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Sara Soresi: un avvocato giovane ma agguerrito

12 Agosto 2018
Sara Soresi: un avvocato giovane ma agguerrito

Sono Sara Soresi, sposata e con una bimba di nome Neve che ha quasi due anni. Avvocato di Piacenza, ex bagnina ed ex istruttrice di nuoto, con la passione per la politica, lo snowboard ed il nuoto.

Credevo fosse semplice e veloce scrivere un articolo su di me. Insomma, chi mi conosce meglio? Pensavo: “Sarà sicuramente più facile rispetto alla redazione di articoli legali”. Mi sbagliavo. Scrivo e poi cancello. La mosca che ronza con insistenza nella stanza non aiuta e nemmeno il telefono che continua a squillare (nonostante sia agosto).

Proviamo ad iniziare così.

Ho frequentato il liceo scientifico tecnologico con scarsissimi risultati: aimè, la matematica non è mai stata il mio forte. Anzi, era proprio il mio punto debole. Scelte sbagliate che si fanno da giovani. Ciò nonostante, fortunatamente, sono riuscita a non farmi bocciare (seppur con il debito fisso in matematica, ovviamente). Mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza. Non è stata una scelta difficile, ho sempre voluto fare l’avvocato. Certo, anch’io da bambina volevo diventare, in serie, astronauta, parrucchiera, gelataia, veterinaria, ragazza pon-pon (si, proprio ragazza pon-pon). Eppure, già dalla quinta elementare, quando con le amichette giocavamo ad “essere grandi”, io ero l’avvocato.

Così, dicevamo, mi sono iscritta a giurisprudenza. Inutile dire che i miei genitori, visti gli scarsi risultati liceali, erano molto preoccupati, tanto che, guadagnato il primo trenta, mio padre non ci voleva proprio credere. Ha voluto vedere il libretto e, dopo averlo analizzato con tanto di lente d’ingrandimento, mi ha domandato se fosse contraffatto.

A quel trenta, fortunatamente, ne sono seguiti altri ed i miei genitori si sono convinti che il libretto universitario fosse originale. Il diritto mi piaceva, tutto qui. E mi piace ancora.

Non che sia tutto rose e fiori. Per esempio, quando inizi l’Università, ci sono tantissime cose che non ti dicono.

Prima di tutto, non ti dicono che, dopo aver studiato anni ed anni, pagine e pagine, codici e articoli, preparato tesi su argomenti scelti in momenti in cui eri senz’altro psicologicamente instabile, non sei praticamente nessuno. Certo, certo, sei Dottore ma la tua fatica è appena iniziata. Quindi, festeggi la tua laurea come se fossi diventato manager della Fiat ed il giorno dopo ti ritrovi nel baratro della “pratica forense”.

Ecco. Un’altra cosa che non ti dicono è che il praticantato mette alla prova ogni millesima parte dell’amore che provi per il diritto. Per prima cosa, arrivi in studio forte del tuo bel voto di laurea e dopo dieci minuti ti rendi conto di non sapere nulla. Si, perché la teoria e la pratica sono due cose ben diverse. Dopo qualche mese, quando inizi ad essere più autonomo, ti chiedi come mai i tuoi coetanei cominciano già a guadagnare e tu, pur lavorando ogni giorno, potresti mantenere giusto il tuo cane. Di piccola taglia. Con poche pretese.

La pratica finisce e segue il temuto “Esame di Stato”. Solo a scriverlo mi è venuta l’ansia.

Non ti dicono che la prova scritta è, in realtà, una prova fisica. Sei lì nel tuo banchetto striminzito, circondato da gente che vaga in preda al panico, colleghi che bisbigliano, altri che piangono. Per le prime due ore non puoi assolutamente azzardarti ad andare ai servizi, quindi vietato bere. Attendi con ansia sei mesi ed a giugno arrivano i risultati. Che bello, sei stato ammesso all’orale! Festeggi, questa volta in modo più disilluso (da manager della Fiat sei diventato manager della società di provincia, ma va benissimo lo stesso).

