si occupano di fatto i locali. Se, ad esempio, vado a vivere nella mia nuova casa a febbraio 2019, dovrà presentare in Comune la dichiarazione di inizio occupazione entro il 30 giugno 2020. Attenzione, però: alcuni enti locali hanno disposto delle date diverse, quindi è sempre meglio informarsi presso il proprio Municipio.

C’è anche da dire che non sempre questa comunicazione è obbligatoria. Succede spesso, infatti, che l’inizio occupazione dei locali venga fatta coincidere «in automatico» con il trasferimento da un Comune ad un altro e l’iscrizione all’ufficio anagrafe del Municipio in cui si va a risiedere. A quel punto, l’anagrafe chiede di rilasciare all’ufficio tributi del Comune i dati per pagare le tasse come la Tari.

Se ci sono dei cambiamenti che riguardano la composizione del nucleo familiare, non vanno dichiarate all’anagrafe, in quanto il Comune è in grado di ricavare il dato direttamente da questo ufficio. Ciò che bisognerà comunicare successivamente, sempre entro il 30 giugno dell’anno successivo o entro la data fissata dal singolo ente locale, saranno eventuali modifiche della superficie dell’immobile (mettiamo il caso di una ristrutturazione in cui «si allarga» la casa con qualche locale in più) e della destinazione d’uso. La mancata comunicazione comporta una sanzione dal 50% al 200% della tassa sui rifiuti non versata.

Ovviamente, il cittadino è tenuto a far sapere al Comune dell’eventuale abbandono dell’immobile: solo così potrà evitare di pagare la Tari per una casa in cui non abita più.

Tari: se non occupo una casa devo pagare?

Immagina di avere una seconda casa e di decidere di trasferirti per un periodo di tempo, magari per motivi di lavoro o perché hai un’attività di telelavoro e hai voglia di cambiare aria, tanto ti basta una connessione ad Internet e puoi svolgerla dove ti pare. L’abitazione che occupi normalmente resta, dunque, vuota per un tot di mesi. Devi pagare la Tari?

Intanto devi stare attento a non confonderti le idee. Una cosa è un immobile non occupato e un’altra ben diversa è l’immobile non occupabile. Qual è la differenza? Il primo avrà tutte le utenze (luce, gas, acqua) e puoi decidere di riutilizzarlo in qualsiasi momento. Il secondo, invece, cioè quello non occupabile, è quello che non ha le utenze né le condizioni per abitarci (non ci sono acqua, luce e gas, non c’è l’arredamento).

Il contribuente è esonerato dal pagamento della Tari sono in quest’ultima ipotesi, cioè quando l’immobile non è occupabile perché hai tolto le utenze e ti sei portato via i mobili. Hai fatto un trasloco, insomma, e hai chiuso definitivamente i rubinetti delle forniture. Ma attenzione: bisogna comunicarlo al Comune, il quale non può occuparsi anche di verificare se ci sei o non ci sei. La comunicazione dovrà attestare l’interruzione delle utenze (almeno quella della luce) e la mancanza di arredi. Non raccontare bugie per cercare di non pagare la tassa rifiuti: il Comune ha il diritto di verificare se la tua comunicazione risponde alla verità oppure se stai cercando di fare il furbo.

Tari: cosa controllare per pagare il giusto

Quando arriva l’avviso di pagamento della Tari, per pagare il giusto bisogna controllare innanzitutto la superficie riportata. Quella, cioè, sulla base della quale è stato stabilito l’importo della tassa rifiuti da pagare. Il Comune deve attenersi alla superficie calpestabile o catastale.

Per quanto riguarda la superficie calpestabile, è possibile verificarla sulla base della planimetria della casa. Sulla superficie catastale, invece, bisogna ricordare che la regola dell’80% tassabile vale solo in mancanza dell’indicazione sulla superficie calpestabile. Ad ogni modo, è possibile recuperare quel dato attraverso il sito dell’Agenzia delle Entrate, nella sezione «consultazione rendite catastali», anche se per gli immobili di categoria A, cioè le abitazioni, si trova solo il numero dei vani della casa.

Resta di fatto che se salta all’occhio un errore madornale (ad esempio vedersi chiedere di pagare la Tari per un appartamento di 140 mq quando si sa che si vive in uno di circa 90 mq) non conviene pagare. Piuttosto, si va in Comune e si chiedono dei chiarimenti attraverso un ricalcolo del tributo in base alla reale superficie da tassare. Ciò allo scopo di pagare il giusto e basta.

Altri errori che si possono rilevare sull’avviso di pagamento della tassa rifiuti riguardano il numero degli occupanti dell’immobile e le quote (fissa e variabile) che determinano l’importo della Tari. L’occhio deve cadere in particolare sulla quota variabile, che deve riguardare soltanto la casa e non le pertinenze che non esistono ma che il Comune può ritenere tali.

Sulle seconde case, invece, c’è da verificare se la tariffa viene calcolata in base al numero presunto di occupanti dell’immobile e se si può fare riferimento ai membri del nucleo familiare del luogo di residenza.

Tari: cosa fare se ci sono degli errori

Se controllando l’avviso di pagamento della Tari hai riscontrato degli errori, non ti conviene andare a bussare subito in Tribunale. Piuttosto, conviene andare in Comune a chiedere dei chiarimenti presentando un’istanza in autotutela. Il ricorso deve essere presentato entro 60 giorni dalla notifica di accertamento che arriva dal Comune quando il contribuente non ha rispettato l’avviso di pagamento (anche se la procedura di accertamento può cambiare a seconda del Comune). L’istanza in autotutela non esclude la successiva presentazione del ricorso alla Commissione tributaria.

La richiesta di ricalcolo va effettuata quando l’errore rilevato riguarda, appunto, il calcolo dell’importo (ad esempio, la quota fissa o variabile sbagliata). Ma se quello riscontrato è un errore generato da un’interpretazione non giusta della legge (si tratterebbe di un errore di diritto), le soluzioni sono:

  • impugnare l’avviso di pagamento;
  • non pagare e attendere l’avviso di accertamento per impugnarlo entro e non oltre 60 giorni dalla notifica.

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1 Commento

  1. VOI DITE: “Non è dimostrabile, infatti, che tre persone con un certo comportamento abbiano il secchio della spazzatura più pieno rispetto a chi vive da solo ed ha un altro tipo di atteggiamento. Il single che, ad esempio, è abituato a comprare del cibo confezionato produrrà più rifiuti di carta e di plastica rispetto alla famiglia che compra la carne dal macellaio, il pesce dal pescivendolo e la frutta e la verdura sciolte e si cucina tutto a casa riducendo l’immondizia al minimo possibile”.(…)
    Lo vado dicendo ai quattro punti cardinali da almeno 40 anni; ho scritto in questi termini a Brunetta nel 2006 o 2007, se ricordo bene, e sto aspettando ancora una risposta… Ci prendono in giro. La produzione dei rifiuti, alias RIUTILI, va tassata sulla quantità dei rifiuti prodotti dal singolo e NON rapportata alla superficie dei locali interessati. In passato l’esempio era che ne produce meno una esposizione di automobili di 10mila mq in confronto all’ortolano o alla pescheria di 35 mq. Così com’è impostata la Tari (alias Tasi, Tarsu, etc.) è solo una RAPINA LEGALIZZATA e ISTITUZIONALIZZATA messa in atto da parte dei Comuni, tenuto anche conto che – meglio tardi che mai – anche il singolo, seppur con un millennio di ritardo, ha iniziato a capire che cosa significhi RACCOLTA DIFFERENZIATA, quindi riutilizzo di quanto fino a ieri si buttava!!! E si potrebbe proseguire all’infinito… Per non parlare poi dei box adibiti a USO SCLUSIVO di ricovero auto, tassati sull’ampienza invece che, al massimo, sui… granelli di polvere che produconooooooo…

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