Non ti dicono, però, che quando andrai ad acquistare i libri, che dovrai imparare a menadito per superare la prova orale, rischierai il collasso. Hai una pila di mezzo metro davanti a te e sai che, il suo contenuto, dovrà essere ben stampato nella tua zucca, altrimenti ti toccherà ripetere tutto, anche l’esame scritto. Seguono, quindi, mesi di panico, in cui la voglia di studiare si alterna a quella di uscire, di piangere, di prendere un calmante. Vorresti fare qualsiasi cosa, pur di non fissare articoli e leggi. Personalmente, trovavo piacevole addirittura fare la piega ai capelli (e chi è donna, lo sa, quanto può essere noioso). Così, dopo quattro mesi di duro lavoro, di preghiere e maledizioni, ti presenti davanti alla Commissione d’esame. Rimani lì seduto, al centro, circondato dai commissari. Il tutto dura circa mezz’ora ma sembrano davvero pochi minuti. Quando ti dicono che ce l’hai fatta, che sei diventato avvocato, si prova qualcosa d’indescrivibile. Giuro, mentre lo scrivo, ho letteralmente la pelle d’oca. Provi un senso di liberazione, di sollievo e di soddisfazione. Finalmente, i tuoi sforzi sono stati ripagati.

Ti senti, nuovamente, il manager della Fiat.

Non ti dicono, però, che diventare avvocato non significa, automaticamente, avere clienti.

Pensi: “Che problema c’è? Mi posso iscrivere alle liste del gratuito patrocinio”. Eppure no, devi essere iscritto all’albo da almeno due anni. “Allora m’iscrivo alle liste delle difese d’ufficio”. Errato, devi essere iscritto da almeno cinque anni.

Non ti dicono che, se non hai uno studio avviato alle spalle, sei completamente SOLO.

Sei tu, la tua voglia di fare, la tua qualifica di avvocato.

E’ in quel momento che occorre rimboccarsi le maniche, lottare per svolgere quella professione che hai sempre sognato di fare.

Sono avvocato da poco, certamente non posso insegnare niente a nessuno. Posso limitarmi a raccontare solo ciò che ho fatto io. Ho cercato di farmi conoscere, ho fatto una pagina Facebook, un sito internet ed ho iniziato a scrivere articoli di diritto su temi quotidiani, che potessero servire e ed essere capiti da chiunque, non solo da avvocati. Ho eliminato il cosiddetto “legalese”. Ed è così che mi sono avvicinata a “La Legge per Tutti” e all’Avv. Angelo Greco: condivido il loro approccio, il modo di parlare alla gente in maniera semplice e comprensibile.

Mi piace scrivere e mi piace il diritto: ho unito le due cose. In più, redigere articoli ti dà la possibilità d’imparare tantissimo, di approfondire gli argomenti.

E così, oggi, non sono certo il manager della Fiat, né un avvocato famoso, sono semplicemente un avvocato felice. Ho iniziato a collaborare con La Legge per Tutti, sono legale di riferimento di un’associazione che tutela i minori e le fasce deboli da maltrattamenti ed abusi ed ho clienti che mi stimano. L’unica cosa che penso di poter consigliare a chi si approccia a questa bella ma faticosa professione, è di ascoltare il proprio assistito e, soprattutto, parlargli. Spiegarli tutto ciò che farete e che avete fatto. Spiegarglielo in modo comprensibile, senza utilizzare termini da manuale. Mi dico sempre: “Se andassi dal medico e, anziché dirmi che ho un callo, mi dicesse che ho un tiloma, cosa penserei”? Sicuramente, ad una malattia incurabile, anziché ad una semplice protuberanza della pelle. Penso sia la medesima cosa.

Se siete arrivati fino a qui, sappiate che, nonostante tutto quello che non mi hanno detto, rifarei tutto. Studio, fatica, nevrosi, pianti e gioie. E lo rifarei perché, per me, ne vale la pena.

Mi piace il senso di sfida della nostra professione, la possibilità di cercare quel cavillo che, di primo acchito, sembra inesistente.

Mi piace trasmettere quello che ho imparato attraverso ciò che scrivo.

Mi piace aiutare i miei clienti.

Mi piace essere avvocato.


Se vuoi mandare la tua storia di avvocato scrivi a:

adv@laleggepertutti.it

La pubblicheremo gratuitamente



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